2012: elezioni presidenziali francesi e americane
Nel corso di quest’anno assisteremo sia alle elezioni presidenziali francesi che a quelle americane. Una contemporaneità che non si verificava dal 1988 e ritroveremo tra vent’anni. A Parigi si voterà, su due turni, in aprile e maggio, mentre a Washington si voterà in novembre. A contendersi l’Eliseo o la Casa Bianca, saranno due candidati nel tipico schema bipolare destra/sinistra in versione più o meno attenuata a seconda del reale profilo dei protagonisti.
La tornata 2012 vedrà impegnati sia in Francia che negli Stati Uniti, i due presidenti in carica, risultando entrambi ancora rieleggibili per un secondo, ed ultimo, mandato. E così Oltralpe assisteremo ad una probabile finale tra il liberal-gollista Nicolas Sarkozy e il socialista François Hollande, mentre Oltreoceano il democratico Obama sarà in corsa contro un pretendente repubblicano che potrebbe essere Mitt Romney o, in alternativa, Rick Santorum.
Interessante è osservare la dinamica di un’elezione presidenziale che vede in gara due contendenti. Due paiono essere le autentiche carte vincenti in una simile competizione. Da un lato si deve ricompattare e mobilitare il proprio campo, battendo ogni eventuale tentazione astensionistica del proprio elettorato di riferimento. Dall’altro si deve conquistare la quota più ampia possibile di elettorato centrista che, spesso, diviene l’arbitro della contesa.
Chi riesce a conseguire entrambi gli obiettivi ha la vittoria in tasca. A volte invece si ottiene soltanto il primo effetto, ovvero il ricompattamento del proprio blocco sociale mentre si tralascia il resto, non riuscendo a raggiungere, l’universo centrista-moderato. In Francia è capitato nel 1981 con François Mitterrand che seppe trascinare dietro il suo nome l’intera sinistra transalpina, da quella riformista a quella più radicale, nel segno di un cambiamento atteso da decenni. Negli Stati Uniti questa stessa logica ha portato alla Casa Bianca Barack Obama nel 2008, con la mobilitazione del voto dei neri e degli ispanici, dopo lunghi anni di disaffezione alle urne.
Sono molti di più però i casi di vittorie ottenute conquistando il centro. Negli Usa la storia insegna che chi conquista gli elettori centristi vince, mentre chi se ne allontana incassa una clamorosa sconfitta. Tipici esempi di questa strategia furono Bill Clinton per i democratici nel 1992 e Richard Nixon tra i repubblicani nel 1968. Viceversa le più dure sconfitte per l’uno o per l’altro fronte giunsero quando vennero schierati candidati troppo lontani dall’area centrista e moderata. Così nel 1964 i repubblicani con Barry Goldwater, esponente dell’estrema destra del partito, regalarono la Casa Bianca a Lyndon Johnson, mentre nel 1972 furono i democratici a conoscere il disastro con il senatore ultra liberal George Mc Govern. Quest’anno per la nomination repubblicana si scontrano le due anime del partito: quella moderata che sta con Romney e quella conservatrice che punta su Santorum. E’ evidente che Santorum, per le sue posizioni di destra radicale, avrà, ben più di Romney, difficoltà ad imporsi nella sfida contro Obama.
In Francia si notano meccanismi assai simili, salvo il fatto che la contesa si svolge su due turni. Tradizionalmente al primo turno l’elettore sceglie il candidato più prossimo, mentre al secondo elimina quello più lontano. Alla finale normalmente approdano i concorrenti dei due maggiori partiti, in una classica sfida destra/sinistra. Due soltanto le eccezioni, quando la sinistra non riuscì ad arrivare al ballottaggio: nel 1969 per l’inconsistenza dei propri candidati in corsa e nel 2002 per l’eccessiva dispersione di candidature al turno iniziale.
Merita particolare attenzione la sfida del 1969 tra un gollista (Georges Pompidou) ed un centrista (Alain Poher). Un ballottaggio tra destra e centro: scenario che piacerebbe moltissimo a François Bayrou. Egli infatti, proprio per la sua maggior prossimità al centro, sarebbe in grado di battere sia il candidato di destra che quello di sinistra. In realtà un suo approdo al turno decisivo pare alquanto improbabile. La sola carta a suo favore sarebbe quella della “disperazione” di un campo rispetto all’altro. Qualora infatti la destra o la sinistra fossero certe di venir sconfitte dalla parte avversa ecco che il loro stesso elettorato potrebbe puntare sul cosiddetto voto utile a vantaggio del candidato centrista sin dal primo turno. Un’ipotesi irrealizzabile. Eppure solo un ballottaggio con i centristi potrebbe impedire l’ascesa di un socialista all’Eliseo.
E proprio pensando al probabile atteggiamento dell’elettorato di centro si può, sin da ora, azzardare qualche previsione. Negli Stati Uniti dovrebbe venir riconfermato Obama a causa del radicalismo conservatore dei repubblicani. In Francia potrebbe prevalere Hollande perchè una parte degli elettori centristi è deluso da Sarkozy.
Il centro, dunque, arbitro della contesa, tanto a Washington come a Parigi. A meno che Oltralpe le “sparate” socialiste sull’eutanasia, sulle nozze gay e sull’imposta al 75 per cento contro i ricchi non cambino le carte in tavola, spingendo nuovamente i moderati verso destra. E se così fosse, la sinistra dovrebbe prendersela solo con la propria insipienza.
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