Brasile: quarto mandato per Lula

In Brasile quarto mandato presidenziale per Lula da Silva che, sfiorando il 52 per cento dei suffragi, vince la sfida contro Flavio Bolsonaro fermatosi un paio di decimali sopra il 48. Un’impresa clamorosa per il presidente uscente. Questi che, dopo il primo turno, era dietro Bolsonaro di 2,8 milioni di voti, al ballottaggio ha staccato il rivale di ben 4,5 milioni. Mai era accaduto, in una contesa per la presidenza carioca, che un candidato giunto in svantaggio alla prova decisiva, riuscisse a rimontare e a far propria la partita.

Chiara la suddivisione geografica del voto tra i due contendenti. Lula ha il suo serbatoio elettorale nel Nordest, tra le aree più povere del Paese, mentre le più ricche regioni centrali e meridionali hanno visto prevalere Bolsonaro. Ago della bilancia si è rivelato il Minas Gerais – venti milioni di abitanti e una superfice quasi doppia rispetto all’Italia – che il presidente uscente conquista al ballottaggio dopo essersi trovato in seconda posizione nella tornata iniziale.

Lula ha saputo mobilitare molti degli astensionisti del primo turno, sebbene già in quell’occasione si fosse registrata un’affluenza di quasi l’80 (livello stratosferico se paragonato alle magre di casa nostra). Gran parte dell’elettorato ha inteso respingere la visione ultraliberista di Bolsonaro cui non hanno giovato i toni aggressivi usati nei due dibattiti televisivi. Così molta gente che aveva disertato le urne nel turno preliminare si è recata ai seggi per quello decisivo.

Per Lula, ad 81 anni nuovamente alla testa del Paese per il prossimo quadriennio, la strada si preannuncia in salita. A cominciare dai mercati finanziari, che tifavano per Bolsonaro, in caduta di diversi punti. Altrettante difficoltà si profilano sul piano politico. La destra ha la maggioranza assoluta in Senato e relativa alla Camera e sarà in grado di bloccare molti dei provvedimenti presidenziali. Per governare Lula dovrà cercare il sostegno delle frange centriste, giostrando abilmente nei meandri parlamentari. Cosa già riuscitagli molto bene nella precedente legislatura.

In ogni modo, a differenza di Cile ed Argentina egemonizzati dalla destra, il Brasile ancora una volta premia il fronte progressista puntando su politiche volte a ridurre le enormi disuguaglianze che segnano la società carioca. Si tratterà di coniugare le aperture sociali – come la conferma del famoso sussidio “Bolsa familia” che ha aiutato milioni di persone ad uscire dalla povertà – con il rilancio dell’economia. L’incremento del Pil, statistiche alla mano, risulta del due per cento. Una soglia ottimale per qualsiasi Paese europeo ma insufficiente in una realtà come quella brasiliana dove persistono grandi sacche di sottosviluppo e mancano molte infrastrutture. Gran parte degli economisti ritiene che per sostenere gli investimenti e ridurre le iniquità sociali senza aumentare il debito, servirebbe una crescita annua del 4 per cento. Da qui la necessità di fornire maggior dinamismo al gruppo dei Brics (di cui il Brasile fa parte con Cina, Russia, India e Sudafrica), di avviare gli accordi del Mercosur con l’Unione europea e di cooperare con gli Stati Uniti.

Desta frattanto clamore, la fuga di Bolsonaro verso gli Stati Uniti per sottrarsi alle accuse di riciclaggio su cui indaga la magistratura, non prima però di aver contestato la regolarità della vittoria di Lula. Validità riconosciuta sia dal Tribunale elettorale, che ha respinto la tesi dei brogli, sia dagli stessi dirigenti del Partito liberale (formazione di cui Bolsonaro è leader), pronti a contrastare Lula in Parlamento ma non ad assecondare altre strade marcatamente eversive.

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