Msf a Gaza
Dal primo gennaio 2026 Israele ha imposto alle Organizzazioni Non Governative (ONG) che portano soccorso umanitario alla martoriata popolazione di Gaza di fornire tutti i dati sensibili dei loro collaboratori locali, adducendo improbabili motivazioni di “sicurezza” e sostenendo che fra essi potrebbero nascondersi dei terroristi di Hamas. In assenza di tale “adempimento”, Israele minaccia di vietare l’ingresso a queste stesse organizzazioni – che al momento sono l’unico aiuto a fronte di enormi bisogni sanitari e alimentari – a partire dal primo marzo. L’espulsione forzata delle ONG avrebbe conseguenze gravissime per una popolazione allo stremo, priva di qualunque cosa e tuttora sottoposta a gravi carenze alimentari. Ma oltre a fornire un indispensabile aiuto umanitario, le ONG svolgono anche un altro compito importantissimo, che a Israele dà molto fastidio: quello di testimoniare ciò che succede nella Striscia, sia per quanto riguarda le condizioni disumane in cui si trova la popolazione, sia per quanto concerne gli attacchi militari, tuttora in corso, anche se con intensità ridotta da dopo l’entrata in vigore di un “cessate il fuoco” solo in parte rispettato dall’IDF, l’esercito israeliano.
I racconti degli operatori che sono stati in missione a Gaza o che tuttora si trovano nella Striscia parlano di un’apocalisse inimmaginabile, alla quale non ci si può abituare nemmeno dopo mesi di attività sul campo, come riporta Roberto Scaini, Responsabile medico di un presidio sanitario di Medici Senza Frontiere (MSF), che evidenzia l’enormità dei problemi da affrontare con risorse sempre insufficienti. In un territorio devastato al 95 per cento dai bombardamenti, MSF gestisce un paio di cliniche mobili che cercano di portare soccorso anche nelle zone prive di presidi sanitari fissi, oltre a supportare sei ospedali, o meglio ciò che ne resta, visto che anche le strutture sanitarie sono state bombardate, in aperta violazione del diritto internazionale. Come del resto sono state bombardate le case, con tutto ciò che c’era dentro, privando le persone di gran parte dei loro averi, compresi i vestiti pesanti che servirebbero per proteggersi dai rigori di un inverno impietoso, che colpisce una popolazione priva di ripari adeguati.
Rincara la dose Chiara Lodi, a sua volta Responsabile medico in un’altra struttura di MSF, la quale denuncia che i problemi di salute di cui soffre la popolazione, in particolare i bambini e i fragili (principalmente infezioni respiratorie e disturbi grastrointestinali, ma anche scabbia dovuta all’assenza di condizioni igieniche adeguate e ferite di guerra che faticano a rimarginare) sono aggravati dalla crisi alimentare causata dal blocco quasi totale delle forniture di cibo attuato da Israele nei mesi scorsi e solo in parte attenuato dopo l’accordo di tregua, visto che il cibo arriva col contagocce e non sempre è disponibile per tutti. In queste condizioni di malnutrizione, l’organismo fa più fatica a combattere le infezioni e a rimarginare le ferite di chi è stato colpito dai cecchini o dai bombardamenti. Un problema, quello della denutrizione, che non colpisce solo le generazioni presenti, ma anche quelle future: le donne in gestazione, vittime di questa carenza alimentare, partoriscono neonati sottopeso e hanno difficoltà ad allattarli, con conseguenze sul loro sviluppo che rischiano di comprometterne per sempre la salute. Una realtà drammatica che MSF può documentare grazie al fatto che a Gaza un bambino su tre nasce nelle strutture da loro supportate, a riprova della assoluta necessità della presenza delle ONG a supporto della popolazione martoriata.
A mancare è anche l’acqua potabile, di cui MSF è il secondo principale fornitore nella Striscia, oltre all’elettricità indispensabile al funzionamento delle attrezzature mediche, alimentate con mezzi di fortuna. In generale, quasi tutte le strutture sono state distrutte, per cui le persone vivono in un mare sterminato di tende malconce e baracche di fortuna sorte in mezzo alle rovine di quelle che solo un paio di anni fa erano le loro città, i loro quartieri, le loro case.
Uno scenario devastante, che come si diceva rende indispensabile la presenza delle ONG, peraltro attive già in precedenza, come sottolinea Monica Minardi, presidente di MSF, la quale ricorda come l’Organizzazione operasse in Palestina fin dal 1989, ma con un’azione molto più limitata, visto che le strutture locali erano ben organizzate ed equipaggiate e la preparazione del personale era di alto livello, un’eccellenza volutamente demolita da Israele, che ha scientemente preso di mira gli operatori sanitari, così come i giornalisti, colpendoli a freddo mentre svolgevano le loro mansioni, gli uni di soccorso e gli altri di informazione.
