Don Paolo Gariglio: una “Chiesa in uscita”, ante litteram
Quando si parla di “Chiesa in uscita”, il primo pensiero va giustamente a Papa Francesco, che di questo abbraccio al mondo aveva fatto uno dei cardini del suo pontificato. Anche altri sacerdoti, prima di lui, avevano saputo vivere il Vangelo nello stesso modo. Il pensiero – solo per citare i casi più noti – va a Lorenzo Milani, con la scuola di Barbiana, o a Primo Mazzolari, nel sostegno ai braccianti nella Bassa Padana. Un’idea di Chiesa come madre che accoglie teneramente tutti i suoi figli e li va a cercare negli anfratti più riposti della loro vita.
Don Paolo Gariglio – classe 1930, decano della diocesi di Torino, scomparso la scorsa settimana a 95 anni – era senz’altro di questa stoffa. Per questo, nel giorno dei suoi funerali, a Nichelino, comune della periferia torinese, dove per decenni era stato parroco, la gente non solo ha gremito all’inverosimile la chiesa ma fuori, sulla piazza, un grande schermo consentiva di seguire la cerimonia a chi non aveva trovato posto dentro. Per la comunità nichelinese, un affettuoso e riconoscente saluto al suo Parroco per eccellenza. Al suo Don per antonomasia.
Eh sì, perché don Paolo in quell’angolo di mondo ci ha passato se non proprio la vita per lo meno gran parte di essa, lasciando un segno indelebile in almeno tre generazioni di ragazzi. Un padre capace di accompagnare tanti di questi giovani negli anni dell’adolescenza: passaggio della nostra esistenza, ieri come oggi, difficile da vivere.
Veniva chiamato il “prete aviatore” e, in effetti, la tonaca da sacerdote e la tuta da pilota erano un tutt’uno. Entrambe parte della sua stessa vita. Il Vangelo e il volo erano infatti le sue grandi passioni. E volare verso l’alto, librarsi nell’aria con un piccolo velivolo, era forse un altro dei modi per sentirsi più vicino al Signore. Ma nell’aereo vedeva anche, più concretamente, lo strumento per servire il mondo che gli stava attorno. E così, sul finire degli anni Cinquanta Don Paolo – che aveva preso il brevetto di volo qualche tempo prima – diede vita ad un gruppo di piloti missionari, in grado di portare nei Paesi del Terzo mondo viveri e medicinali alle popolazioni più bisognose.
La sua era – ante litteram – una Chiesa in uscita, sempre pronta a mescolarsi con i problemi della nostra società. Ed è in questa concreta solidarietà verso le persone che Gariglio sapeva inserire la fede come autentica risposta ai tanti drammi dell’esistenza umana. Lo fece a Mirafiori, dove fu destinato nei primi anni dopo l’ordinazione (avvenuta nel 1956) e ancor più a Nichelino approdandovi a metà anni Settanta. In entrambi i casi periferie complicate, alle prese con la recente immigrazione del sud Italia tra bisogni sociali irrisolti e contesti degradati. Realtà spesso prive dei servizi essenziali. Terreno fertile per gli sbandamenti giovanili e per il diffondersi della droga.
A chi, nello stesso mondo cattolico, chiedeva di erigere delle barriere verso i tossicodipendenti rispose creando la comunità Nikodemo per il loro recupero. Promotore a Nichelino di una sede dell’Engim, per la qualificazione professionale di giovani altrimenti abbandonati a se stessi, e per decenni animatore di tanti campi giovanili in valle Stretta, tra le montagne sopra Bardonecchia. Estati di crescita spirituale ma soprattutto di condivisione e di amicizia. Questo, e molto altro ancora, è stato don Paolo Gariglio, pilota e sacerdote, ma soprattutto seminatore di bene nell’animo di tanti ragazzi di cui sapeva comprendere sogni e inquietudini, timori e speranze.
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