Stati Uniti e Russia: due leadership inaffidabili

Osservando alcune delle leadership che in passato si sono contemporaneamente trovate a guidare gli Stati Uniti e la Russia: Kennedy e Kruscev, Nixon e Breznev, Reagan e Gorbaciov, possiamo riscontrarvi errori, smagliature e scelte politiche censurabili. Non era però mai accaduto che alla testa delle due superpotenze nucleari vi fossero due leader tanto imprevedibili e poco lungimiranti come Donald Trump e Vladimir Putin. Autentici giocatori d’azzardo. Probabilmente a mal partito in un mondo multipolare dove più utile dell’uso della forza militare sarebbe una sagace opera diplomatica.

Con Putin e Trump, Russia e Stati Uniti si sono sostanzialmente trasformati in “nazioni canaglia”, come un tempo lo erano Paesi residuali: Iraq, Libia o Corea del Nord pronti a sovvertire l’ordine internazionale. Oggi i guastatori sono loro: Mosca e Washington che, con una sequela di mosse arrischiate, stanno venendo meno a quel ruolo loro affidato – a questo punto potrebbe quasi dirsi indebitamente – le vicende susseguenti alla Seconda guerra mondiale.

I fatti parlano chiaro. La Russia dopo aver occupato la Crimea ha addirittura invaso l’Ucraina. Una guerra intrapresa per ottenere minimi compensi territoriali ma che nel suo svolgimento sta facendo emergere un’impressionante debolezza militare, non avendo il Cremlino calcolato appieno gli effetti della propria azione. Dal canto suo Washington aggredisce direttamente il Venezuela per rovesciare un regime che gli è avverso. Peggio ancora attacca, assieme ad Israele, l’Iran in maniera preventiva per impedire che Teheran giunga ad avere l’arma atomica. Un assalto improvviso, rovesciando il tavolo delle trattative sul nucleare, per poi finire ad impelagarsi nello stretto di Hormuz.

Fallimenti che mettono in luce la debole progettualità politica delle rispettive leadership. E se Washington quanto meno può vantare qualche successo militare, Mosca neanche quello. Ma è sul piano della strategia complessiva che le due superpotenze risultano perdenti perché vi è una lampante assenza di prospettiva nelle politiche del Cremlino e della Casa Bianca.

Invece di tessere una rete di alleanze inclusive – come bene o male accadeva ai tempi della Guerra fredda – ci si getta a capofitto in avventure militari che mettono a soqquadro quello stesso ordine internazionale di cui per ottanta anni sono stati garanti. E tutto questo per cosa? Per supplicare, come fa Washington con l’Europa, un aiuto per riaprire Hormuz? O per assistere, come fa Mosca, all’ingresso nell’Alleanza atlantica di Svezia e Finlandia, dopo che la stessa Nato era vista come il fumo negli occhi in Ucraina? Decisamente uno scacco per entrambe, con grande sollievo per la Cina che, dietro le quinte, spera di trarre vantaggio dai guai altrui per primeggiare sullo scacchiere mondiale.

La verità è che Russia e Stati Uniti hanno due leadership inadeguate e per questo pericolose per la stabilità globale. Inutili poi i richiami ad una maggior responsabilità. Durante la crisi di Cuba, un appello in tal senso da parte di Giovanni XXIII fu quanto meno ascoltato sia da Mosca che da Washington. Oggi alla Casa Bianca c’è un presidente che – a tanto siamo arrivati – si paragona niente meno che a Gesù e si scaglia senza freni contro il Papa impegnato – come è naturale – a promuovere la pace e la convivenza tra i popoli.

Una cosa però accomuna Mosca e Washington ed è l’avversione verso l’Unione europea. Ma se è questo ad unire e ad infastidire le superpotenze – mai come oggi tanto inaffidabili – più che mai occorre intraprendere con decisione il cammino dell’integrazione sovranazionale. Da soli i singoli Paesi europei nulla ed è un miraggio pensare a più favorevoli intese bilaterali, né da parte americana né – meno che mai – da parte russa. Russia e Stati Uniti non cercano alleati ma sudditi.

L’ungherese Viktor Orban è stato sconfessato dal Cremlino poco dopo la sconfitta elettorale, neanche fosse una colpa perdere in una normale competizione democratica. A Putin, del resto, nulla è più sconosciuto di un voto libero. E per Giorgia Meloni, che con la Casa Bianca si illudeva di fare la prima della classe, è bastato un normale dissenso per venire scaricata da Trump. Chissà, forse per la nostra premier – tra crisi energetica e disfatta referendaria – questa è la sola buona notizia delle ultime settimane.

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