“Andrea Chénier” di Umberto Giordano in un raffinato allestimento

Andrea Chénier di Giordano – Atto III

Andrea Chénier di Giordano – Atto I
La stagione lirica di Sassari chiude, con l’opera di Giordano, la quasi ventennale esperienza di Marco Spada alla direzione artistica dell’Ente Concerti Marialisa De Carolis.
È un peccato che Marco Spada non abbia potuto tagliare, nel 2017, il traguardo della sua ventennale presenza a Sassari come direttore artistico, ma anche come regista che in diversi anni di permanenza alla guida dell’Ente Concerti Marialisa De Carolis (19 per la precisione) ha regalato spettacoli di valore. La selezione di titoli e cast non sono mai state scontate, talvolta addirittura ricercate (ultima in ordine di tempo la messa in scena di Elisabetta, regina d’Inghilterra di Rossini nella passata stagione, consegnata pure ad un dvd di recente pubblicazione), quando piuttosto sarebbe stato prevedibile riempire i cartelloni con opere di solo repertorio, per far cassetta, seguendo filoni culturali meno impegnativi. La sua direzione artistica si è conclusa con un titolo da lui fortemente desiderato, messo in scena in un nuovo allestimento. Scelta invero rischiosa, perché Andrea Chénier di Umberto Giordano è oggi quasi ineseguibile per la difficile reperibilità di un tenore adeguato a sostenere i panni del protagonista, ma anche per la messa in scena di un’opera il cui soggetto richiama un ben preciso periodo storico: quello degli anni della Rivoluzione Francese che spaziano della presa della Bastiglia del 1789 alla fine del Regime del Terrore di Robespierre nel 1794. Anni in cui si consuma la vicenda umana e poetica di Andrea Chénier, al quale Giordano regala una delle parti più esaltanti ed insieme complesse scritte per tenore nell’ambito del repertorio operistico verista.
Punti di forza dello spettacolo sassarese sono regia e impianto scenico dello stesso Marco Spada e di Fulvia Donatone, con splendidi costumi di Alessandro Ciammarughi, estrosi, fantasiosi quand’anche raffinati, che snodano la vicenda nel segno di un’eleganza figurativa che non disdegna l’uso di simboli mai criptici nel rendere la narrazione pulita e lineare. Ed ecco l’”azzurro sofà” del primo quadro che si ritrova rovesciato in ambiente rivoluzionario come ricordo del tempo che fu. Poi la lama di coltello insanguinata conficcata a terra in luogo del monumento a Marat, dove Chénier affigge quell’Ode alla Corday per l’uccisione di Marat che fu una delle ragioni che gli procurarono la condanna alla ghigliottina con l’accusa di cospirare contro la rivoluzione, e la bandiera tricolore francese che, come un gigantesco tendaggio, invade la scena nell’atto del Tribunale per poi dar spazio alle immagini dei campioni della rivoluzione visibili su sipari che, uno a fianco all’altro, formano la lama di una gigantesca ghigliottina. Ogni quadro, immerso in un raffinato gioco di luci, vive all’interno di una doppia cornice scenica sghemba che evoca l’incerto ordine sociale in cui la Francia versava in anni in cui l’ancien régime si infranse per dar vita ad un’epoca storica che cercava, attraverso la rivoluzione, una nuova dimensione vitale; quella che si stava per infrangere esala gli ultimi respiri nel lusso di una dimora aristocratica stilizzata dove attorno ad una preziosa cornice infranta si svolge l’egloga dei pastori, affidata a una coreografia che evoca i divertimenti teatrali di corte, facendo pensare all’opéra-ballet La Platée di Rameau. Gli abiti sono ricercatissimi, vuoi nella preziosità delle parrucche per la scena nella casa della Contessa di Coigny, vuoi nel puro stile direttorio per il quadro delle “meravigliose” del secondo atto, storicamente attendibili seppur mediati da un gusto settecentesco mai manierato e stucchevole perché memore dalla lezione moderna; una vera sfilata di eleganza che contribuisce a fare di questo spettacolo il risultato di un intelligente ed equilibrato approdo registico-scenografico che è quello del regista che senza stravolgere, né nelle immagini, né nella drammaturgia del racconto, trova opportuna sintesi fra passato e presente, fra consapevole rispetto della tradizione e modernità di un nuovo linguaggio visivo.
Peccato che questo Andrea Chénier di Sassari non abbia ottenuto eguali risultati sul piano esecutivo sia musicale che vocale. E dire che la bacchetta di Marcello Mottadelli ha garantito ad un cast a rendimento alternato buon respiro musicale e salda tenuta del palcoscenico nelle scene d’assieme, con un Coro, istruito da Antonio Costa, e un’Orchestra di tutto rispetto. Ma dei tre protagonisti solo il soprano Virginia Tola, al suo debutto nei panni di Maddalena di Coigny, ha sfoggiato una voce di bell’impasto timbrico, dimostrando di conoscere l’arte del cantar legato, sempre accurata nel fraseggio ed attenta nel regalare a “La mamma morta” un rilievo vocale intimamente commosso. Qualche lieve tensione in acuto non ha minimamente inficiato una prestazione che conferma tutto il suo valore. Meno convincente il baritono Vittorio Vitelli, la cui prova, nei panni di Carlo Gérard, prende quota dopo un inizio in sordina, fino ad un “Nemico della Patria” risolto con buon impeto tribunizio ad onta di una vocalità non del tutto consona alla robusta declamazione verista. Le dolenti note sono ahimè riservate al tenore Giancarlo Monsalve, Andrea Chénier, ottimo per presenza scenica, ma solamente volenteroso nella risoluzione di una parte superiore non tanto alle sue possibilità vocali bensì tecniche. Il restante cast, nel rilievo non certo minore affidato ai ruoli di contorno, schiera interpreti tutti efficaci: Olesya Berman, Bersi, Ines Zikou, Contessa di Coigny e Madelon, Gianluca Lentini, Roucher, Manuel Pierattelli, L’abate poeta e Un incredibile, Massimiliano Guerrieri, Pietro Fléville, Enrico Marchesini, Fouquier-Tinville e Schmidt, Federico Cavarzan, Mathieu e Nicola Fenu, Il maestro di casa e Dumas.
Ora la parola passa a chi gestirà il futuro di un teatro che lascia il ricordo di un ventennio di attività operistica che speriamo segua in futuro le medesime orme qualitative fin qui percorse.

Andrea Chénier di Giordano – Atto III

Andrea Chénier di Giordano – Atto II

Andrea Chénier di Giordano – Atto II
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