Lionel Jospin: inventore della sinistra plurale

Nei giorni in cui vinceva a Parigi e a Marsiglia, la sinistra francese perdeva con l’ex primo ministro Lionel Jospin uno dei suoi massimi protagonisti. La notizia ha avuto assai meno risalto di quanto avrebbe meritato in quanto da tanti anni Jospin era fuori dalla politica attiva.

Si ritirò dalla scena pubblica la sera del 21 aprile 2002 poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio delle elezioni presidenziali, superato da Jean-Marie Le Pen capofila del Fronte nazionale. In un’epoca in cui l’estrema destra era ancora residuale, questo voto sbalordì l’Europa, sconvolse la Francia e fu una mazzata tremenda per i socialisti transalpini e per Jospin loro portabandiera che per la delusione di un esito tanto amaro quanto inatteso, decise di abbandonare seduta stante la politica. Una breve dichiarazione, appena avuto conferma dei risultati definitivi e davanti ad un uditorio ancora scosso per la disfatta, servì a chiudere un tragitto politico sino ad allora più che promettente.

Nativo della regione parigina, classe 1937, dopo una militanza nel movimento trotzkista, Jospin approdò nei primi anni Settanta nel Partito socialista. In breve tempo, vuoi per le impareggiabili doti organizzative, vuoi per la serietà di fondo che sempre lo contraddistinse, si conquistò la stima di Francois Mitterrand, all’epoca capo indiscusso del socialismo francese. Fu così che in poco tempo scalò le gerarchie interne del partito giungendo a diventarne il segretario.

Negli anni successivi divenne più volte ministro e trovò la sua definitiva consacrazione sulla scna nazionale come candidato del Partito socialista alle presidenziali del 1995. Al primo turno, contro tutte le previsioni, balzò in testa agevolato dalla rivalità nel centrodestra tra Edouard Balladur e Jacques Chirac, per poi essere sconfitto da quest’ultimo al ballottaggio.

Due anni dopo, nel 1997, si prese però la rivincita, assumendo la guida del governo progressista dopo la vittoria della sinistra alle elezioni legislative. Cinque anni a Matignon in coabitazione con Chirac installato all’Eliseo. Una fase politica che sembrò – anche grazie ad una congiuntura economica e sociale favorevole – porre le basi per un suo successo alle presidenziali 2002.

Le cose andarono però diversamente. Nessuno, tra politologi e sondaggisti, intravide quello che in quel momento pareva inverosimile, ossia la formidabile impennata di consensi per Le Pen negli ultimi giorni che precedettero il primo turno. Va detto che il successo lepenista fu agevolato anche dall’improvvida presenza di ben cinque candidati di sinistra. Una dispersione che si rivelò fatale.

Jospin perse con uno scarto di 200mila voti. Al campo progressista sarebbe stato sufficiente affrontare la sfida in maniera più unitaria per impedire a Le Pen di accedere al ballottaggio. Ma si sa, la divisione è il tarlo della sinistra in qualsiasi Paese e così quegli stessi dirigenti progressisti incapaci di unirsi al primo turno si unirono al secondo votando per Chirac, pur di impedire che la Francia finisse in mano all’estrema destra. Frattanto Jospin si era già chiamato fuori dall’agone politico.

Allontanatosi dalla politica che conta, l’ex premier si ritagliò un ruolo di padre nobile del socialismo transalpino, dispensando consigli per lo più inascoltati. D’altro canto i tempi erano mutati e la sua stagione più propizia era ormai lontana. Un tramonto avviato anzitempo dopo che l’Eliseo era sfumato addirittura prima della sfida decisiva.

Eppure, nonostante tutto, Jospin lascia in eredità uno schema di sinistra plurale – l’intesa tra socialisti, verdi e comunisti – che qualora sappia presentarsi dinanzi agli elettori con candidature unitarie rappresenta ancora oggi la sola carta vincente per il fronte progressista. Una formula, a ben vedere, non dissimile da quella della destra nostrana – Forza Italia, Lega ed An (oggi Fdi) – inventata da Silvio Berlusconi e che continua ad avere successo. Proprio quello che per un soffio sfuggì a Jospin, in una primavera elettorale in cui tutto andò storto.

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