L’Odissea di Nolan e noi stessi

Pubblichiamo ampi stralci della recensione di Alessandro Politi al film Odissea di Christopher Nolan.
Il testo integrale sul profilo Facebook dell’Autore.

Odisseo, una figura che ha percorso i secoli, nonostante la devastazione del tempo, dell’incuria e della violenza, ci interroga ancora oggi. Nolan l’artista usa Omero per parlare del nostro collasso epocale.

Penelope e Ulisse.

Chiediamoci subito, evitando il giochino del “mi piace, non mi piace”, in cosa questo film c’interroga partendo dall’opera stessa di Nolan. Ulisse è la crisi di un mondo, precisamente quando ha raggiunto la vittoria nella Grande Guerra, eliminando “il nemico”. Le scene di devastazione dopo la battaglia o lo scontro sono potenti, vaste, vuote, populate soltanto di morti, sepolture, detriti. Il risultato di un nubifragio, prima del naufragio definitivo e definitorio d’Ulisse. Preludono alla discesa nell’Ade, che copre tutto con la sua nera cenere lavica.

Il kingmaker è Agamennone il nero: come nere sono le sorelle gemelle sposate tra lui medesimo ed il fratello Menelao; una giustamente ammazzata e l’altra ovviamente sfregiata. Sono gli Atridi, i figli di Atreo, che nel latino evoca ater, il fosco plumbeo nero; la morte aleggia costante intorno a loro. E’ lui il dominus della Guerra, capace di sacrificare la figlia Ifigenia ai venti di Tracia per una grande impresa e scannato come un montone indifeso nel momento del trionfale ritorno a casa. A lui, come ad un totem della potenza distruttrice, s’inchina Ulisse, devotamente, come tutti.

La grande protagonista, una coprotagonista che avrebbe potuto dare il titolo al film, è Penelope la bianca, l’opposto del gran re. Vuole salvare l’adorato marito, vuole preservare la vita del figlio e l’integrità d’Itaca; custodisce con cura gelosa la fedeltà e la viva memoria del suo consorte, nella buona e nella cattiva sorte. E’ il personaggio che ha la più salda connessione con Omero: regina, sposa, madre, comandante dietro le quinte, vicaria del re e del padrone di casa assente. Vera donna di polso che non ha bisogno d’attualizzazioni didascaliche, che conosce il suo valore ed anche il suo posto nella società mitica del tempo. E’ lei la sacerdotessa dell’arco, è lei che mette alla prova tutti, a cominciare dall’amato figlio, ma è lei che rimette ad un uomo, il cieco veggente porcaro Laerte (sarebbe Eumeo), lo strumento di caccia e di morte “por el momento de la verdad”, in cui il torero Ulisse si prepara a mattare il branco di tori vogliosi che ha insozzato la casa. Donna d’amore, desiderio, crisi d’astinenza, rabbia, lacrime, tentata dalla disperazione, ma vigile sul futuro, mentre il marito è perso nel mare dei ricordi, dell’oblio e del ritrovamento di sè. Lei è il ritorno per un futuro ed un’orizzonte aperto nella storia. Di una bellezza sovrannaturale, con degli occhi che bucano le grate del suo spazio sacro, luce di un portamento che non ammette né replica, né seduzione.

La sua antagonista, non è Circe (personaggio fallito perché intriso di un celtismo fuori luogo), ma Calipso, l’ambigua salvatrice ed offuscatrice della memoria. Lei offre una potente alternativa ad Ulisse, una via di fuga che compete con la tenace memoria di Penelope in un’isola senza tempo. E’ interessante notare come Nolan abbia echeggiato le ambientazioni atemporali dell’Odissea della RAI: l’offerta d’eterna giovinezza ed immortalità d’Omero qui è tratteggiata con una struggente, avvolgente dolcezza. Sette anni di seduzione cognitiva in cui duella a distanza con Penelope al fine d’entrare nella testa d’Ulisse e controllarne la memoria. Il patetico reduce, come un demente senile, raccoglie pezzi del suo passato per fare il collage della zattera che alla fine lo porterà a casa. La testa era stata confusa, ma il cuore serbava una fiamma che il loto non poté estinguere. Sì, come l’amore di Penelope, quello più incerto e combattuto, fragile ed ambiguo d’Ulisse rispecchia uomini e donne, qualità dell’amore e della vita.

Cosa ci dice Ulisse? Innanzitutto è un comandante che comincia a perdere la presa sui suoi proprio dopo che la vittoria a Troia ha consacrato la sua arte della guerra. La scena del trasporto del cavallo rende la claustrofobia di una lotta di testa che si annida nell’oscurità del ventre; la discesa dal cavallo è assolutamente esaltante, così come la corsa verso le “Porte Scee” (la musica sembra ispirata da quella di “Assault By Sea nel videogame Total War: Attila). Passato quell’attimo fuggente di inebriante successo e gloria, con i pezzi bianchi dei Troiani, falciati dai pedoni neri degli Achei, Ulisse è stritolato dalle spire di un saccheggio feroce, la furia scatenata da dieci anni a marcire sulla spiaggia. Più procede nel suo viaggio verso “il cuore di tenebra”, più è contestato e rinnegato dai suoi compagni d’arme e sottoposti: ineluttabile il loro sterminio per avere violato il sacro legame guerriero dell’obbedienza e della fedeltà.

