Elezioni di medio termine: gli Stati  Uniti voltano pagina

L’America volta pagina. Inizia la fine della presidenza Trump e si spera, anche quella del suo frutto più velenoso: l’ideologia del Make America Great Again che ha cambiato, in peggio, i classici connotati del Partito repubblicano e ancor più quelli dell’intera nazione. Il voto di metà mandato parla chiaro: un’onda progressista attraversa il Paese ed irrompe laddove spadroneggiava il radical-populismo dei Maga, permettendo ai democratici di conquistare una netta ed indiscussa maggioranza sia al Senato che alla Camera dei rappresentanti.

Ma al di là di quest’esito – un cambio della guardia al Congresso – non certo nuovo nella storia politica statunitense, sono le modalità a darle una portata storica. Vediamo infatti cadere consolidate roccaforti repubblicane dopo decenni di incontrastato predominio. Il Great Old Party perde il Texas che aveva fatto proprio nel 1988, e viene sconfitto in Kansas dove i democratici non avevano un senatore addirittura dal 1932, quando venne eletto Franklin D.Roosevelt. Passano poi ai Dem Ohio, Georgia e Nord Carolina e il Michigan spedisce a Washington il primo musulmano eletto al Senato.

A conti fatti il rapporto dei seggi al Senato si inverte, 54 a 46, a favore dei democratici e finisce sotto controllo dei Dem anche la Camera con uno scarto di quasi cento seggi: 237 a 138. A piene mani anche il bottino dei governatori. Cifre che danno l’idea della svolta. Evidente che le politiche di Trump tra dazi tolti e messi senza curarsi degli effetti sull’economia ed azioni militari condotte in maniera irresponsabile, hanno stancato una buona fetta del suo stesso elettorato. Tutto questo ha inciso sul voto, cominciando ovviamente dal prezzo del carburante, voce di spesa su cui l’americano medio è più sensibile.

L’America di Trump oggi è più debole sulla scena internazionale. Lo è anche a causa del conflitto improvvidamente scatenato contro l’Iran. Paese che, al contrario degli Stati Uniti, manovrando a piacimento sullo stretto di Hormuz, è più forte di prima della guerra. Fallimento completo anche nel conflitto tra Russia ed Ucraina. Come c’era da aspettarsi, il sostegno offerto a Putin non è servito ad ammorbidire le posizioni di Mosca, ponendo soltanto Washington in contrasto con gli alleati europei. E si spera che Pechino non tenti qualche colpo di mano con Taiwan, approfittando di una presidenza tanto chiassosa quanto irresoluta.

Altro che Maga. Altro che un’America nuovamente grande. Qui siamo al suo opposto. Gli Stati Uniti sono meno influenti nello scacchiere mondiale e più fragili a livello economico. Una situazione di cui ha preso atto anche parte dell’elettorato trumpiano, indignato anche dagli opachi interessi finanziari che contornano il tycoon.

E adesso? Trump ha ancora due anni di mandato. Un biennio nel quale dovrà comporre, volente o nolente, con un Congresso guidato dai suoi antagonisti. Nessuna novità. In passato è successo a molti presidenti sia repubblicani che democratici: Ronald Reagan, Dwight Eisenhower, Bill Clinton coabitarono senza particolari problemi con maggioranze avverse. Vedremo cosa farà Trump.

Il tempo delle spacconate preelettorali è finito ed è giunto il momento di cambiare logica. La Casa Bianca ha potere di veto sulle leggi, e in qualche caso lo userà, ma per il resto c’è da credere che il tycoon saprà adeguarsi al nuovo corso più in fretta di quanto si pensi. È ormai ben nota la sua condotta. Trump maltratta chi reputa si trovi in condizioni di debolezza, come succede con Zelenski, ma si mostra conciliante con chi vede in posizione di forza, come accade con Putin. Farà lo stesso con i nuovi leader del Congresso nei due anni che restano alla sua presidenza.

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