Gaza, uno sterminio non si cancella con uno sterminio più grande

Genocidio. Secondo la definizione adottata dall’ONU, «gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». È esattamente quello che sta facendo il governo di Israele nei confronti dei palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania, con una determinazione e una ferocia che ha pochi eguali nella storia.

La persecuzione dei palestinesi da parte degli israeliani ha radici antiche, risale al 1948, nel momento stesso della fondazione dello Stato di Israele e della successiva guerra arabo-israeliana. A causa del conflitto, circa 700.000 palestinesi furono costretti ad abbandonare le loro case e i loro villaggi, spesso cacciati via con la forza dagli israeliani, che da allora hanno sempre rifiutato di riconoscere il loro diritto al ritorno nelle loro terre. È quella che nel mondo arabo e nella cultura palestinese è conosciuta come Nakba, “la catastrofe”, mentre qui in Occidente è sostanzialmente ignorata. A causa di questo sgombero forzato, a distanza di decenni oltre cinque milioni di palestinesi vivono ancora come “sfollati” in quelli che in modo abbastanza ipocrita vengono tuttora definiti “campi profughi” all’interno del territorio che dovrebbe essere lo Stato di Palestina, mai nato, oppure nei Paesi limitrofi – Giordania, Siria e Libano – spesso conservando da generazioni le chiavi di quelle case che gli israeliani li costrinsero ad abbandonare nel ’48 e dove da allora gli impediscono di tornare.

Da quel momento, il conflitto israelo-palestinese non ha fatto altro che incancrenirsi, con periodici episodi di recrudescenza che hanno contribuito a creare un solco sempre più ampio e insanabile fra le due etnie, alimentato anche da motivazioni religiose. Tuttavia, non c’è dubbio che in questa situazione di conflitto perenne, a partire dall’episodio scatenante della Nakba e nel corso dei decenni successivi, la parte dell’aggressore spetta principalmente a Israele, che da sempre perseguita e provoca la popolazione palestinese appropriandosi del loro territorio in barba al diritto e alle convenzioni internazionali, godendo di una impunità senza eguali nel mondo. Nel corso di oltre 70 anni, l’ONU ha emesso decine di risoluzioni di condanna nei confronti di Israele, senza che questo abbia comportato la benché minima sanzione da parte della comunità internazionale, o meglio dell’Occidente, che in altri casi per molto meno ha deciso di bombardare intere nazioni, come avvenuto con la Serbia e la Libia. Due pesi e due misure, come si dice.

A Israele tutto è permesso, dagli omicidi mirati all’estero ai bombardamenti di siti ritenuti “pericolosi” per la sopravvivenza della propria nazione, fino all’occupazione illegale dei territori appartenenti ai palestinesi, i quali si difendono come possono, il più delle volte con la propria resilienza non violenta, altre volte con episodi terroristici di diversa entità, che suscitano il doveroso sdegno e orrore nella comunità internazionale, ma soprattutto forniscono a Israele il pretesto per ritorsioni di proporzioni ben maggiori.

L’ultimo di questi episodi commesso da terroristi palestinesi è il famigerato attacco del 7 ottobre 2023, quando i militanti di Hamas per la prima volta sono penetrati in territorio israeliano lungo il confine con la Striscia di Gaza, uccidendo circa 1200 persone, di cui 800 civili, mentre oltre 250 persone sono state prese in ostaggio. Un episodio terribile, condannato da tutti per la ferocia con cui è stato perpetrato e che ha scosso il mondo intero. Un attacco rispetto al quale Israele è apparso incredibilmente impreparato. Il più grande esercito del Vicino Oriente non è stato in grado di difendere i propri cittadini, mentre il Mossad, senz’altro uno dei migliori servizi segreti del mondo, sembrerebbe non aver previsto l’attacco stesso.

Una nazione che vive in uno stato di allerta perenne e che controlla in maniera totale e capillare tutto ciò che avviene a Gaza, non è stata in grado di prevenire o di stroncare sul nascere questa azione terroristica.

Se il 7 ottobre Israele avesse reagito con anche solo un decimo della potenza di fuoco messa in campo nei mesi successivi, quello stesso giorno avrebbe risolto il problema di Hamas, perché in un colpo solo avrebbe potuto eliminare tutti i terroristi e, soprattutto, solo i terroristi.

Però non l’ha fatto.

Dopo decenni che sentiamo ripetere ossessivamente il trito ritornello “Israele ha il diritto di difendersi” per giustificare qualunque azione di Israele, anche quelle in palese violazione del diritto internazionale, questa volta Israele avrebbe davvero avuto tutto il diritto e anche il dovere di difendersi, a costo di sterminare tutti i terroristi penetrati nel suo territorio.