In secondo luogo c’è il lacerante scarto del ritorno alla vita “normale”. Menelao si arrangia come può, avendo al suo fianco una moglie spezzata dalla guerra; Agamennone non ha nemmeno il tempo di disadattarsi. Ulisse è Hurt Locker ai tempi di Omero ed è una torsione poetica potente e valida. Qui c’è una tensione feconda tra i tempi dell’aedo, il racconto omerico e la mitopoiesi di Nolan. La guerra nell’VIII secolo a.C., come la morte, era un fatto nobile, accettato e nell’ordine naturale del cosmo; un’antica festa crudele. Il pianto degli eroi è il pianto di una perdita soprattutto di compagni/camerati/amici/commilitoni in senso stretto (per questo nobilmente paragonato al pianto di una sposa per lo sposo perduto, il che dice molto sui legami maschili nella dura arte delle armi, perché c’è un patto di sangue). Cioè la guerra era normale e solo l’enormità delle due guerre mondiali ha rotto certamente nel Nord del mondo questa nervatura sociopolitica, già incrinata dal disgusto malcelato della guerra di Secessione americana. Eppure nell’Ade omerico è Achille che parla ed esprime una rottura dura con il kleos (fama e gloria) “meglio bracciante di un padrone povero che re di tutti i morti”, lui, il grande Achille che aveva preferito una vita breve e gloriosa ad una lunga ed ignobile. Si può discettare che Achille sottolinei soprattutto la scialba esistenza dei morti, ma la contraddizione è frontale. Nolan ha preferito ignorarla, inutile discutere perché. In ogni caso, tutto il nostos (ritorno) di Odisseo è anormale, come completamente sbalestrata è la situazione ad Itaca, il luogo della “normalità” ritrovata. La tabe della guerra non lascia l’eroe nemmeno quando fa piazza pulita dei Proci e l’esilio è il giusto prezzo della sacrosanta furia vendicatrice. Naturalmente qui c’è una sensibilità post-eroica che obbliga Telemaco a non partecipare di gusto alla mattanza e che oscura la morte di Melanzio proprio nello scontro con Telemaco. Questo post-eroismo apre la via al terzo messaggio d’Ulisse per noi.

La guerra ha rotto la legge di Zeus. Lasciamo sullo sfondo se questa è la xenia, la legge dell’ospitalità, perché in realtà è l’abbattimento della Trust, cioè della fides, venuta dopo il 2002 (aggressione a freddo dell’Iraq di Saddam Hussein) e la sfiducia conseguente al fallimento di Lehman Brothers (2006). Nolan l’artista usa Omero per parlare del nostro collasso epocale. La rete della globalizzazione di Bretton Woods si smaglia come quella dell’ecumene economica dell’Età de Bronzo. La forzatura ha un senso artistico e mitico-storico molto pregnante, se si pensa agl’inganni dell’astuto occidentale contro i popoli vinti in quattro secoli di dominio. De te fabula narratur, anche se la favola è stata stirata, ma sempre di fides rotta si parla (tacitianamente, i barbari siamo noi e non Calgaco e la fides punica la pratichiamo noi dal nostro ipocrita piedistallo “romano”, cioè angloamericano).

La conseguenza di questa sventura per la fiducia è l’arrivo di nuovi barbari in cui ci specchiamo, “i popoli del mare”: il mito ricreato da Nolan lo richiede ed ha la sua forte funzione mitopoietica. Nella realtà ricostruibile ad oggi, il collasso dell’Età del Bronzo non fu monocausale; certo ogni guerra lascia una ganga di spostati che finiscono mercenari, banditi o nomadi predoni. Non tutti i popoli del mare erano reduci di Troia, ma una parte è probabile che lo fosse.

Mi preme un inciso sul famoso inganno. Il cavallo di Troia nulla c’entra con il dono ospitale di pace “Nella confessione finale a Penelope, Ulisse lo descrive per quello che nel codice della xenia effettivamente è: un dono, un’offerta di pace che i troiani accolsero dentro le loro case. Il capolavoro di astuzia che ha vinto la guerra è, in quel codice, il crimine perfetto: l’istituto del dono ospitale trasformato in arma, la fiducia sacra tra le genti usata come cavallo — è il caso di dirlo — di Troia” (Lucio Di Gaetano, Substack). Omero non ne parla e Virgilio parla di un dono sì, ma votivo a Pallade Atena, non di pace, resa o risarcimento ai troiani. I troiani a consiglio lo considerano o un’insidia o una spoglia. Laocoonte teme comunque i Danai, anche quando portano doni (un’iperbole della diffidenza, sottolineata dall’asta scagliata contro il cavallo). (…) Tuttavia, al netto, delle rielaborazioni spinte, il messaggio resta: non c’è più fiducia, guerre vinte militarmente e perse nei valori con il crollo di una civiltà portano alla fine di un mondo. Il nostro.

E infine c’è l’uomo, che non è un bruto, che cerca “virtù e canoscenza”, che ha paura di nemici e mostri, ma non teme le predizioni di Circe, l’Ade, Tiresia ed il canto delle Sirene. Che si lascia irretire da Calipso, dal nascondimento, ma che alla fine esce dalla bolla per rientrare nella vita vera, nella storia che è lotta e senso. Reduce, viaggiatore, naufrago ed esule. Non per tutti è Ulisse, ma la vicenda di queste quattro parole è sì di tutti noi. Reduci da guerre, sovente familiari, sempre intestine. Viaggiatori della vita, non sempre di buon grado. Naufraghi dei nostri fallimenti. Esuli dai nostri sogni e desideri, in attesa di un finale che dia un ultimo senso. Il viaggio verso Occidente, è ovviamente il viaggio verso l’occaso, la morte, meglio se in compagnia di chi si ama. Grazie Christopher, portatore di Cristo.

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