Dobbiamo prepararci alla guerra?

di Gianni Bottalico

Nell’articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 10 gennaio 2026, Federico Rampini propone una lettura luhjcida e per molti versi necessaria del tempo che stiamo attraversando. La tesi di fondo è semplice e insieme destabilizzante: non viviamo più in un’epoca post-bellica, ma in una fase segnata da una competizione sistemica tra grandi potenze, nella quale il conflitto armato torna ad apparire come possibilità concreta e non più come residuo del passato.

Rampini giunge a questa conclusione osservando la trasformazione della Cina sotto la guida di Xi Jinping, interpretata attraverso la categoria dello techno-security state: uno Stato che ha progressivamente fuso tecnologia, sicurezza nazionale, economia e controllo politico in un unico progetto coerente di potenza. In questo schema, la preparazione alla guerra non coincide con il solo riarmo militare, ma con la riconversione complessiva della società: industria, ricerca, catene del valore, cultura pubblica.

È un’analisi che non può essere elusa. Proprio per questo, però, chiede di essere assunta criticamente, soprattutto dal punto di vista europeo.

Prepararsi alla guerra: una responsabilità, non una vocazione

Dire che il tempo storico è cambiato non significa auspicare la guerra, né legittimarla come sbocco naturale della competizione internazionale. Significa riconoscere che la pace non è più garantita dall’inerzia della storia, né dalla sola interdipendenza economica. Ignorarlo sarebbe una forma di rimozione, non di pacifismo.

Prepararsi alla guerra non è dunque una scelta ideologica, ma una responsabilità storica degli Stati. Tuttavia, nelle democrazie questa responsabilità non può essere esercitata come nei regimi autoritari. Qui sta una differenza decisiva che l’Europa non può permettersi di smarrire.

Nei sistemi autoritari la preparazione alla guerra è verticale: la decisione è concentrata, la società viene adattata, il dissenso neutralizzato. Nelle democrazie, invece, la preparazione alla guerra è inseparabile dalla responsabilità politica verso i cittadini. Significa dire la verità sui costi, sui sacrifici, sulle priorità. Significa decidere, ma anche spiegare. Significa rafforzare la sicurezza senza trasformarla in un argomento che sottrae tutto al dibattito pubblico.

Quando, in questo contesto, si parla di deterrenza, è necessario evitare un equivoco ricorrente. Deterrenza non significa semplice riarmo, né moltiplicazione disordinata delle spese militari nazionali. Il riarmo, da solo, non produce sicurezza: può anzi accentuare frammentazioni e spirali competitive. Per deterrenza si intende piuttosto la capacità credibile dell’Europa di difendersi come soggetto politico unitario, subordinando l’uso della forza a decisioni democraticamente legittimate. In questa prospettiva, il nodo non è “più armi”, ma più integrazione, più coordinamento, più responsabilità politica comune, anche nel rapporto con la NATO.

Un pacifismo esigente, non rassegnato

Questa riflessione nasce da una postura pacifista, nel senso più rigoroso e meno consolatorio del termine. È la tradizione di Giuseppe Dossetti, per la quale la guerra resta sempre una sconfitta della politica, anche quando la storia costringe a confrontarsi con la possibilità del conflitto. Un pacifismo non ingenuo, non neutralista, non disincarnato: consapevole che la pace non è uno stato naturale, ma una costruzione fragile, continuamente esposta al fallimento.

In questa prospettiva, il problema non è riconoscere la necessità della difesa. Il problema è evitare che la guerra diventi un orizzonte normalizzato, una categoria accettata del pensiero politico, un linguaggio ordinario. La forza di una democrazia non sta nel rifiuto astratto del conflitto, ma nella capacità di affrontarlo senza smarrire il senso del limite, della proporzione e della responsabilità morale.

La guerra non è ineluttabile

È necessario dirlo senza ambiguità: la guerra non è ineluttabile. Pensarla come destino inevitabile significa rinunciare in partenza alla politica, accettare che le scelte umane non contino più, trasformare la storia in una forza cieca. Questa non è una posizione realista, ma fatalista. Ed è una profezia che rischia di auto-avverarsi.

Allo stesso tempo, sarebbe irresponsabile negare che la guerra sia oggi una possibilità concreta, più vicina di quanto l’Europa abbia voluto ammettere per decenni. Prepararsi non significa accettare la guerra come necessità storica, ma rifiutare di subirla come destino. Prepararsi, dunque, non perché la guerra sia certa, ma perché non lo sia. Non per legittimarla, ma per impedirne la normalizzazione. Non per abituare le coscienze al conflitto, ma per mantenere aperto lo spazio della decisione politica, della diplomazia, della mediazione.

Il nodo europeo: verità, decisione, visione

Rampini coglie un punto cruciale quando afferma che l’Europa deve “dire la verità” ai propri cittadini. La verità è che il continente si trova di fronte a scelte che aveva rimosso per decenni. La guerra in Ucraina ha infranto l’illusione di una pace irreversibile. La competizione tra Stati Uniti e Cina mostra che sicurezza, tecnologia ed economia sono ormai inseparabili.

Ma dire la verità non può ridursi a discutere di percentuali di PIL destinate alla difesa. La verità politica riguarda che cosa l’Europa vuole diventare mentre si prepara. Senza questa domanda, la preparazione alla sicurezza rischia di trasformarsi in una tecnocrazia priva di visione e di consenso democratico.

L’Europa appare oggi schiacciata tra modelli che non controlla pienamente: quello americano, che sta riscoprendo una politica industriale guidata dallo Stato in chiave geopolitica, e quello cinese, che ha già integrato innovazione, sicurezza e potere politico in un unico disegno. Il rischio è restare priva di una propria grammatica strategica: esitante sulla difesa comune, timida sulla politica industriale, ambigua sul rapporto tra libertà e sicurezza.

Prepararsi per evitare la guerra

La lezione che si può trarre dall’analisi di Rampini non è che la guerra sia il nostro destino, ma che la pace oggi non si conserva senza responsabilità, decisione e visione politica. Prepararsi non significa rassegnarsi al conflitto, ma rafforzare la capacità di deterrenza e, insieme, la possibilità della diplomazia e della politica come governo del conflitto.

Una società che si prepara senza interrogarsi rischia di abituarsi alla guerra. Una società che rifiuta di prepararsi rischia di subirla. È in questa tensione che si colloca una postura pacifista esigente: non la rimozione del conflitto, ma il rifiuto di considerarlo normale; non l’illusione della pace automatica, ma la convinzione che la guerra resti sempre una sconfitta della politica.

Prepararsi, allora, non perché la guerra sia ineluttabile, ma perché non lo sia. Perché la storia resti uno spazio di scelta e non una condanna.

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