Milano e la città del senso

Serve un nuovo patto urbano, generativo e democratico, che metta al centro la giustizia spaziale, la partecipazione, la responsabilità pubblica.

Le inchieste giudiziarie che stanno investendo Milano non possono essere archiviate come casi isolati o deviazioni momentanee. Esse ci obbligano a guardare in profondità, oltre le responsabilità individuali che la magistratura saprà accertare. Quello che si incrina sotto i nostri occhi è un intero impianto di visione urbana, una cultura del governo della città che ha ridotto lo spazio pubblico a una funzione residuale e le relazioni civiche a un ostacolo tecnico. È il prodotto di decenni di progressivo arretramento del ruolo pubblico nella pianificazione, sostituito da logiche negoziali bilaterali tra amministrazioni e grandi operatori immobiliari, che hanno tolto respiro alla democrazia urbana e alla capacità di immaginare politiche inclusive di lungo periodo.
Ciò che emerge – nella vicenda di San Siro, nelle ombre sulle volumetrie e nelle connivenze tra politica e rendita – non è solo l’illecito, ma l’insostenibile. Insostenibile è una città che cresce verticalmente, mentre si svuotano i quartieri popolari e aumenta la quota di famiglie che non riescono a sostenere i costi dell’abitare. Secondo i dati demografici del Comune di Milano e di ISTAT, molte aree a prevalente edilizia popolare hanno registrato un saldo negativo superiore alle 20.000 unità residenti nell’ultimo decennio, in particolare nei Municipi 2, 4, 7 e 8. Lo confermano i dataset comunali e l’analisi dei Nuclei di Identità Locale (NIL), che evidenziano cali consistenti nei quartieri storici di edilizia pubblica (Comune di Milano, Popolazione residente per Municipio, 2024; ISTAT, Approfondimento sub-comunale, 2024). Nello stesso periodo, il Rapporto Nomisma 2025 segnala che a Milano i canoni di locazione sono aumentati in media del 43% e, in alcune zone centrali e riqualificate, fino al 60% rispetto al 2014.
Insostenibile è un modello che misura il successo urbano in metri cubi, profitti e rendimenti, senza interrogarsi sulla qualità della convivenza e sul destino condiviso. Insostenibile, soprattutto, è l’idea che lo sviluppo urbano possa essere deciso senza la città.
La crisi di Milano non è (solo) morale. È una crisi di senso. E quando una città perde il senso di sé, diventa terreno fertile per ogni tipo di deriva. Questa crisi si manifesta anche nel venir meno di luoghi pubblici di discussione e di decisione, con consigli comunali e municipali svuotati di potere e scelte strategiche assunte in sedi ristrette, lontane dal confronto con la cittadinanza.

Questa crisi si manifesta anche nel venir meno di luoghi pubblici di discussione e di decisione, con consigli comunali e municipali svuotati di potere e scelte strategiche assunte in sedi ristrette, lontane dal confronto con la cittadinanza.


In questa fase, non basta la denuncia. Serve una parola nuova, capace di ricostruire legami, visione, orientamento. In Giappone, esiste una parola antica che esprime questo orizzonte: Ikigai. Significa “ragione profonda per cui vale la pena vivere”. È l’incrocio tra ciò che amiamo, ciò che sappiamo fare, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui possiamo essere riconosciuti.
Proviamo ad applicare questa parola alla città. Che cosa ci direbbe un Ikigai urbano?
Ci direbbe, innanzitutto, che una città vale la pena di essere vissuta quando è capace di generare bellezza condivisa, relazioni significative, spazi accessibili a tutte e tutti. Una città viva è una città che accoglie, non che seleziona. Che si prende cura, non che respinge. Che alimenta comunità, non solitudini. La città non è solo il luogo in cui si abita, ma il patto di cura reciproca che tiene insieme chi vi vive.
Ci direbbe che Milano possiede competenze straordinarie, diffuse: innovazione sociale, reti civiche, sapere accademico, cultura imprenditoriale responsabile. Ma queste risorse, come rilevato anche da analisi del Politecnico di Milano – Dipartimento di Architettura e Studi Urbani, restano spesso ai margini dei processi decisionali, interpellate solo in funzione strumentale e non integrate in una strategia pubblica di lungo periodo (Politecnico di Milano, Rapporto sull’innovazione urbana, 2023). La cabina di regia urbana è occupata da attori che non rappresentano l’interesse generale. Questa esclusione non è casuale, ma frutto di un modello decisionale in cui il tempo della cittadinanza attiva non coincide con quello del mercato immobiliare, che vuole decisioni rapide e blindate.
Ci direbbe anche che il mondo ha bisogno urgente di città giuste, capaci di affrontare le disuguaglianze, la crisi climatica, la frammentazione sociale. Milano, se lo volesse, potrebbe diventare un laboratorio nazionale e internazionale di sostenibilità integrale. Ne sono prova la sua adesione alle reti internazionali C40 Cities e UIA – Urban Innovative Actions, che offrono esempi e strumenti per politiche urbane inclusive e climaticamente responsabili (C40 Cities Climate Leadership Group, Milano Member Profile, 2024). Ma per farlo, dovrebbe cambiare rotta: uscire dalla monocultura della rendita e aprirsi a una nuova idea di valore, che includa indicatori di giustizia spaziale, equità abitativa e impatto ambientale accanto agli indicatori economici.
Infine, ci ricorderebbe che il prestigio di una città non si misura dal valore immobiliare del suo centro storico, ma dalla qualità della vita nei suoi margini. Dalla dignità dell’abitare. Dalla fiducia tra istituzioni e cittadini. Dalla possibilità, per ciascuno, di sentirsi parte di un destino comune.
In questo tempo fragile e disorientato, ritrovare il senso della città è una priorità politica, non un lusso filosofico. Serve un nuovo patto urbano, generativo e democratico, che metta al centro la giustizia spaziale, la partecipazione, la responsabilità pubblica. Un patto in cui la rigenerazione non sia mera sostituzione edilizia, ma ricostruzione di legami sociali e inclusione dei cittadini nei processi decisionali.
Serve un’alleanza tra istituzioni, società civile, cittadini e cittadine che credono ancora che la città non sia solo ciò che si costruisce, ma ciò che si custodisce: relazioni, diritti, memoria, futuro.

Milano può ancora scegliere.
Può ancora diventare la città del senso.
Dipende da chi alza la voce oggi, in nome di chi non viene più ascoltato.

Gianni Bottalico
Presidente Connect Italia ETS

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