Terra Santa: sarà pace vera e giusta?


Le parole contano. Quando un leader mondiale afferma, davanti al Parlamento di un Paese in guerra, che le armi fornite “sono state usate bene”, non parla solo di strategia militare. Sta dicendo, più o meno consapevolmente, che la forza ha avuto la meglio sulla pietà, che la vendetta può sostituirsi alla giustizia, che la morte di innocenti può essere inscritta nella contabilità del potere.

È in questi passaggi che si misura la distanza tra la pace vera e quella apparente.
Una pace fondata sulle armi, sull’umiliazione del nemico, sulla cancellazione di un popolo non è pace: è un armistizio di sangue, destinato a generare altra violenza.
La pace vera e giusta nasce invece da un riconoscimento reciproco, dal coraggio di guardare il dolore altrui, dalla volontà di costruire ponti dove altri hanno scavato trincee.

Nel suo recente discorso alla Knesset, Donald Trump ha rivendicato che gli Stati Uniti «hanno fornito così tanto (armamento) che Israele è diventato forte e potente» e ha aggiunto che «lo avete usato bene».
Parole che risuonano come una confessione inquietante: per sua stessa ammissione, la potenza militare fornita ha permesso a Israele di portare avanti un conflitto che ha causato la morte di migliaia di donne, uomini e bambini.
E ora, lo stesso uomo che ha alimentato la guerra viene celebrato come il suo “grande pacificatore”.
È il rovesciamento più pericoloso: la confusione tra forza e giustizia, tra dominio e pace, tra l’illusione di vincere e la responsabilità di guarire.

Il linguaggio della guerra si insinua ormai ovunque: nella politica, nei media, persino nel modo in cui parliamo della sicurezza. Si invoca la forza come unica garanzia, si celebra la deterrenza come virtù. Ma la storia — anche quella recente — insegna che ogni “uso buono delle armi” prepara un male più profondo: la perdita dell’umanità condivisa.

Per questo oggi non basta chiedere il cessate il fuoco: serve una conversione culturale e morale, che rimetta al centro la dignità della persona e il diritto alla vita.
Serve un nuovo lessico della pace, fatto di responsabilità, di ascolto, di verità.
Serve la voce dei popoli, non quella delle potenze; serve la coscienza civile che rifiuta di essere complice.

Il cessate il fuoco è finalmente arrivato.
Ma la pace non coincide mai con il silenzio delle armi: comincia solo quando si restituisce dignità alla vita umana, quando si cura ciò che la guerra ha distrutto — corpi, case, fiducia, verità.

Ogni tregua è fragile se resta prigioniera delle logiche di potenza.
Sarà pace vera e giusta solo se sapremo trasformare questo fragile momento in un cammino condiviso di riconciliazione, giustizia e ricostruzione.
Non basta fermare il fuoco: occorre disarmare le coscienze, spegnere l’odio, rimettere la politica al servizio dell’umano.

È tempo che l’Europa ritrovi la voce della sua civiltà e non si limiti a osservare.
È tempo che i popoli si rialzino — non per combattere, ma per custodire la pace, con verità e coraggio.

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