Economia mondiale ed Unione europea
Fino ad un paio di decenni fa vi era, come logica del resto vorrebbe, una diretta proporzionalità tra la crescita economica e il complessivo allargarsi del benessere sociale. Dal dopoguerra sino agli anni Ottanta le diseguaglianze si erano progressivamente ridotte, poi è arrivata l’ondata liberista, di marca thatcheriana ed oggi uno dei tratti caratteristici dello sviluppo è l’accentuazione delle disuguaglianze. Un po’ ovunque, in Europa come negli Stati Uniti, si assiste ad una correlazione tra crescita ed aumento delle iniquità sociali e per di più questa evidente stortura che alla lunga penalizza la stessa economia reale, viene quasi considerata un automatismo: un prezzo da pagare alla cosiddetta modernità globalizzata.
Il fatto è che nella società odierna si sono svalutati un po’ tutti gli elementi solidaristici, a partire dalle imposte. Oggi se ne parla solo per ridurle, senza curarsi del livello di servizi da garantire ai cittadini. E seguendo il dogma della riduzione delle tasse si sono abbassate le aliquote per i redditi più elevati e, quasi dappertutto, si è abolita, o fortemente ridotta, la tassa di successione. Si è dunque nuovamente accentuato il peso della famiglia di provenienza, indebolendo il cosiddetto ascensore sociale, che promuoveva l’ascesa delle classi meno abbienti.
In queste condizioni di minori entrate, e considerando che i tagli di spesa sono comunque molto difficili da realizzarsi, è stata inevitabile la progressiva esplosione del debito pubblico. In crisi è entrato anche il welfare e l’idea stessa di protezione sociale: la più grande conquista del XX secolo. Qui poi, in nome del mercato, assistiamo a delle vere e proprie mistificazioni. La più eclatante, e mai troppo evidenziata, è quella della sanità, nella quale soffiano spesso venti di privatizzazione. Eppure, conti alla mano, i sistemi pubblici sono economicamente più efficienti di quelli privati: la sanità pubblica europea costa mediamente il 7 per cento del Pil, mentre il modello assicurativo americano il 17. Dieci punti di Pil ingoiati dalle compagnie di assicurazione e dell’assistenza privata. E alla fine, in Europa ci sono comunque cinque anni di speranza di vita in più che negli Stati Uniti, ove la salute viene trattata come una merce qualunque e sottoposta alla legge della domanda e dell’offerta.
Ma non c’è solo la questione delle imposte e del welfare. Il problema più insidioso, e che in fondo è alla base anche della demonizzazione delle tasse, è la totale mobilità dei capitali che in un’economia globalizzata tendono a spostarsi verso i Paesi a bassa imposizione. Così le classi politiche un po’ dappertutto, sono costrette ad insistere sui tagli fiscali, per trattenere entro le mura domestiche i potenziali investitori. Ci sarebbe dunque da chiedersi se non sia il caso di regolare diversamente il flusso del capitale e certo tutto cambierebbe se vi fosse una certa uniformità delle aliquote.
Se questo è l’attuale panorama, c’è da chiedersi cosa stia facendo l’Europa e la risposta è univoca: essa fatica a fronteggiarli perché divisa com’è non riesce a tutelare il suo modello sociale di benessere generalizzato. Un’Europa politicamente più coesa sarebbe certamente in grado di reggere la spinta della globalizzazione selvaggia assai meglio di ventotto singoli Stati in concorrenza tra loro. Si tratta allora di fare nuovi passi avanti verso l’integrazione, a cominciare dal bilancio comune, portandolo dall’attuale uno ad almeno il 20 per cento del Pil complessivo dell’Unione. Al livello cioè tipico di qualsiasi Stato federale così da permettergli di svolgere una politica economica sovranazionale.
In fondo, la questione centrale è sempre quella: oltre alla moneta unica si deve creare un’unione politica ed economica, con quegli indispensabili meccanismi di solidarietà finanziaria che, attivati in tempo, avrebbe protetto la Grecia, ad un costo assai minore di quello sostenuto quando era già entrata in gioco la speculazione. Di fronte alla crisi gli Stati Uniti hanno iniettato 800 miliardi di dollari nella loro economia, che non a caso si sta riprendendo. E’ paradossale che il Paese liberista per eccellenza abbia usato leva pubblica per riavviare la crescita, mentre noi europei ci siamo invece legati mani e piedi al vincolo del 3 per cento del deficit. Un limite che ha senso quando l’economia è in espansione ma che diviene un vincolo insostenibile nelle fasi di recessione. Gli euroscettici incolpano l’Unione ma in realtà serve più, e non meno, Europa. La Gran Bretagna vuole andare per conto suo? Faccia pure. I Paesi dell’euro debbono proseguire fornendo alla moneta unica gli strumenti di bilancio e tributari che oggi le mancano. Altrimenti l’Europa sarà come l’Italia nel Rinascimento, un faro di cultura ma una nullità politica.
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