Togliere il cartello. Politica, verità e responsabilità dopo la fine dell’illusione
Di Gianni Bottalico
Il recente intervento del primo ministro canadese Mark Carney ha avuto il merito di dire una cosa semplice e, proprio per questo, scomoda: l’ordine internazionale basato sulle regole non sta attraversando una fase di aggiustamento, ma una frattura. Continuare a comportarsi come se funzionasse ancora non lo salverà. Al contrario, rischia di indebolire ulteriormente chi, su quell’ordine, ha costruito sicurezza, prosperità e identità politica.
L’immagine usata da Carney – un cartello lasciato in vetrina anche quando nessuno crede più a ciò che proclama – non è una metafora elegante. È una diagnosi politica. Dice che i sistemi non reggono solo per la forza o per la coerenza interna, ma anche per l’abitudine, per il conformismo, per la disponibilità collettiva a non guardare fino in fondo ciò che sta accadendo.
È da qui che vale la pena partire. Non per commentare un discorso, ma per interrogare noi stessi.
Per anni il linguaggio dell’“ordine basato sulle regole” ha svolto una funzione precisa: rassicurare. Ha permesso di tenere insieme interessi divergenti, asimmetrie evidenti, violazioni selettive, senza doverne trarre conseguenze politiche. Quel linguaggio non descriveva più il mondo, ma lo rendeva abitabile. Era una finzione utile.
Il problema non è che le regole siano state violate. Lo sono sempre state. Il problema è che abbiamo continuato a comportarci come se funzionassero, anche quando non garantivano più equilibrio, quando non proteggevano più i più deboli, quando l’integrazione economica diventava strumento di pressione e non di cooperazione. Si è preferito l’adattamento silenzioso alla presa d’atto, la prudenza alla responsabilità.
Questa postura non è stata neutra. Ha prodotto una progressiva erosione della sovranità reale, mascherata da rispetto delle procedure; una delega strutturale di sicurezza, energia, tecnologia e finanza, compensata da un eccesso di linguaggio normativo; una politica estera sempre più dichiarativa e sempre meno capace di incidere.
In Europa, e in Italia in particolare, questo processo è stato accompagnato da una convinzione profonda: che le alleanze, la geografia e l’appartenenza a un ordine “giusto” fossero sufficienti a proteggerci. Non lo erano. E oggi ne vediamo il prezzo.
Di fronte alla frattura in atto, il dibattito pubblico oscilla tra due risposte speculari e ugualmente insufficienti. Da un lato la nostalgia per un ordine che non tornerà, riproposta come se bastasse invocare le regole perché tornino a funzionare. Dall’altro il ripiegamento sovranista, che promette protezione attraverso la chiusura e produce isolamento, fragilità, dipendenza.
Sono entrambe scorciatoie. Nessuna delle due affronta il nodo vero: come ricostruire capacità politica senza mentire, come tornare a essere soggetti senza fingere di esserlo.
Qui l’intervento canadese indica una direzione che merita di essere presa sul serio: il ruolo delle potenze medie. Non come categoria geopolitica astratta, ma come spazio politico concreto. Il futuro non sarà governato solo da imperi, ma neppure da istituzioni universali ormai paralizzate. Passerà da Paesi che, non essendo egemoni, scelgono di agire insieme, condividendo costi, rischi e visione. Non per idealismo, ma per realismo.
Un realismo che non rinuncia ai valori, ma smette di usarli come alibi.
Questo comporta una scelta netta: togliere il cartello dalla vetrina.
Smettere di dire che l’ordine basato sulle regole funziona quando non funziona.
Smettere di applicare standard diversi a seconda degli interlocutori.
Smettere di confondere la prudenza con l’inerzia.
Vivere nella verità, in politica, non significa moralizzare il mondo né semplificarlo. Significa chiamare le cose con il loro nome, riconoscere i limiti, ridurre le vulnerabilità, investire nella resilienza condivisa. Significa accettare che la sovranità non è gratuita, che la coerenza ha un costo, che la responsabilità non si delega.
È la stessa responsabilità che vale quando si parla di pace e di guerra: senza verità e senza assunzione della realtà, anche le parole più nobili rischiano di diventare un alibi.
Qui si misura anche la qualità della democrazia. Perché senza verità non c’è comunità; senza comunità non c’è sovranità; senza sovranità la democrazia rischia di ridursi a gestione ordinata del declino.
La domanda, allora, non è teorica. Riguarda direttamente l’Italia e l’Europa. Riguarda la loro disponibilità a uscire dalla finzione rassicurante in cui hanno abitato troppo a lungo. Riguarda la scelta se continuare a tenere quel cartello in vetrina, sperando che basti a proteggerle, o se assumersi finalmente il rischio di una postura politica più esigente, meno retorica, più responsabile.
Il vecchio ordine non tornerà.
La nostalgia non è una strategia.
La verità, se assunta fino in fondo, può ancora diventarlo.
Lascia un commento