Giorgio Arfaras – Breve storia dell’economia

Economia, argomento per soli addetti ai lavori? Materia unicamente infarcita di grafici, dati e formule matematiche? Qualcosa, insomma, di poco penetrabile ai profani, da cui tenersi distante? Niente di tutto questo. L’economista Giorgio Arfaras nel suo ultimo libro “Breve storia dell’economia” (Salani editore), prova a sfatare questi luoghi comuni i quali, se pur contengono qualcosa di vero, non descrivono però del tutto la realtà di una disciplina che influenza notevolmente la nostra esistenza e di cui può rivelarsi utile, oltre che interessante, conoscere i meccanismi.

Il libro ci accompagna così in un viaggio attraverso i secoli nel quale scopriamo l’evolversi dei sistemi economici e ci si rende conto di quanto tutto questo incida sulla nostra quotidianità dove al centro vi è pur sempre la produzione e il consumo di beni per la nostra sussistenza. Anche se non ce ne accorgiamo, sostiene Arfaras, <<l’economia, è l’ambiente in cui esistiamo ogni giorno, è come l’acqua per i pesci>>.

L’autore si sofferma sulle tappe dell’evoluzione delle strutture economiche non sempre attenendosi al solo criterio cronologico e, per fornirci una spiegazione complessiva, sceglie un’originale tripartizione per classificare i diversi stadi dei fenomeni economici, da un ambito locale ad uno globale. Ecco allora parlarci di “economia diretta”, quella che in maniera elementare vediamo scorrere sotto i nostri occhi in termini di domanda ed offerta di beni sul mercato. In seconda battuta di un’ ”economia condizionata”, con l’esame delle politiche seguite dagli Stati nei confronti della ricchezza prodotta, attraverso l’imposizione delle tasse e l’entità della spesa, con uno sguardo alle opzioni ideologiche sottostanti a queste decisioni. Di un’ ”economia tecnica”, infine, collocando queste scelte nella dimensione internazionale soppesando gli elementi che ne stanno alla base.

Una serie di esempi concreti, spesso sotto forma di aneddoti, punteggiano il libro vivacizzando una narrazione che risulta comunque sempre scorrevole ed avvincente. Non manca, ovviamente, una carrellata storica, analizzando le strutture dell’economia antica e di quella feudale, sino a giungere alla rivoluzione industriale che, a partire dalla fine del Settecento, ha cambiato i connotati del nostro vivere. In effetti, è proprio da quel momento che, dopo secoli nei quali la produzione di beni e dunque il grado di benessere della popolazione, era rimasto sostanzialmente invariato si assiste ad un vero e proprio balzo in avanti del livello di vita delle persone.

Un percorso non sempre lineare, tra fasi di penuria e di abbondanza, tra bolle speculative e periodiche crisi, tra stasi produttive e impennarsi della crescita grazie alle innovazioni tecniche e alle scoperte scientifiche. I singoli tratti di questo percorso non sono sempre comprensibili. Si agisce sulla base del contesto generale, delle specifiche contingenze. Anche la politica entra in gioco e qui si scopre una certa correlazione tra mancato sviluppo e meccanismi istituzionali. Il filo conduttore lo si scopre dopo. Ma a posteriori emerge una certa razionalità dell’insieme.

Nel tempo si sono confrontate molteplici scuole di pensiero, tra economisti classici e studiosi di impronta marxista, tra liberisti e keynesiani. Un lungo e perdurante dibattito su redditi e salari, su profitti e rendite, su risparmio ed investimenti. Può dirsi che il sistema capitalistico sia assimilabile ad un film: i singoli fotogrammi sono spesso pessimi ma l’insieme della pellicola è convincente.

Indubbia è infatti la funzionalità dell’economia di mercato: formidabile nel produrre ricchezza, assai meno nel distribuirla equamente. E qui si innesta il ruolo della politica ed anche l’annoso dilemma tra iniziativa privata e presenza pubblica. Ci si interroga infine su quando favorire la prima e quando accrescere la seconda. Gestione privata o gestione pubblica? Dove c’è concorrenza è certamente meglio affidarsi agli imprenditori. <<Si privatizza – sostiene Arfaras – ciò che può funzionare meglio con gli imprenditori poiché con i manager anche il settore pubblico può funzionare altrettanto bene>>.

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