Umberto Bossi: il Senatur della Padania
La frenesia referendaria ha immeritamente un po’ oscurato la scomparsa di Umberto Bossi, senza dubbio uno dei massimi protagonisti della politica italiana dell’ultimo trentennio. Il Senatur, come era notoriamente chiamato, ci ha lasciati a 84 anni, dopo una lunga malattia. Fondatore e indiscusso padre della Lega Nord, lo avevamo iniziato a conoscere nei primi anni Novanta, quando era balzato agli onori della scena pubblica, ma già da molto tempo prima bazzicava negli ambienti della politica, con confuse militanze a sinistra. Poi, nel 1987, a sorpresa, era stato eletto in Parlamento sotto le insegne di una nascente e curiosa formazione, la Lega Nord, che si proponeva niente meno che di dividere l’Italia in tre macro regioni.
Un balzano salto all’indietro prerisorgimentale che aveva trovato nel costituzionalista Gianfranco Miglio il suo più convinto propagandista, capace di fornire al neonato movimento leghista basi culturali decisamente più solide di quelle bossiane. E quel modesto partito, guardato con sufficienza dalle tradizionali e già affermate forze politiche, stava davvero emergendo. Presto avremmo cominciato a familiarizzare con il simbolo del Carroccio che ricordava Alberto da Giussano e i Comuni lombardi in lotta contro Federico Barbarossa, e che Bossi e i suoi avevano riconvertito nel nuovo baluardo contro lo Stato centralista. Contro Roma ladrona: lo slogan prediletto.
A dare spazio ai leghisti sopravvenne il disfacimento, per molti versi annunciato, della Prima repubblica. In quel sommovimento, che vide crollare consolidate gerarchie politiche, trovarono spazio anche le idee più assurde come la secessione del Nord. Di quella stagione Bossi, assieme a Roberto Maroni e Francesco Speroni, fu in assoluto il primo epigono. Ci abituammo così alla camicie verde e alle ampolle pagane, ai grandi raduni di Pontida e all’invenzione di un’inesistente Padania. Il tutto nel segno di un federalismo che qualcuno voleva far diventare secessione.
Ma, ironia della sorte, dopo tanto parlare, alla fine, l’unica riforma federalista, peraltro malamente congegnata, arrivò con la modifica del Titolo V ad opera del centrosinistra. Qualche anno dopo, Bossi divenne anche ministro per le Riforme istituzionali ma la sua riforma, quella della devolution sulle orme scozzesi, fu sonoramente bocciata dagli elettori. Una delusione cocente, cui si aggiunsero anche problemi connessi al finanziamento del partito. Mai chiariti del tutto.
La malattia che lo colpì appena passata la sessantina fece il resto, costringendolo a ruoli più defilati. Visse sempre più appartato da padre nobile del partito, non di rado scomodo per i suoi successori. Anche la Lega, del resto, aveva mutato pelle. Da partito autonomista, ben radicato nel Nord, forte nelle terre del moderatatismo democristiano cui aveva assorbito larga parte dell’elettorato, era divenuto qualcosa di diverso. Altro che una Csu bavarese in salsa lombardo-veneta. Ormai i nuovi capi ambivano a muoversi su scala nazionale e non più territoriale, lungo una deriva di una destra sempre più radicale ed estremista.
Alla pragmatica concretezza dei ceti produttivi settentrionali si era sostituita un’ideologia reazionaria, lontana anni luce dai vecchi sogni autonomisti. Una parabola estranea a Bossi che gli procurò molte amarezze, chiedendosi forse come fosse stato possibile. Il fatto è che nella vita le cose, a volte, prendono strane pieghe in cui è poi difficile raccapezzarsi sul loro inizio.
E dire che a cavallo tra la Prima e la seconda Repubblica, Bossi giocò con abilità le proprie carte. Un percorso politico contorto: con Silvio Berlusconi alle elezioni del 1994, poi nello stesso anno il ribaltone con Massimo D’Alema, quindi il ritorno a destra, digerendo persino – pur essendo di note ascendenze antifasciste – l’alleanza con gli ex missini. La legge Bossi-Fini sull’immigrazione – che sarebbe da rivedere completamente – resta l’emblema di quella stagione.
Più propenso – lo motteggiò Ciriaco De Mita – ad evocare i problemi che non ad individuare le soluzioni. A bene vedere non era così. Di soluzioni il Senatur della Padania ne aveva eccome. L’autonomia del Nord in un’Italia federale era la bandiera di un vasto progetto politico ed istituzionale. Una bandiera che non sembra avere eredi e su cui si può certamente dissentire, ma che va rispettata per la passione con cui è stata sventolata.
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