Iran: la follia di una resa incondizionata
Dieci giorni dopo l’attacco di Stati Uniti ed Israele all’Iran, il quadro si fa sempre più allarmante. L’uccisione della Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei – un personaggio che certo nessuno può seriamente rimpiangere – ha aggiunto nuova benzina sul fuoco, radicalizzando un contesto che adesso può sfuggire di mano. A tutti quanti.
Quando il presidente americano Donald Trump dice che il prossimo leader iraniano (si profila il figlio di Khamenei) dovrà essere di suo gradimento altrimenti verrà anch’egli eliminato, siamo al terrorismo elevato a sistema. E la pretesa di una resa incondizionata di Teheran, minacciando, in caso contrario, di colpire ancora più duramente, fa venire i brividi. Perché a quel punto l’escalation incontrollata si trova realmente dietro le porte.
Come può l’Iran piegarsi ad un simile diktat? Nessun Paese potrebbe. Avere come sola via di uscita la resa totale, peggiora solo le cose. Se quella è l’unica opzione, nulla vi è da perdere nel proseguire una lotta con tutti i mezzi, anche con la violenza integralista, perché nulla vi è da guadagnare venendo a più miti consigli. Incredibile però come la storia non insegni nulla. Viene da pensare che non sia così “maestra di vita” come spesso ci viene raccontato.
Eppure il passato ci dice molto in proposito. La sottomissione incondizionata della Germania nel 1919, con la sottrazione di territori abitati da tedeschi e le pesanti riparazioni di guerra, umiliarono un intero popolo, attizzando un risentimento che Hitler sfruttò a proprio vantaggio. Ed è ormai accertato che persino la resa senza condizioni a Giappone e Germania decretata dagli Alleati nel 1943, ebbe la controindicazione di allungare la Seconda guerra mondiale.
Il rischio odierno è di commettere lo stesso errore con l’Iran. Tra l’altro è impensabile che in un Paese bombardato da potenze straniere possa risultare credibile ed efficace un’opposizione interna sospinta da quelle stesse forze che lo stanno insidiando. La gente, vedendo morire tante persone innocenti, si riavvicinerà obtorto collo, ma inevitabilmente, al regime ed è certo che se la prenderà con gli invasori. In questa situazione anche una buona carta come Reza Ciro rischia di esser bruciata, perché sostenuta dagli americani.
La verità è che l’azione israelo-statunitense si sta rivelando per quello che è: un pericoloso azzardo che pone a rischio la stabilità della regione e non solo. Lo stesso assassinio di Khamenei è qualcosa di folle. Un conto è eliminare i capi di Hamas o di Hezbollah, organizzazioni che praticano il terrorismo, non assimilabili ad un potere legittimo e che sopratutto avevano attaccato per prime Israele.
Qui invece si tratta di un’azione preventiva che ha portato niente meno all’uccisione di un capo di Stato straniero. Tecnicamente un atto di guerra. La palese violazione della sovranità di un Paese indipendente e di qualsiasi ordine internazionale. Creando, per di più, un precedente che, in futuro, potrebbe costare caro a tutti. Anche ad un qualsiasi leader di una nazione democratica se desse fastidio a qualcuno più potente.
Il rischio é un’anarchia generalizzata, dove a prevalere è soltanto la legge del più forte. La giungla elevata a sistema. Difficile uscirne. A differenza che in passato, dove le condotte irresponsabili erano appannaggio di Paesi di piccolo o medio calibro, ad agire come banditi oggi sono potenze dominanti: Russia, con la folle invasione dell’Ucraina, e Stati Uniti, con l’aggressività trumpiana già sperimentata in Venezuela.
E il resto del mondo? La Cina pare solo aspettare il momento giusto per dare l’assalto a Taiwan. Mentre Francia e Gran Bretagna, gli altri due Paesi con il potere di veto in sede Onu, contano poco o nulla. Il minimo sindacale sarebbe una chiara presa di posizione dell’Unione europea, sempre che le diverse cancellerie riescano a muoversi in maniera unitaria.
Un passo potrebbe essere quello di chiedere l’apertura di una sessione Onu, nella prospettiva – seppur lontana – di un cessate del fuoco. Anche solo simbolicamente, avviare una discussione alle Nazioni Unite può però avere il suo peso. In ogni caso – e l’Europa deve affermarlo a chiare lettere – non deve passare impunemente il principio che un Paese possa attaccare e distruggere in maniera preventiva chi non gli aggrada. Scassare del tutto gli equilibri internazionali non conviene a nessuno. Neppure a Stati Uniti e Israele.
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