Due aspetti fondamentali nei conflitti e in generale nelle situazioni di crisi, che infatti stanno alla base di MSF, fondata da un gruppo di medici e di giornalisti proprio col duplice scopo di portare aiuto sanitario e al tempo stesso documentare ciò che succede e renderlo visibile alla comunità internazionale. Compito che l’Organizzazione umanitaria ha svolto e porta avanti con forza anche a Gaza, denunciando senza mezzi termini le violazioni del diritto internazionale perpetrate da Israele, cosa che ovviamente dà molto fastidio al governo di Tel Aviv, impegnato a negare l’evidenza e togliere ogni visibilità sulla tragedia in corso nella Striscia.
Per estromettere MSF e le altre ONG, Israele ha strumentalmente lanciato accuse infondate di presunte contiguità con Hamas, cosa che aveva già fatto anche con la missione ONU. Ma Minardi smentisce con fermezza, affermando che MSF è un datore di lavoro responsabile, non assume persone sospette. Inoltre, a Gaza come in ogni altro contesto, non ammette nei suoi presidi persone in divisa, tanto meno armate, per la stessa sicurezza delle proprie missioni, che devono essere assolutamente neutrali rispetto ai conflitti in cui operano, prima di tutto per proteggere gli operatori impegnati sul campo. In questo senso, comunicare i dati del personale a Israele li metterebbe a rischio, visto che l’esercito di Tel Aviv ha deliberatamente ucciso decine di operatori sanitari, tra cui quindici collaboratori di MSF, oltre a trattenere in prigione un loro medico senza accusa né processo. Al momento, il 95 per cento del personale che opera per MSF a Gaza è costituito da personale locale regolarmente assunto, quindi fra le poche persone che abbiano un lavoro e uno stipendio che consente loro di mantenere le famiglie. Dall’altro lato, Israele ha rifiutato qualunque incontro di mediazione e chiarimento con le ONG e non ha comunicato come e per quali scopi saranno utilizzati i dati sensibili richiesti, atteggiamento che non dà alcuna garanzia sulle loro reali intenzioni.
La verità – sostiene ancora Minardi – è che le denunce di MSF relative ai crimini di guerra dell’esercito israeliano a Gaza e alla persecuzione portata avanti dai coloni israeliani illegali ai danni della popolazione della Cisgiordania danno molto fastidio al governo di Tel Aviv, che per questo motivo vuole allontanarli. Nel frattempo, Israele ha iniziato a impedire l’accesso di personale sanitario internazionale, con la conseguenza che gli operatori sul campo hanno dovuto prolungare il periodo di missione, compresi gli addetti alla logistica, indispensabili in un contesto in cui manca l’acqua potabile e l’elettricità per i macchinari, oltre appunto al cibo, ai medicinali e ai supporti medicali anche più banali, come le semplici bende per medicare ferite che non si rimarginano a causa delle precarie condizioni sanitarie e alimentari.
Il problema, naturalmente, non è tanto per MSF, quanto per la popolazione gazawi, che resterebbe senza aiuti in loco, mentre Israele ha bloccato anche i trasferimenti sanitari, con oltre 18.000 persone in lista per essere evacuate e curate all’estero.
La preoccupazione di Minardi è anche lo scenario che verrebbe a crearsi con l’assenza degli operatori internazionali, ovvero con la mancanza di una testimonianza diretta su ciò che è accaduto e continua ad avvenire a Gaza, anche dopo l’entrata in vigore di una tregua che è tale solo di nome, mentre nella realtà proseguono uccisioni e bombardamenti, anche se a ritmo più ridotto.
La situazione è già difficilissima, gli aiuti sono ampiamente insufficienti rispetto ai bisogni, le conseguenze dell’estromissione delle ONG dal territorio sarebbero catastrofiche.
Tuttavia MSF, proprio in qualità di datore di lavoro tenuto a tutelare i propri dipendenti, non ritiene opportuno comunicare i dati dei propri collaboratori, perché il rischio è di trasformarli in bersagli.
Peraltro, non è la prima volta che MSF viene espulsa da contesti di conflitto, o è costretta ad andarsene per mancanza di condizioni minime di sicurezza. Ma qui la situazione è più grave, perchè Gaza è un territorio occupato, e secondo il diritto internazionale l’occupante ha il dovere di garantire la protezione dei civili e rispettare la neutralità delle strutture sanitarie, mentre Israele ha fatto esattamente l’opposto.
Resta il dubbio se, per non “indispettire” il governo di Tel Aviv, sarebbe stato meglio non denunciare con tanta forza gli abusi commessi dall’esercito israeliano. Ma per Medici Senza Frontiere, fondata da medici e giornalisti proprio col duplice scopo di curare e informare al tempo stesso, sarebbe stato come tradire la propria missione. Inoltre, aggiunge la presidente MSF Minardi, essere neutrali e imparziali in un conflitto non significa stare in silenzio, anzi a volte testimoniare ciò che succede sviluppa un’empatia reciproca con le popolazioni assistite, il che è di grande aiuto per la riuscita delle missioni umanitarie. Inoltre, gli operatori si limitano semplicemente a dire ciò che vedono, con chiarezza e trasparenza. E probabilmente è proprio questo che disturba, perché chi ha intenzione di commettere uno sterminio non vuole pubblicità e ostacoli di alcun tipo.
Dunque, chi tace o addirittura nega non è neutrale, è complice.
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