I danni di un sistema economico di stampo neoliberista
Da anni sentiamo ripetere in modo ossessivo il “mantra” che invoca una maggiore efficienza nel mondo del lavoro, per essere più competitivi sui mercati. Il problema è che, sempre negli stessi anni, le classi dirigenti hanno spesso confuso “efficienza” con “flessibilità”, quest’ultima divenuta a sua volta sinonimo di precarietà. Per focalizzare il tema, ricorreremo a un caso personale, una cosa che in genere non si dovrebbe fare, ma siamo sicuri che in realtà l’esperienza che andremo a esaminare è comune a molte persone, se non in maniera identica, comunque molto simile.
Il caso in questione riguarda il rapporto con un operatore della telefonia, ma è facilmente estendibile all’intero settore dei servizi: un utente insoddisfatto dalle modifiche in senso peggiorativo del contratto, dopo aver discusso col fornitore del servizio decide di accettare un’offerta maggiormente conveniente di un operatore concorrente. A quel punto, inizia a ricevere decine (non tre o quattro, proprio decine) di telefonate da parte dell’operatore originario,che propongono il rientro alle medesime condizioni che avevano determinato la rescissione del contratto. Siamo sicuri che casi come questo, magari con caratteristiche leggermente differenti, ma comunque assimilabili, sono piuttosto comuni e molte persone ne avranno avuto esperienza diretta o indiretta.
Si può parlare in questo caso di un sistema efficiente? Evidentemente no, non può essere efficiente un sistema che perde tempo a fare decine di telefonate proponendo la stessa cosa che è già stata rifiutata più volte in precedenza. È una perdita assurda di tempo e soldi per l’operatore, oltre che una seccatura per l’ex utente. Può sembrare un problema minimale, ma è il risultato di un’organizzazione del lavoro altrettanto assurda, portata avanti pervicacemente negli ultimi anni nella convinzione di aumentare l’efficienza e, soprattutto, di abbattere i costi, ma che si rivela al contrario controproducente sotto molti aspetti.
Il problema di fondo è che a telefonare non è un dipendente del gestore che eroga il servizio, bensì svariati operatori dei numerosi “call-center” ai quali è stato appaltato il servizio. Persone assunte con contratti precari, remunerate pochissimo e con professionalità ridotte all’osso che ripetono decine di volte la stessa telefonata che un solo dipendente, assunto a tempo indeterminato dal gestore stesso, potrebbe fare una sola volta, andando poi a inserire la risposta dell’utente in un archivio centralizzato, onde evitare inutili ripetizioni e reiterazioni di offerte già respinte. Una persona, una telefonata, un archivio unico invece di decine di call-center scollegati fra loro, con centinaia di operatori pagati (poco) per fare la stessa cosa che altri hanno già fatto prima di loro, ricevendo la stessa risposta.
A fronte di questo scenario, sfidiamo qualunque “guru” dell’economia o dell’organizzazione del lavoro a dimostrarci che le continue esternalizzazioni portate avanti negli ultimi anni abbiano prodotto chissà quali benefici. L’unica cosa che è stata prodotta in grande quantità è la precarietà, nella forma di sotto-occupazione, con posti di lavoro a tempo determinato, mal pagati, con scarsi diritti e tutele per una massa di lavoratori perennemente in bilico fra stipendi da fame e disoccupazione, spesso destinati a scivolare nella fascia dei “nuovi poveri”. È probabile che di questo sistema beneficino coloro che i call-center li possiedono, i quali assumono con contratti “flessibili” personale a basso costo per svolgere mansioni a professionalità ridotta, frutto di ricche commesse da parte di committenti che decidono di esternalizzare le cosiddette “lavorazioni a basso valore aggiunto”. Committenti che, come si evince dall’esempio sopra esposto, con ogni probabilità potrebbero gestire in proprio in maniera più efficace ed economicamente conveniente ciò che si ostinano a dare in appalto.
Se l’esempio riportato sembrasse troppo specifico per essere significativo, basta allargare lo sguardo al dato macro-economico: da quando il pensiero unico neoliberista ha colonizzato il sistema economico, esaltando a livello dogmatico le pratiche di privatizzare, esternalizzare, delocalizzare, globalizzare, i risultati, ormai evidenti a chiunque voglia vederli, sono quelli di una diffusione sempre più ampia di precarietà, insicurezza e progressivo impoverimento di quel ceto medio che costituiva l’ossatura della società, e che vede erodere inesorabilmente i propri diritti e il proprio benessere.
