Obama ha rivinto, la Chiesa statunitense ha perso un’occasione per stare con i più deboli
Barack Obama ha vinto la sua sfida, venendo rieletto alla Casa Bianca con una maggioranza di voti popolari ristretta rispetto al 2008, ma conservando saldamente la fiducia degli Stati più popolosi, quelli che, in base al complicato sistema elettorale statunitense, esprimono il maggior numero di quei “grandi elettori” che dovranno poi certificare l’elezione del Presidente. Ma la vittoria del leader democratico non significa solo un rinnovo di fiducia: significa anche la sconfitta del Partito repubblicano per quello che è diventato.
La campagna elettorale di quest’anno a detta di tutti gli osservatori è stata brutta, deprimente, segnata da un’aggressività mai vista scatenata soprattutto dalla parte meno controllabile della base repubblicana ormai ostaggio di fondamentalisti e da gruppi di potere economico timorosi per i propri interessi. Su tutto ciò ha galleggiato Mitt Romney, candidato di rara mediocrità intellettuale, segnato da una ben accreditata fama di opportunista ( la moderazione di cui diede prova da Governatore del Massachussets è stata ben altra cosa dalla retorica estremista a lui richiesta dai suoi sponsor e generosi finanziatori), che di fatto ha riproposto agli USA l’immagine nostalgica di un Paese in cui giustamente i ricchi dominano sui poveri, ai quali va fatta l’elemosina ma non riconosciuti dei diritti. A ciò si aggiunga l’intollerabile retorica “pro – business” del suo candidato Vice, Paul Ryan, un cattolico di destra amato da alcuni settori della Gerarchia ma sbugiardato dai più accreditati teologi del Paese i quali dimostrarono, testi alla mano, l’incompatibilità fra le sue politiche come Presidente della Commissione Bilancio della Camera – il suo slogan è “taglia e privatizza tutto quel che puoi”- era incompatibile con l’insegnamento sociale della Chiesa.
Un discorso a parte lo merita l’atteggiamento della Gerarchia ecclesiastica, la quale nella sua larga maggioranza si è comportata come una sezione “agit – prop” del Partito repubblicano: l’interpretazione estremamente restrittiva dei cosiddetti principi non negoziabili, la grottesca campagna per la libertà religiosa nel Paese che per primo ha codificato la libertà di religione, il legame sempre più stretto con le lobby più conservatrici, la sistematica disattenzione alle crescenti disuguaglianze sociali hanno condotto ad un programmatico scollamento da quella che è la sensibilità degli Stati uniti del XXI secolo, cattolici praticanti compresi. A meno che a pesare non sia quel “muro razziale” tuttora presente nell’intera società statunitense – di cui la Chiesa cattolica è parte- e che vede la leadership ecclesiastica dominata da bianchi di origine irlandese, tedesca o italiana ed assai pochi ispanici o neri, la cui presenza alla base è tuttavia crescente. E ovviamente le donne, le grandi emarginate del cattolicesimo non solo statunitense. Neri, ispanici, donne: non a caso tre dei pilastri fondamentali dell’ “Obama coalition”.
In effetti, Obama ha vinto perché è riuscito a saldare intorno a sé tutta una serie di minoranze le quali, messe insieme, hanno tuttavia costituito una maggioranza decisiva : le donne, che non accettavano il discorso paternalistico dei Repubblicani e vedevano negli annunciati tagli alla Sicurezza sociale un ulteriore peso che si abbatteva sulle loro spalle per il lavoro di cura nelle famiglie; i giovani, a cui Romney, mentre minacciava di tagliare tutte le agevolazioni per le tasse universitarie non sapeva dire altro che: “fatevi prestare i soldi dai vostri genitori”; i neri, che vedevano con sgomento il partito fondato da Lincoln assumere progressivamente la retorica del Ku Klux Klan; gli ispanici, avviati a diventare uno dei segmenti etnici maggioritari ma ancora disprezzati dal mainstream bianco e protestante che domina la dirigenza repubblicana; e, sì, gli operai, i blue collar ancora esistenti, che in tutti gli Stati dove sono vera forza sociale hanno dato fiducia ad Obama sulla base del suo serio impegno per tutelare l’industria USA ed i loro posti di lavoro.
Al Presidente va dato atto di non essersi tirato indietro rispetto alla sfida che gli si è posta innanzi, e di fronte alla polarizzazione impostagli dall’aggressiva e spesso volgare campagna dei suoi avversari egli ha mirato innanzitutto a compattare il suo campo dietro ad un vessillo dai colori inequivocabili per poi costruire la coalizione di interessi e di idee che lo ha riportato alla Casa Bianca.
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