Il Primo Maggio del Rana Plaza
Rana Plaza è il nome di quel palazzo di otto piani, che ospitava ben cinque fabbriche tessili che lavorano per noti marchi occidentali, crollato a Savar, estrema periferia di Dacca in Bangladesh, il 24 aprile scorso, e che ha provocato la morte accertata di 379 operai, centinaia di dispersi, e oltre mille feriti. I lavoratori erano stati obbligati ad entrare nell’edificio che di lì a poco sarebbe divenuto la loro tomba, sebbene il giorno prima avessero denunciato la presenza di grandi crepe nella struttura di quell’edificio fatiscente.
Tra le vittime, in maggioranza giovani operaie pagate un Euro al giorno, vi sono anche donne in avanzato stato di gravidanza. Lì le donne non hanno il congedo di maternità e devono lavorare fino alle ultime due settimane di gravidanza. Alcune di queste donne hanno partorito dove sono rimaste intrappolate. Tutto questo per almeno 12 ore di lavoro al giorno che possono arrivare anche fino a 18, e per 40 Dollari al mese, che è la paga media di un operaio non qualificato. “Ormai i lavoratori – ha commentato un’agenzia locale – sono peggio degli schiavi”.
Quello che più colpisce di questa cronaca dall’inferno del lavoro sfruttato è il tipo di reazione avuto in Occidente e nel nostro Paese. Una reazione non troppo diversa da quella che si ha in caso di terremoti, inondazioni, disastri naturali. Ma alla vigilia della Festa del Lavoro non possiamo non domandarci se possiamo limitarci ad una reazione così. Lo affermo sommessamente e conscio che il lavoro sfruttato e il lavoro minorile vanno visti con molto realismo nel contesto in cui avvengono, tuttavia non riflettere sui nessi tra la lunga catena di incidenti sul lavoro nelle fabbriche asiatiche di cui la tragedia del Rana Plaza è simbolo, il lavoro vilipeso, i diritti negati, le fabbriche dormitorio cinesi, e l’attuale situazione in cui versa il mondo del lavoro in Italia è indice allo stesso tempo di involuzione culturale e di miopia politica.
Involuzione culturale soprattutto per una certa area progressista ormai così assorbita a proporre quasi esclusivamente alcune discutibili battaglie laiciste da non accorgersi più che i ceti lavoratori si stanno impoverendo anche a causa di un mercato globale senza regole e senza equilibrio.
Una miopia politica perché se non si è in grado di proporre e di costruire quella “coalizione mondiale per il lavoro decente” lanciata dalla Chiesa in occasione del Giubileo dei lavoratori del Duemila, che riguarda l’estensione dei diritti dei lavoratori nei Paesi emergenti, in brevissimo tempo non si sarà in grado di frenare l’erosione dei posti di lavoro dall’Italia e di difendere il modello sociale europeo. Ma se non si riuscirà a fare questo, non si riuscirà a fermare l’impoverimento e la regressione delle condizioni dei lavoratori con dei grossi rischi anche sul piano della tenuta della coesione sociale e persino della tenuta delle istituzioni democratiche.
Ecco perché credo non si possa celebrare il Primo Maggio quest’anno senza assumere il crollo del Rana Plaza come il simbolo di un riscatto possibile e non più rinviabile dei lavoratori su scala globale, senza nessuna venatura ideologica, ma con pragmatismo ed in modo propositivo.
Auspico pertanto che, a partire dalle Acli, il prossimo Primo Maggio si osservi un minuto di silenzio per le vittime della fabbrica crollata in Bangladesh e che costituisca l’occasione per la società civile, a cominciare dai sindacati, per chiedere l’istituzione a livello comunitario di una certificazione sociale dei prodotti importati, che precluda l’ingresso nell’Unione Europea a quelle merci prodotte nell’inosservanza della sicurezza dei luoghi di lavoro, con salari troppo bassi ed orari di lavoro disumani, senza tutele per malattia, maternità, infortuni.
Un passo concreto nella direzione di elevare il tenore di vita dei lavoratori dei paesi emergenti e di frenare l’arretramento delle condizioni di vita e delle opportunità di lavoro per i lavoratori italiani, accogliendo così l’appello lanciato il 28 aprile da Papa Francesco affinché dal tragico crollo di questa fabbrica in Bangladesh si trovi nuovo coraggio perché sia sempre tutelata la dignità e la sicurezza del lavoratore. In ogni parte del mondo.
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