Gianni Oliva – La prima guerra civile
Il primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II, mantenne la precedente numerazione sabauda mostrando che l’unificazione nazionale veniva intesa come una semplice annessione delle regioni meridionali da parte piemontese. Il Regno d’Italia viene formalmente proclamato il 17 marzo 1861 ma già l’incontro di Teano, in Campania, il 26 ottobre 1860 tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele sancisce, di fatto, il compimento unitario. Ed è da quel momento che in tutto il Mezzogiorno iniziano quelle sollevazioni che segneranno il primo decennio del nuovo Regno. Una vera e propria guerra civile. La prima del nostro Paese. In anticipo di otto decenni da quella che nel 1943-45 metterà di fronte partigiani e repubblichini.
Un conflitto feroce, come sanno essere solo quelli combattuti all’interno di una nazione, dove non vi è tanto un nemico da sconfiggere, quanto piuttosto un traditore da annientare. In tutti i modi. E in quel primo periodo post unitario la nostra penisola fu teatro di una lotta senza quartiere tra l’esercito regolare e una serie di bande armate, sostenute da buona parte della popolazione.
Si è parlato di queste vicende nella presentazione del libro dello storico Gianni Oliva, “La prima guerra civile. Rivolte e repressione nel Mezzogiorno dopo l’unità d’Italia” (Le Scie – Mondadori). Un appuntamento promosso dalla Cooperativa sociale e libreria “La Rosa blu”, sempre attiva nell’offrire al pubblico riflessioni su tematiche storiche o di attualità.
Il dato da cui parte Oliva è che l’Unità nazionale fosse necessaria, seppure andasse fatta diversamente. Era necessaria per avviare uno sviluppo economico ormai ostacolato dall’esistenza nella penisola di tanti piccoli Stati. Lampante l’esempio offerto dall’autore. Un imprenditore francese della Provenza poteva vendere con facilità i propri prodotti in Borgogna o in Normandia, regioni dello stesso Stato. Un suo omologo piemontese per portare i propri beni in Sicilia, doveva oltrepassare ben cinque frontiere: Lombardo-Veneto, Ducato di Parma, Granducato di Toscana e Stato Pontificio. Cinque confini ed altrettanti dazi sulle merci, con un conseguente aumento di costi. Ma non solo. Anche cinque monete diverse e, come non bastasse, differenti unità di misura. Un contesto per di più penalizzato dalla mancanza di un’efficiente rete ferroviaria, difficile da realizzare con un tale spezzatino politico.
La borghesia di tutta la penisola era dunque favorevole all’unificazione, temendo semmai che questa avvenisse dal basso, mettendo in discussione il diritto di proprietà e proclamando addirittura la repubblica. A quel tempo, vessillo istituzionale della sinistra più radicale. Due potevano essere le dinastie in grado di unire l’Italia: i Savoia e i Borboni, rispettivamente regnanti sul piccolo Piemonte e sull’intero Mezzogiorno. Perché, allora, non furono i Borboni a guidare l’unificazione, ma questa fu appannaggio savoiardo?
A fare la differenza fu la dura repressione dei moti liberali che caratterizzò il regno borbonico. Non così con i Savoia dove il mantenimento dello Statuto, dopo il 1848, portò il Piemonte a porsi come naturale capofila del liberalismo e guida del percorso risorgimentale. Va detto che Camillo Cavour, divenuto primo ministro, non aveva in mente un’unità nazionale che comprendesse il Mezzogiorno, puntando più semplicemente ad uno Stato sabaudo allargato al Nord e al Centro.
Fu la clamorosa ed insperata riuscita dell’impresa dei Mille a sconvolgere il disegno cavouriano. Garibaldi ebbe partita vinta nel Sud promettendo la fine del latifondo e in questo modo si assicurò il consenso della popolazione meridionale. In un anno e mezzo – dalla primavera del 1859 all’autunno del 1860 – si fece l’Italia. Qualcosa di miracoloso in così breve tempo.
Adesso – come ebbe a dire, Massimo d’Azeglio, occorreva “fare gli italiani” – ma l’improvvisa morte di Cavour privò il nuovo Regno del suo unico e vero statista, che, prendendo atto delle differenze esistenti tra Nord e Sud della penisola, aveva immaginato, almeno per i primi anni post unitari, un assetto federalista. I suoi successori puntarono invece su un centralismo che esasperò la popolazione del Mezzogiorno tra leva obbligatoria e pesante tassazione. Fu questo ad innescare le rivolte: insorgenze locali – senza una chiara leadership, né un vero programma – sulle quali si innestò il brigantaggio, abile a cavalcare il generale malcontento.
Da qui la guerra civile contro bande, spesso appoggiate dai contadini, vessati da uno Stato che sentivano nemico. Un conflitto che fece 20mila morti (più delle tre Guerre di indipendenza messe insieme) cui pose fine soltanto la conquista di Roma, nel 1870, e il venir meno della protezione che lo Stato Pontificio aveva garantito ai rivoltosi. Una vicenda che vide la sua conclusione sul piano militare ma di cui non pochi strascichi – a cominciare da una certa diffidenza verso lo Stato – perdurarono nei decenni successivi. Non risultando del tutto superati forse neanche oggi.
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