Attacco israelo-americano all’Iran

Nessuna persona di buon senso può difendere un regime brutale come quello iraniano che spara sulla propria popolazione. Ma al tempo stesso, nessuna persona di buon senso può approvare l’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran in spregio alle regole del diritto tra le nazioni. Il dilemma della questione è tutto qui. E adesso ci troviamo dinanzi ad un ulteriore dissesto dei già fragili e complicati equilibri internazionali.

Pretesto di questo nuovo assalto, svolto in maniera preventiva, il rifiuto di Teheran di sospendere il proprio programma di arricchimento nucleare. Trattative erano in corso, ma il diktat americano, esteso anche alla ricerca, era davvero inaccettabile per l’Iran. Certo, dal lato iraniano poteva esserci maggior apertura sulle ispezioni dell’Agenzia internazionale nei siti incriminati. Si doveva trovare un compromesso sulla linea dell’accordo dei tempi di Barack Obama stracciato da Donald Trump nel suo primo mandato. Si dice che l’Iran mai dovrà avere l’arma atomica. Giusto. Perché costituirebbe una minaccia permanente contro Israele e forse non solo. Eppure, guardando la questione dal punto di vista iraniano, proprio l’arma nucleare rappresenterebbe la garanzia che mai si verrà attaccati. Come, nel dubbio, accade alla Corea del Nord. Effetti tipici della deterrenza.

Unico dato positivo di questo attacco sarebbe il definitivo crollo del regime degli Ayatollah. Difficile però che succeda, anche dopo l’eliminazione del capo supremo Ali Khamenei. Maggiori probabilità piuttosto che verrà destabilizzata l’intera regione mediorientale. Anzi, il regime, tra militari e Pasdaran, potrebbe addirittura uscirne rafforzato. Stupirsi di una simile evenienza, disastrosa davvero, significa ignorare le dinamiche presenti in qualsiasi dittatura. Se attaccate dall’esterno esse si ricompattano nel segno del nazionalismo, inebriante ricostituente buono per tutte le stagioni. Si crea un contesto che manda in crisi qualsiasi opposizione, bollata come quinta colonna del nemico. E poi nessun Paese vuole essere, per così dire, “liberato” da un intervento straniero. C’è un po’ in ballo la sua stessa dignità. Quanto provocato dall’asse Washington-Tel Aviv ridurrà ancor più i margini di manovra, già ristretti, di Reza Ciro, il solo che potrebbe rappresentare il futuro di un Iran senza la cappa degli Ayatollah.

Tutta da decifrare poi l’evoluzione di questo conflitto. Se rimarrà cioè localizzato, spegnendosi gradualmente, o se darà fuoco alle polveri nell’intera regione mediorientale in una pericolosa escalation. Ancora una volta gli Stati Uniti – senza minimamente preavvertire l’Europa che infatti oggi annaspa – si rendono protagonisti di un’azione militare senza alcuna giustificazione che non sia un’implacabile volontà di predominio. Una palese violazione del diritto internazionale e del rispetto della sovranità. Difficile poi portare il presidente russo Vladimir Putin sul banco degli imputati per l’invasione dell’Ucraina se poi si fa lo stesso. Già è accaduto, due mesi fa, in Venezuela. Ma lì, in il Sudamerica, che Washington impropriamente considera il proprio giardino di casa di Washington, iI contesto resta comunque molto più stabile. Non così in Medio Oriente autentica polveriera mondiale. Non da oggi, ma oggi più che mai. Basta scorrere l’elenco delle crisi in atto. A Gaza si continua a vivere nella totale precarietà; la Cisgiordania subisce l’occupazione dei coloni israeliani; la Siria non si capisce quanto sia realmente stabilizzata. E analogo discorso può farsi per il Libano. Per non parlare del conflitto nello Yemen o del perenne dramma dei curdi, popolo, come quello palestinesi, cui viene negata l’indipendenza nazionale.

Ebbene dinanzi a tutto questo, quale è la risposta americana? Arrischiare un intervento su larga scala, d’intesa con l’estrema destra che governa a Tel Aviv, per ridisegnare a proprio uso e consumo gli equilibri di quell’intera area geografica. Una mossa azzardata che non solo accresce il disordine in quella regione ma rischia di estenderlo dappertutto.

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