Gianfranco Morgando: un uomo politico perbene
Con Gianfranco Morgando, scomparso nei giorni scorsi, a venir meno non è soltanto un importante esponente del Pd piemontese ma anche, se non soprattutto, un punto di riferimento del popolarismo e della sinistra sociale.
Una carriera pubblica iniziata sul finire degli anni Sessanta entrando nella Democrazia cristiana e schierandosi con Forze Nuove, la corrente di sinistra fondata ed animata da Carlo Donat-Cattin. Proprio quest’ultimo – assieme a Guido Bodrato altro grande leader del riformismo cattolico – può considerarsi il nume tutelare della sua esperienza politica.
L’esordio nelle istituzioni – come si usava una volta, quando si partiva dal basso e non si veniva cooptati dall’alto – avvenne da consigliere comunale a Borgiallo, piccolo centro del Canavese, dove era nato nel 1949. Da lì, in pochi anni, il balzo al Comune di Torino e quindi alla Provincia. Eletto alla Camera nel 1992, ma non riconfermato due anni dopo quando l’onda berlusconiana travolse il centrosinistra, tornò a Montecitorio nel 1996 con la vittoria ulivista di Romano Prodi. Approdò al governo come sottosegretario all’Industria con Massimo D’Alema e poi al Tesoro con Giuliano Amato. Nel 2006 entrò al Senato. Una breve legislatura: due anni appena, chiusa coin la crisi del secondo governo Prodi, e alle successive elezioni Morgando decise di non più ricandidarsi.
Allo scioglimento della Dc era stato naturale, appartenendo alla sinistra sociale, aderire al Partito popolare di Mino Martinazzoli, di cui fu uno dei fondatori in Piemonte. Successivamente si aprì la stagione della Margherita, per poi partecipare alla nascita del Pd, di cui fu segretario regionale, Un impegno nella costruzione della comune casa del riformismo italiano, senza mai sottacere le difficoltà insite nell’incontro tra la sinistra ex comunista e il cattolicesimo democratico.
Quando reputò fosse giunto il momento di fare un passo indietro dall’attività pubblica propriamente detta, iniziò a dedicarsi agli aspetti più prettamente storici e culturali della politica. Nelle vesti di direttore della Fondazione Donat-Cattin avviò il progetto di risistemazione degli archivi della Dc piemontese. Un lavoro di ricerca in quella vasta, ed ancora inesplorata, documentazione che raccoglie e racconta le vicende dello Scudo crociato nella nostra regione, con i suoi protagonisti e i suoi complessi addentellati politici, economici e sociali.
Riteneva necessario non disperdere i tratti dell’esperienza democratico cristiana tanto importante e decisiva nella nostra vita repubblicana. Non certo per un’operazione nostalgica, ma per recuperare e valorizzare un patrimonio di cultura politica in grado di fornire una bussola per orientarsi nelle tribolate vicende pubbliche di oggi.
Restava pienamente convinto che la politica dovesse sempre partire dal legame con il territorio e dall’incontro con la gente, ascoltandone i bisogni, cercando soluzioni concrete senza proclami demagogici ed astratti.
Una politica da non ridurre solamente ad ambizione personale o a scontro per il potere, ma capace di trovare una sintesi tra idee ed interessi diversi in vista del bene comune. Legittime, certamente, le contrapposizioni, senza però dimenticare che prima delle ideologie ci sono sempre le persone. Ed è, in fondo, questo modo di concepire l’impegno pubblico, con uno stile sobrio, mai sopra le righe sempre rispettoso degli altri, a mostrarci il suo autentico spessore culturale ed umano. Quello di un politico, ma soprattutto, di un uomo perbene.
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