Gino Paoli, poeta della musica italiana

Era forse il più famoso cantautore italiano. E ancor di più lo erano o, per meglio dire, lo sono le sue canzoni. Autentici capolavori dove musica e poesia si fondono. Stiamo parlando di Gino Paoli, poeta della musica italiana, che ha lasciati nei giorni scorsi a 91 anni. Lo credevamo genovese e invece era nato in Friuli, a Monfalcone. Genova fu però la sua città di adozione quella in cui trovò la sua strada ed ebbe la sua consacrazione.

Faceva parte di quell’eccezionale gruppo di artisti che era sbocciato sotto la Lanterna sul finire degli anni Cinquanta, quando l’Italia entrava nel boom economico. Un sodalizio di giovani come lui: c’erano Luigi Tenco, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Fabrizio De André. Nomi che hanno fatto grande la nostra canzone d’autore. Gente che ha scritto, cantato e reinterpretato pezzi indimenticabili che a distanza di decenni fanno sempre sognare, commuovere e, forse anche innamorare.

Fu in quel mondo, dove le note si incontravano con la poesia, che Paoli si trovò immerso nello spazio a lui più congegnale, nella sua dimensione più vivida. Inizi in verità non facili per un artista che, diversamente dai canoni dell’epoca, si presentava al pubblico in dolcevita nera ed occhiali scuri, avendo a che fare con un universo canoro dove il genere melodico faceva la parte del leone. Fu “Il Cielo in una stanza”, che Mina interpretò da par suo, a lanciare le sue canzoni nella notorietà della musica italiana. I suoi pezzi – La gatta, Senza fine, Sassi, Gli innamorati sono sempre soli – di nicchia sino a quel momento, cominciarono ad essere noti al grande pubblico e gettonati nei juke-box.

Nel 1963, nacque il suo capolavoro: “Sapore di sale”, la canzone che lo accompagnerà per sempre. Parole, musica e ritmo ma soprattutto emozioni, che da quel momento riempiranno l’immaginario di ogni generazione. Per il cantautore un grande successo che non bastò però a calmare la sua inquietudine. Quel vuoto che forse lo attanagliava e che in un attimo folle lo spinse a tentare il suicidio. La pallottola si fermò un istante prima dell’irreparabile, rimanendo conficcata ad un attimo dal cuore. Un miracolo.

Vecchi e nuovi amori segnarono la sua vita. Tre mogli – la seconda fu l’attrice Stefania Sandrelli – cinque figli per un’esistenza piena e movimentata. Persino una breve esperienza in Parlamento come indipendente del Pci, una parentesi chiusa in fretta perché quello non era certo il suo posto. Poi, per molti anni ancora, il susseguirsi di nuove stagioni di un artista, ma si dovrebbe proprio dire di un poeta, capace con le sue parole e le sue note di regalarci sempre nuove sensazioni. Bellissimo uno dei dischi della piena maturità dove, in fondo, racconta di sé e della sua vita, come in “Una lunga storia d’amore” o ne “L’ufficio delle cose perdute”. O ancora in “Questione di sopravvivenza”. Per non parlare, e siamo già negli anni Novanta, di “Quattro amici al bar”, un po’ l’immagine delle sue speranze e delle sue illusioni giovanili.

Una vena artistica inesauribile. Davvero senza fine. Proprio come il titolo di una delle sue canzoni più belle. E come senza fine saranno la sua poesia, i suoi ritmi e le sue note: straordinarie emozioni che ci accompagneranno per sempre.

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