L’annuncio delle dimissioni e un sistema politico impreparato
La presa d’atto della fine della maggioranza di centro destra, e le conseguenti dimissioni annunciate dal presidente del Consiglio costituiscono un atto tardivo da parte di un governo che da almeno due anni ha visto calare la sua credibilità insieme alla sua base parlamentare, che all’inizio della legislatura una legge elettorale che “droga” la rappresentanza, aveva reso amplissima.
Ma allo stesso tempo, l’attuale crisi di governo, seppur nella sostanza preannunciata da tempo, coglie impreparato il sistema politico. Da anni ormai una larga parte dell’opinione pubblica avverte i limiti di un sistema elettorale che umilia la democrazia, che esalta una spesso vuota conflittualità tra gli schieramenti e che dà l’illusione dell’autosufficienza, e quindi di poter fare a meno della fatica della politica, a un ristrettissimo vertice che ha potere di scegliere sia le alleanze di governo che i candidati. Tutti, a parole, vogliono un nuovo bipolarismo, che probabilmente si affermerebbe meglio senza il maggioritario, ma finora nessuna modifica è stata apportata all’attuale legge elettorale.
Cosicché, sui possibili sbocchi della crisi che a breve si aprirà, incombe l’effetto della legge elettorale ancora vigente che condiziona, più di ogni altra cosa, le mosse dei partiti. Pochi sono disposti a prodigarsi per un nuovo governo di unità nazionale, per fare due cose: fronteggiare nell’immediato una situazione resa complicata dall’acutizzarsi dello scontento sociale e dagli attacchi speculativi che con grande libertà ed impunità, devastano ancora una volta il nostro Paese. E per approvare una nuova legge elettorale con cui andare nella prossima primavera ad elezioni anticipate.
Entrambi gli schieramenti anziché provare a stipulare un nuovo patto per la nazione, a governare per un breve tratto insieme senza sudditanze né verso i clan della più irresponsabile e selvaggia speculazione finanziaria, né verso gli organismi economici internazionali, sono spinti a regolare i conti al loro interno, chi a disegnarsi una successione di proprio gradimento, chi a plasmare un futuro gruppo parlamentare ad immagine della propria segreteria ed a evitare le primarie.
Dopo quasi diciotto anni di seconda repubblica occorre riconoscere che neanche sul piano politico ci si era preparati al giorno in cui l’on. Berlusconi avesse abbandonato definitivamente Palazzo Chigi. Non si è conclusa nessuna “transizione”, è solo aumentata la frammentazione.
Lo schieramento alternativo alla sinistra oscilla tra una posizione di una destra populista e leaderistica (in cui lo ha condotto la guida di Berlusconi e l’alleanza con la Lega), e la sua base sociale ed elettorale, per lo più temperata, liberale, cristiano-democratica, che vorrebbe invece affermare il profilo di centro, politicamente e non solo formalmente ancorato nel Ppe, di questo schieramento.
Non sta meglio l’altro schieramento nel quale la nascita del Partito Democratico non ha sinora prodotto gli effetti sperati. Alla sua sinistra hanno ripreso coraggio e consensi forze politiche che sembravano fuori gioco dopo la fine del comunismo. Al suo interno non è avvenuta quella sintesi tra i diversi riformismi, che invece era palpabile e proficua nell’esperienza dell’Ulivo di Prodi e che, segnando una netta discontinuità con la sinistra storica, rendeva possibile un vero centro sinistra. Al PD manca ancora un profilo culturale e politico definito, riconoscibile dagli elettori, o quantomeno, come era nella Margherita, un conclamato pluralismo delle identità e delle culture politiche che permetta di non dare per scontata la posizione da assumere sulle questioni fondamentali.
La prospettiva di imminenti elezioni anticipate rischia di congelare e prolungare questa incompiutezza del nostro sistema politico anziché aiutare a risolverla.
Il dopo – Berlusconi sta arrivando ed il Paese, sempre più insofferente nei confronti di questo presidente del Consiglio, non appare tuttavia pronto per questo appuntamento, mentre la crisi economica si disvela ogni giorno di più nelle sue reali, ed incredibili, dimensioni. In questa situazione il senso di responsabilità civile dei cattolici, a cominciare da quelli impegnati nella politica e nel sociale sembrerebbe suggerire l’urgenza di un impegno straordinario in ordine alla legge elettorale ed in ordine ad una incisiva iniziativa dal basso per il governo dell’economia, sanzionando gli eccessi speculativi, traducendo nel concreto i principi e gli orientamenti espressi nella Caritas in veritate e nel recente documento del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale.
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