Dal pensiero di Fanfani la chiave per comprendere le cose nuove

Il dibattito scaturito in seguito all’articolo di Luigino Bruni su “Fanfani e la critica cattolica al capitalismo come tentativo di restaurazione“, apparso su Avvenire del 15 febbraio 2026, appare ricco di numerosi spunti di riflessione, utili a interpretare il presente e a delineare il futuro.
Sotto il profilo storico questa discussione fa emergere l’impossibilità di seppellire la straordinaria figura di statista e di intellettuale di Amintore Fanfani sotto l’enfasi del suo percorso negli anni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale. Operazione che, oggettivamente anche se non fosse intenzionale, favorisce una damnatio memoriae dello statista democristiano, volta a demolirne il profilo, come è successo ad altre grandi figure della rinascita italiana postbellica, come Aldo Moro ed Enrico Mattei, ai quali è toccata anche l’eliminazione fisica.
La prova del nove, per così dire, della oggettiva strumentalità di simili letture storiche la si riscontra nel fatto che riguardo a due tra i massimi artefici, sul piano culturale e mediatico, dello smantellamento del sistema economico cui si deve il miracolo italiano, come Eugenio Scalfari e Indro Montanelli nelle rispettive aree ideologiche, non si sia visto dare risalto alle loro posizioni giovanili negli anni del Fascismo, perché funzionali al sistema affermatosi nella famigerata seconda repubblica, dal quale con fatica il Paese sta cercando di liberarsi.
Eminenti figure come quella di Fanfani, sono state rese scomode dal corso degli eventi, interni e internazionali. Già a partire dal rapimento e uccisione di Moro e definitivamente con l’affermazione del “momento unipolare” seguito alla fine della cortina di ferro, si sanciva la conclusione di un ciclo di sviluppo di cui Fanfani fu una delle menti e poteva partire il sacco del patrimonio industriale pubblico italiano e la contestuale deformazione dell’iniziale progetto europeo che contemplava un’Europa sociale e pacifica, in una sorta di protettorato sensibile ai diktat dei grandi poteri finanziari transnazionali, raccolti e intrecciati attorno alla mai sopita venatura imperiale britannica, per fortuna contrastata, oggi più che mai da un rinato contrappeso “indipendentista” americano, seppur maldestramente rappresentato pubblicamente da un personaggio contraddittorio e pericoloso come Trump.
Ma, come si dice, il tempo è sempre galantuomo, ed ora, all’inizio del secondo quarto del XXI secolo la lezione del “cavallo di razza” Dc appare straordinariamente attuale sia sul versante economico che su quello internazionale.
Partiamo da quest’ ultimo ambito. Fanfani aveva, a modo suo, proseguito l’intuizione degasperiana che la costruzione della casa comune europea implica un forte ruolo italiano e un adeguato peso dell’Europa meridionale e mediterranea.
Presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, nel 1958 Fanfani afferma alla Fiera di Bari: «Sia come storico, sia come capo del governo, non posso dimenticare che l’Italia era doppiamente grande quando era consapevole della sua funzione di ponte tra l’Europa e i Paesi del Mediterraneo. L’Italia ha ritrovato oggi questa consapevolezza in un’atmosfera di libertà e di pace». L’area mediterranea costituiva una delle tre direttrici fondamentali della visione internazionale di Fanfani, insieme al dialogo con i Paesi in corso di de-colonizzazione del Sud del Mondo e, per quanto possibile, con la Russia e l’Est europeo. Si possono notare gli influssi esercitati su di lui da Giorgio La Pira e anche il fatto che fu agevolato nel portare avanti con un certo successo questo tipo di politica estera dall’iniziativa di Enrico Mattei in campo energetico volta a instaurare relazioni di carattere paritario e non predatorio, con i Paesi extraeuropei, che ha reso Mattei un autentico precursore dello spirito win-win, di cooperazione con reciproco vantaggio, che animerà mezzo secolo più tardi i Paesi aderenti al Coordinamento Brics.
Come non ricordare anche, in tempi in cui si ritorna a parlare di pilastro europeo della Nato, che Fanfani fu uno dei maggiori ispiratori del “neo-atlantismo”, iniziativa con cui l’Italia, cercò già a partire dalla metà degli anni cinquanta di ritagliarsi una maggiore autonomia in seno all’Alleanza atlantica.

Altrettanto valida, e di straordinaria attualità appare la visione economica e sociale di Fanfani, della quale il corporativismo rappresenta a mio avviso un aspetto di minore importanza e comunque evolutosi e armonizzatosi con il nuovo quadro dell’Italia repubblicana e democratica. I punti di forza di tale pensiero scaturiscono dalla lunga e approfondita ricerca di Fanfani sulle origini e sulla natura del capitalismo a partire dal medioevo italiano e fiorentino. In lui doveva essere ben chiaro il punto di rottura attraverso cui un sistema passa dall’essere governato dalla politica ad un sistema nel quale il sovrano, il mondo economico e quella che oggi definiamo società civile diventano invece camerieri di quanti hanno acquisito il potere sulla politica monetaria, consegnando a pochi privati il privilegio di creare moneta e di prestarla allo stato. Nei secoli sono cambiate le forme ma non la sostanza di questo indebito e pernicioso per la collettività, passaggio di potere. E ultimamente questo meccanismo ha finito per svuotare le nostre democrazie, riducendole, sempre più ai loro aspetti formali. Ora, in una fase in cui si registra un ritorno all’oro come base di politiche monetarie meno soggette ai giochi della speculazione finanziaria internazionale, e più funzionali alla redistribuzione della ricchezza anziché alla sua concentrazione all’infinito, il pensiero economico di Fanfani risulta congeniale allo scopo.
E può aiutarci anche a intravvedere ciò di cui non solo l’Italia, ma l’Europa comunitaria ha maggiormente bisogno per uscire dal declino e da una pericolosa spirale bellicista. Intervento pubblico in economia non solo per la guerra, come si sta facendo, ma soprattutto per lo sviluppo economico e sociale, un acquirente comunitario di fonti di energia che operi in un quadro di nazionalizzazione europea del settore energetico, un sistema bancario europeo a servizio dello sviluppo e non del mero profitto, una Banca Centrale pubblica, posseduta dagli Stati dell’Eurozona anziché posseduta e governata da privati in prevalenza fuori dall’Eurozona.

A ben vedere credo che il pensiero di Fanfani aiuti a rispondere anche alla questione posta alla fine del suo articolo da Luigino Bruni circa la capacità della Chiesa, e dell’attuale Pontefice, di ragionare in termini di apertura al nuovo in campo sociale anziché di restaurazione. E se proprio nell’eredità intellettuale di Amintore Fanfani fosse racchiusa una delle chiavi per il discernimento delle cose nuove del nostro tempo?

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