È questo lo scenario di declino dove i populismi trovano ampi spazi per crescere cavalcando e a volte amplificando le paure della gente, per poi proporre ricette inattuabili o pericolose, frutto di demagogie e pregiudizi, che però riescono a fare breccia e affermarsi per il semplice fatto che contestano il sistema vigente, che ha prodotto più danni che benefici per la maggioranza delle persone. Un sistema che ormai mostra palesemente i suoi limiti, perché studiato non già –come si voleva far intendere- per creare benessere diffuso, bensì per concentrare la ricchezza.
Qualcuno aveva capito fin da subito la pericolosità del neoliberismo, una dottrina economica nata nella Chicago “liberal”, ma applicata per la prima volta, significativamente, in un regime totalitario, precisamente nel Cile di Pinochet dopo il sanguinoso golpe ai danni del socialista Allende. Un colpo di stato promosso dalle élite economiche cilene d’intesa con le multinazionali americane, organizzato operativamente dalla CIA su direttive dell’allora segretario di Stato Henry Kissinger, rappresentante di spicco dell’amministrazione repubblicana Usa. Un simile esordio per l’applicazione di una dottrina economica non lasciava già presagire nulla di buono. Eppure per decenni in pochi hanno osato contestare i suoi dogmi e contrastare la sua avanzata, prima in Occidente e, dopo la caduta del Muro di Berlino, a livello globale. Troppo forte la potenza di fuoco di un sistema mediatico asservito, troppo forte il miraggio di arricchimento che solleticava la cupidigia dell’uomo medio, incapace di vedere in prospettiva il crollo economico e la crisi strutturale di un sistema basato sull’idea evidentemente fallace di crescita continua. Troppo debole la reazione di una Sinistra rimasta senza bussola, divisa a metà fra antistoriche nostalgie comuniste e febbrile ansia “riformatrice” portata avanti col tipico “zelo dei convertiti”.
Il risultato è una società dove i lavoratori a tempo indeterminato (tipo i dipendenti degli operatori di telefonia, per tornare all’esempio iniziale) sono in via di estinzione, sostituiti da una massa di precari assunti dai call-center a costi solo apparentemente inferiori. E mentre in basso si scatena una guerra fra poveri tra i nuovi lavoratori “flessibili” e coloro che ancora godono di diritti lavorativi a torto individuati come privilegi, in alto le élite di manager e amministratori delegati si arricchiscono in maniera smisurata, spesso anche a scapito delle aziende che dirigono. Basta vedere che fine hanno fatto gli operatori storici della telefonia italiana, a partire dall’antico monopolista: depauperati dei beni immobili, fagocitati da proprietà straniere e con problemi finanziari ricorrenti, nonostante i continui tagli di personale per “contenere i costi”. Uno schema che si ripete in tutto il sistema economico, a partire dalle banche, come vediamo in questi giorni, e che contribuisce al declino del Paese e alla crescente insoddisfazione dei cittadini verso una classe politica incapace di arginare questa deriva.
Un malcontento che, come detto, trova il suo sfogo naturale nei populismi, con i loro facili slogan vicini al sentire della gente. Mentre la Sinistra, che dovrebbe essere l’alveo naturale di una classe lavoratrice sempre più compressa ed esasperata, fatica a ritrovare la propria identità, dopo lunghi anni persi da un lato a inseguire le destre sulla via di “riforme” perlomeno opinabili, quando non palesemente peggiorative, dall’altro lato a rinchiudersi in rigurgiti nostalgici o rivendicazioni di nicchia che poco interessavano al suo antico bacino elettorale di riferimento. Il risultato è che oggi la vera Sinistra –non massimalista, radicale, estremista come spesso viene appellata, ma semplicemente la Sinistra- è minoritaria, mentre la parte rimasta maggioritaria, semplicemente, non è più Sinistra (il riferimento al PD è voluto). E il risultato è che la parte di cittadini dei quali dovrebbe tutelare gli interessi, ovvero i lavoratori, non si sentono più rappresentati a dovere, motivo per cui, seguendo le paure e la pancia, si buttano fra le braccia di populismi e false soluzioni, che non faranno altro che aggravare la loro condizione e i problemi globali.
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