Venezuela: elezioni legislative contestate
In Venezuela il Partito socialista unitario (Psuv) del presidente della Repubblica, Nicolas Maduro, ha vinto le elezioni legislative ottenendo l’82 per cento dei suffragi ma la tornata elettorale ha visto il boicottaggio delle principali forze di opposizione. Un’azione promossa da Maria Corina Machado, da mesi in clandestinità per sfuggire all’arresto, che alla testa della Piattaforma unitaria democratica (Pud), ha invitato i cittadini a disertare il voto. Sull’affluenza alle urne è guerra di cifre tra il governo e l’opposizione. Il Consiglio nazionale elettorale, di fonti governativa, parla di una percentuale di votanti attorno 42 per cento degli elettori, che il cartello degli oppositori riduce al 12.
La tensione che ha contrassegnato la tornata legislativa ricalca quella di dieci mesi fa nelle elezioni presidenziali. Lo scorso luglio Maduro ha ritenuto di aver vinto la prova e di essere il legittimo capo di Stato venezuelano, ma l’opposizione sostiene che il vero vincitore sarebbe stato il proprio candidato, Edmundo Gonzalez Urrutia. Dopo il voto, il regime ha scatenato una dura repressione costringendo Gonzalez a riparare all’estero e la Machado a rifugiarsi nella clandestinità. L’esito delle elezioni, con la presunta riconferma di Maduro alla presidenza, non è però stato riconosciuto a livello internazionale.
Elezioni truccate, violenza e repressione: questi gli ingredienti con i quali Maduro si mantiene al potere, sostenuto da una fascia sempre più esigua di popolazione. Ed è in questo quadro che si colloca la scelta dell’opposizione di tenersi fuori da una contesa elettorale ritenuta falsata in partenza. Del fronte contrario a Maduro soltanto Alleanza unica, dello storico dissidente Henrique Capriles, si è discostata dalla linea di intransigenza, preferendo partecipare comunque al voto e conseguendo il 5 per cento.
Se l’esito elettorale era del tutto scontato, unico motivo sorprendente è stata la volontà del Venezuela di estendere il voto alla Guayana Esequiba, regione appartenente alla Guyana, Stato al confine orientale venezuelano. Da molti decenni Caracas rivendica il possesso di quest’area, ricca di giacimenti petroliferi. Per Maduro l’occasione di cavalcare un’ondata nazionalista, tradizionale asso nella manica di qualsiasi regime autoritario nel tentativo, spesso fruttuoso, di ricompattare la popolazione in nome di un improprio patriottismo.
Nel dicembre 2023 in Venezuela è stato addirittura indetto un referendum con la prevedibile vittoria del fronte favorevole all’annessione dell’Esequiba (160mila kmq, 125mila abitanti) che in verità, sul piano sostanziale, si è concluso con un nulla di fatto. Da Georgetown, capitale della Guyana, viene respinto qualsiasi addebito e del resto le velleità venezuelane non trovano alcun sostegno internazionale. A ben vedere siamo dinanzi ad un contesto che – fatte tutte le debite proporzioni – richiama l’eco delle pretese egemoniche russe sul Donbass. Non a caso Mosca sostiene Caracas.
Alle legislative di domenica scorsa, nessun seggio era presente nell’Esequiba, ma il regime venezuelano ha fatto svolgere le votazioni relative alla regione contestata allestendo le urne alla frontiera guyanese, rimanendo entro i propri confini. Un’operazione di chiara matrice propagandistica, niente di più. Ma anche una condotta che la Comunità dei Caraibi (Caricom) aveva vivamente stigmatizzato, invitando Maduro a soprassedere.
In ogni caso, a scanso di equivoci, Georgetown ha preso sul serio la faccenda. Il presidente guyanese, Irfaan Ali, ha parlato di attacco la sovranità e all’integrità territoriale del Paese, vietando ai residenti in Guyana di andare alle urne. In caso contrario sarebbero stati passibili del reato di tradimento. Alla resa dei conti il bluff di Maduro non ha funzionato e tutto si è risolto in una semplice messinscena.
Questa la situazione in un Venezuela nel quale le elezioni legislative non apportano quindi alcun reale cambiamento di rotta, considerato che tutto era già prefissato sin dall’inizio. Maduro continua a gestire il potere in maniera autocratica e l’opposizione, sia essa all’estero o in carcere, lotta per il ritorno ad una normale ed effettiva democrazia. Intanto il Paese, si trova alle prese con un’inflazione che supera il 170 per cento annuo e con un drammatico calo della produzione e dei consumi. Ridotta anche l’estrazione di idrocarburi, indiscusso punto di forza delle esportazioni venezuelane. Aumenta la povertà e mancano i servizi essenziali. Un continuo sprofondare, insomma, in una crisi economica e sociale di cui per ora non si vede la fine.
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