Sandro Mazzola, il Baffo più famoso d’Italia

A gremire piazza S.Ambrogio per rendere l’ultimo saluto a Sandro Mazzola, il Baffo più famoso d’Italia, scomparso nei giorni scorsi due mesi ad 83 anni, non c’era solo la Milano interista. C’era, idealmente, tutta la nazione calcistica. Perché di quel calcio italiano – oggi scivolato ai livelli più bassi della propria storia – Mazzola ha rappresentato una delle pagine più belle.

Campione indiscutibile ed indiscusso. Uno dei grandi del calcio italiano e mondiale. Torinese – nato sotto la Mole nel novembre 1942 – ma calcisticamente, e non solo, cresciuto a Milano, per lui parlano le cifre in modo inequivocabile. A cominciare dalle oltre quattrocento presenze in campionato e alle cento e passa reti. Ma lo dicono, in maniera esemplare, i trofei conquistati: quattro scudetti (1963-1965-1966-1971) nonché due Coppe dei campioni e due Coppe intercontinentali nello straordinario biennio (’64-’65) che vide la grande Inter di Helenio Herrera salire ai vertici mondiali. E lo stesso ci confermano la vittoria al campionato europeo del 1968 e il secondo posto ai mondiali messicani del 1970, con gli azzurri surclassati soltanto dal fenomenale Brasile dell’immenso Pelè.

Ma campione, o meglio fuoriclasse, dice di Mazzola tanto ma non tutto. Perché il Baffo – come veniva affettuosamente soprannominato un po’ da tutti – è stato soprattutto una bandiera con l’ininterrotta fedeltà ad un’unica squadra: quell’Inter dove esordì ragazzo, nel 1961, e che lasciò sedici anni dopo ritirandosi dal calcio attivo. Un attaccamento alla maglia, neppure troppo usuale ai suoi tempi, ma che nel mediocre calcio di oggi, con gente che non sa fare un cross o un dribbling, e unicamente dominato dal denaro rappresenta quasi un’ingenua utopia.

Inter e Milan, dunque. E le due squadre meneghine protagoniste a San Siro, la Scala del calcio italiano, di sfide memorabili tra neroazzurri – i “Bauscia” della Milano borghese – e milanisti – i proletari del “Cacciavite”, in una caricaturale, e verosimile al tempo stesso, contrapposizione di divertente sapore classista.

Quando si dice Sandro Mazzola si pensa ovviamente anche a Gianni Rivera: il suo contraltare nel calcio milanese e nazionale. Uno nerozzurro e l’altro rossonero, con la mente che subito si riallaccia alla famosa, o famigerata, staffetta, dei mondiali ’70. Un tempo per uno, mai insieme in campo. Formula che, in realtà, fu adottata in due gare soltanto: con i padroni di casa messicani e nell’inarrivabile semifinale con la Germania ma che resta il marchio indelebile di un’assurdità calcistica: quella di non far giocare assieme due fuoriclasse di quel calibro.

Se si parla infine di Mazzola, il pensiero corre non solo a Sandro ma anche a suo padre Valentino: l’indimenticabile e mitico capitano del Grande Torino perito tragicamente a Superga. Può dirsi davvero che il figlio ha saputo porsi all’altezza del padre, raccogliendone appieno l’eredità. Impresa non facile ma riuscita nel modo migliore. Un padre e un figlio che in questo giorno, a sollevarci dalla tristezza, ci piace immaginare insieme sorridenti con un pallone nelle vicinanze.

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