COP30: la politica che non decide
La frattura del modello di sviluppo e il compito civile di ricostruire il futuro.
La COP30 di Belém ha mostrato con una chiarezza ormai ineludibile che il problema non è la scienza, ma la politica. Non mancano dati, previsioni, allerte o tecnologie: manca la capacità delle leadership globali di guardare oltre il breve periodo e assumere la responsabilità storica della transizione ecologica. Il vertice che avrebbe dovuto essere “la COP della verità” si è dissolto in un compromesso che non affronta il cuore della crisi: l’uscita dai combustibili fossili. Un compromesso che rivela la fragilità delle maggioranze internazionali chiamate a governare un cambiamento epocale e la difficoltà di riconoscere quanto profondamente la crisi climatica stia ridefinendo la nostra vita sociale, economica e democratica. La COP30 non è stata debole per mancanza di tecnica, ma per mancanza di politica.
La sostenibilità non è un capitolo dell’agenda ambientale: è una scelta di modello di sviluppo. È il terreno su cui un Paese decide quale tipo di società vuole diventare: più giusta o più diseguale, più solidale o più fragile, più democratica o più concentrata sugli interessi di pochi. Nella sua tradizione migliore, l’Europa ha provato a interpretarla come costruzione di un nuovo equilibrio tra economia, società e ambiente, mettendo al centro la qualità della vita delle comunità. Ma questa visione non è condivisa ovunque. In molti contesti del mondo la sostenibilità è percepita come un vincolo imposto dall’esterno, un freno, un limite alla crescita. Ed è su questo crinale che si è spezzata l’ambizione di Belém: tra chi vede la sostenibilità come progetto di giustizia e chi la considera una minaccia al proprio sviluppo.
Sostenibilità, povertà e ingiustizia storica
Nel mondo reale, la transizione ecologica non è un ideale astratto. Per milioni di persone la priorità resta uscire dalla povertà, avere accesso a energia stabile, costruire un’economia che permetta di vivere dignitosamente. E qui emerge il paradosso politico fondamentale: i Paesi ricchi hanno costruito la loro prosperità bruciando carbone, petrolio e gas; ora chiedono ai Paesi poveri di crescere senza attraversare quelle stesse fasi. Dal punto di vista climatico è una richiesta necessaria; da quello politico è inaccettabile senza un nuovo patto globale che includa giustizia finanziaria, trasferimento tecnologico, cooperazione reale e investimenti nei servizi essenziali. Per molti Paesi del Sud globale, la transizione appare come l’ennesimo meccanismo con cui il Nord mantiene i propri vantaggi. La sostenibilità non è un lusso per ricchi: è un diritto dei poveri. Ma è un diritto che deve essere reso possibile, non predicato.
COP30 e fratture geopolitiche
La debolezza di Belém non nasce da un errore diplomatico, ma da tre fratture geopolitiche ormai strutturali. La prima riguarda i Paesi produttori di petrolio e gas, che difendono un modello di ricchezza fondato sulle rendite fossili e non accettano impegni vincolanti che possano destabilizzare i loro assetti interni. La seconda riguarda le grandi economie emergenti, per le quali la crescita resta una priorità strategica e simbolica: è la promessa fatta a società che rivendicano benessere dopo decenni di ritardi e disuguaglianze. La terza frattura riguarda l’Occidente, diviso tra ambizioni climatiche e paure sociali, tra tensioni geopolitiche e difficoltà di mantenere leadership credibili. Sullo sfondo, la crisi del multilateralismo pesa come una zavorra: un sistema nato nel dopoguerra fatica a governare crisi globali interconnesse che nessun Paese può affrontare da solo. La COP30 è fallita perché il mondo è diviso. E quando il mondo è diviso, a pagare sono i territori più fragili.
Il compromesso della Mutirão Decision
Dietro la retorica del “lavoro comunitario”, la Mutirão Decision (mutirão è un termine autoctono brasiliano che significa mobilitazione collettiva per perseguire un fine comune, ndr) si limita a un testo che non affronta la radice del problema: non nomina i combustibili fossili, diluisce la transizione energetica in formule vaghe, sposta obiettivi cruciali al 2035 e inserisce strumenti finanziari che rischiano di produrre nuovo debito. Non si tratta di limiti tecnici: è una rinuncia politica. Belém non è mancata di coraggio: è mancata di maggioranze.
La triplicazione dei fondi per l’adattamento è stata annunciata senza meccanismi chiari. Gli acceleratori globali, le missioni climatiche e i nuovi programmi introdotti non hanno mandato, risorse, controllo o verificabilità. Sono organismi pensati per dare l’impressione di un movimento, senza generare cambiamento. È la tattica del rinvio: creare processi quando si vuole evitare decisioni, produrre parole quando si vuole evitare conflitti. Ma la crisi climatica non concede il lusso del rinvio.
Diritti, comunità, giustizia
In questo quadro frammentato emergono tre conquiste che non vanno sottovalutate. La prima è il riconoscimento della transizione giusta come questione sociale e democratica, e non soltanto energetica. La seconda è l’adozione degli indicatori globali per l’adattamento, che permettono finalmente di misurare l’azione politica e di distinguere impegni reali da dichiarazioni. La terza riguarda i diritti: per la prima volta i popoli indigeni e le comunità afrodiscendenti entrano nei testi negoziali come soggetti politici della transizione. Sono risultati che nascono dal basso: dalle comunità che vivono sulla propria pelle il cambiamento climatico e che chiedono non solo protezione, ma giustizia.
A Belém è mancata la politica che incrocia la vita quotidiana delle persone. La COP non ha parlato delle famiglie che non reggono più il costo dell’energia, dei territori colpiti da alluvioni e frane, delle comunità che vivono l’impatto degli eventi estremi, del lavoro che cambia, delle disuguaglianze territoriali che la transizione rischia di ampliare. La crisi climatica è già la nuova questione sociale; la transizione ecologica è già la nuova questione democratica. Quando questi temi restano ai margini, la transizione si riduce a un esercizio tecnico che non modifica la vita reale.
Ripartire dalle comunità e dai territori
Se la politica globale non decide, non sono i territori a dover supplire. È la politica che deve tornare ai territori, perché è lì che la crisi si manifesta e lì che possono nascere le soluzioni più credibili. Le comunità non sono “livelli amministrativi”: sono luoghi di vita, relazioni, lavoro, prossimità. Sono il tessuto sociale dove cambia la qualità della convivenza. Qui transizione significa rigenerazione urbana, servizi di prossimità, infrastrutture educative e sociali, innovazione locale, coesione. Le comunità sono oggi il vero laboratorio del futuro perché integrano sociale, ambientale ed economico in un’unica trama. La transizione non è un tema per élite: è il modo in cui difendiamo e ricostruiamo la vita quotidiana.
La COP30 non ha offerto la svolta che molti attendevano. Ma indica un compito politico chiaro: ricostruire un patto democratico che renda possibile una transizione giusta. Un patto che non si limita a ridurre le emissioni, ma tutela la dignità delle persone, la tenuta delle comunità, l’equilibrio dei territori. Un patto che nasce dall’intreccio tra istituzioni, società, reti civiche, imprese responsabili, cultura e cittadinanza attiva. La transizione giusta non è un automatismo: è una scelta di civiltà. E si costruisce insieme, nel luogo dove la vita accade: nelle comunità e nei territori.
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