Però non l’ha fatto.

Perché? All’inizio, Netanyahu ha provato ad accusare il Mossad di non aver avvisato il governo del pericolo, ma i vertici dei servizi hanno rimpallato le accuse. In ogni caso, molti indizi indicano che i vertici di Israele erano stati informati, ma non hanno preso contromisure adeguate. Da qui nascono due ipotesi, la prima che abbiano deliberatamente deciso di lasciarsi colpire (magari senza immaginare la gravità dell’attacco) per poi avere la scusa per una ritorsione, la seconda che non siano all’altezza del loro compito, ovvero proteggere i propri cittadini.

Ma questo ha un’importanza relativa. Il dato di fatto è che quell’atroce attacco terroristico ha dato il pretesto per portare avanti un massacro di proporzioni mai viste, non solo nel conflitto israelo-palestinese, ma anche in altri contesti di guerra. Una carneficina di proporzioni bibliche, verrebbe da dire con un termine tanto inquietante quanto calzante, visto che il governo di Netanyahu è sostenuto dalla Destra ultra ortodossa, quella per intenderci che segue alla lettera i dettami della Bibbia, e ritiene che tutta la Palestina, “dal fiume al mare”, ovvero dal Giordano al Mediterraneo, debba essere appannaggio esclusivo degli Ebrei.

Attenzione, non tutti gli ebrei la pensano così. Ma il dramma è che lo pensa l’attuale governo di Israele e, presumibilmente, la maggioranza degli israeliani che lo ha votato e lo sostiene ancora dopo quasi due anni di guerra e nonostante il crescente isolamento internazionale. Vogliono tutta la Palestina per loro. Il problema è che in Palestina c’è un altro popolo, i palestinesi appunto, che stavano lì da ben prima che gli scampati all’Olocausto nazista sbarcassero in quelle terre rivendicando il loro diritto a uno stato dove poter vivere lontano dalle persecuzioni subite nel corso dei secoli.

Ebbene, l’atroce attentato compiuto da Hamas (e non contrastato a dovere da Israele) ha paradossalmente fornito al governo Netanyahu la possibilità di adottare quella che, a tutti gli effetti, può essere definita la soluzione finale, ovvero la rimozione di tutti i palestinesi tramite la loro eliminazione fisica o la deportazione.Questo è il disegno ormai palese del governo Netanyahu, al quale la comunità internazionale non è stata finora in grado di opporsi, o peggio non ha voluto farlo.

Quello a cui stiamo assistendo da mesi è un massacro sistematico della popolazione palestinese, in massima parte civili, troppo spesso bambini, che viene uccisa in tutti i modi: bombe, droni, carri armati e incursioni dell’esercito, ma soprattutto con un assedio spietato e odioso, che non lascia entrare cibo e medicine e, quando lo fa, utilizza la fame come richiamo per poi iniziare il tiro al bersaglio sui disperati che cercano solo un sacco di farina. Un orrore senza limiti, perpetrato cercando di nasconderlo il più possibile, ovvero allontanando i giornalisti, la Croce Rossa, l’ONU, le Organizzazioni umanitarie e chiunque possa aiutare i palestinesi o testimoniare la loro sofferenza.

Ma la tragedia è comunque sotto gli occhi di tutti e ha raggiunto limiti inauditi, come dimostrano le pochissime testimonianze che riescono a uscire da quell’inferno a cielo aperto che è diventata Gaza. In nessun conflitto recente si erano mai raggiunti simili livelli di feroce persecuzione attuata in modo scientifico e nella totale impunità. L’unico paragone possibile, e non è una provocazione, ma un dato di fatto, è proprio con il genocidio messo in atto dai nazisti contro gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. A subire quello sterminio furono i padri e i nonni degli attuali israeliani, ma questo non dà il diritto ai loro figli e nipoti di fare altrettanto ai palestinesi.

Un orrore non si cancella con un altro orrore. Uno sterminio di massa non ne giustifica un altro.

Dopo l’Olocausto e in conseguenza di esso, avvennero due fatti di rilevanza storica: il processo di Norimberga a carico dei criminali nazisti, e il riconoscimento da parte della comunità internazionale della nascita dello Stato di Israele. Oggi, dopo il massacro di decine di migliaia di palestinesi inermi, onestamente non ci aspettiamo che venga istituito un Tribunale Internazionale per giudicare i crimini di Netanyahu e del suo governo, ma non c’è dubbio che, per rendere minimamente accettabile lo sterminio messo in atto a Gaza, l’unico atto possibile sia quello del riconoscimento pieno e immediato dello Stato di Palestina, adottando finalmente la soluzione “due stati per due popoli” che da troppo tempo langue nel ripostiglio della Storia.

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