Fuori sede, fuori dal voto

Spesso è dai dettagli che si capiscono meglio le cose. E nel referendum costituzionale sulla separazione delle carriere, un dettaglio, più di qualsiasi lunga dissertazione, svela la reale natura dell’attuale maggioranza di destra. Un mese fa il Senato – 87 voti favorevoli e 58 contrari – ha respinto tutti gli emendamenti a favore del voto per i fuori sede presentati dalle opposizioni al decreto legge in materia elettorale.

Così, in occasione della tornata referendaria del 22 e 23 marzo, gli elettori che si trovano fuori dal comune di residenza per motivi di studio, di lavoro o di salute, non potranno votare nel luogo di domicilio, ma dovranno tornare nella località di iscrizione elettorale.

Stiamo parlando di cinque milioni di elettori tra cui 300mila studenti. Alle elezioni europee 2024 e nei referendum sul lavoro dello scorso anno fu concesso in via sperimentale ai fuori sede di poter esprimere il voto laddove si trovavano provvisoriamente a vivere. Un esperimento riuscito, visto che in molti andarono alle urne. Un afflusso ai seggi in controtendenza all’astensionismo dilagante che affligge la nostra democrazia.

Far votare i fuori sede non è un premio elargito dall’alto ma la precisa fruizione di un diritto, per chi è impossibilitato di tornare nella località di residenza. Un bel segnale anche sul piano etico. Significa che il Paese, la Nazione, ritiene questi elettori importanti e degni di considerazione.

Il buon esito dell’operazione avrebbe dunque lasciato supporre che questa volontà di partecipazione, autentico toccasana alla disaffezione al voto, sarebbe stata incentivata al massimo. E invece no. Al prossimo referendum i fuori sede sono fuori dal voto. Se proprio vogliono andare alle urne che rientrino nelle loro residenze. Facile immaginare che molti non lo potranno fare.

Una scelta, fanno sapere fonti governative, dettata dai costi e dalle difficoltà tecniche. Idea bizzarra quella di degradare il voto delle persone a mera questione contabile, senza contare che non si capisce quali problemi tecnici vi siano, visto che erano stati risolti alle europee 2024 e per il precedente referendum.

In realtà, ben altre sono le ragioni sottostanti a questo diniego, apparentemente inspiegabile. Motivazioni poco nobili. Sembra infatti che dagli studenti fuori sede sia giunta una spinta all’abrogazione delle norme su lavoro e cittadinanza, facendo emergere un prevalente orientamento a sinistra che, in presenza del quorum, non aveva però potuto pesare. Oggi invece, non essendoci quorum, potrebbe pesare eccome e in larga parte, presumibilmente, a favore del No. Bocciando cioè questa finta separazione delle carriere: finta perché pm e giudici sono già stati funzionalmente separati dalla legge Cartabia.

Il timore di chi ci governa è di perdere il referendum e i fuori sede possono risultare determinanti nel respingere la riforma. Cosicché si ostacola il loro voto penalizzando persino quelli che si schiererebbero per il Si. Questo l’andazzo meloniano e salviniano, con l’acquiescenza di Forza Italia che, per la serie “il fine giustifica i mezzi”, ha tradito le proprie ascendenze liberali.

Siamo di fronte ad una logica autoritaria che appena può mette al bando i presunti oppositori, senza alcuna remora. Stringi stringi, alla fine fa capolino quella mancanza di cultura democratica che caratterizza questa destra. Una destra illiberale che parla sempre di Nazione ma poi non esita a dividere la comunità nazionale infischiandosi dell’uguaglianza dei cittadini davanti al voto.

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