Dopo il voto regionale

Regionali, tutto secondo previsioni: Veneto al centrodestra con Alberto Stefani, Campania e Puglia al centrosinistra, rispettivamente con Roberto Fico ed Antonio Decaro. Tre squillanti vittorie con oltre il 60 per cento dei consensi per i neo presidenti con la conseguente riconferma per gli schieramenti che già guidavano le tre Regioni. Del resto, dappertutto gli elettori hanno puntato sulla stabilità. E’ accaduto nelle Marche e in Calabria, a vantaggio del centrodestra con Lorenzo Acquaroli e Roberto Occhiuto ed è successo in Toscana, con il rinnovato via libera al centrosinistra di Eugenio Giani.

Al di là del largamente atteso risultato dei governatori e di un altrettanto prevedibile astensionismo, merita rilevare l’ottima prova di Luca Zaia in Veneto. Un vero trionfo: 203mila preferenze e record assoluto nella storia delle tornate regionali. Un exploit che permette alla Lega – da queste parti lontana anni luce dall’estremismo vannacciano – di ottenere un sonante 36 per cento. Il doppio dei consensi raccolti da Fratelli d’Italia che solo lo scorso anno, alle Europee, era stato il partito più votato. Questo mostra da un lato l’incredibile volubilità dell’elettorato e dall’altro che quando vi è in ballo un candidato di valore (come Zaia per l’appunto), i voti arrivano a frotte.

Sempre a proposito di ex presidenti di Regione, va sottolineato in Campania il notevole successo di Vincenzo De Luca, la cui lista “A Testa alta”, si colloca in terza posizione con il 9 per cento, a confermare – ma non ce n’era bisogno – il persistente peso politico del governatore uscente. Buona infine la prova di Forza Italia: un’incollatura sotto FdI, che aveva preteso con Edmondo Cirielli di esprimere il candidato alla presidenza. A dispetto degli inesausti appetiti meloniani si registra il recupero leghista in Veneto e degli azzurri in Campania, in quest’ultimo caso sfruttando la rete elettorale messa a punto negli anni di Silvio Berlusconi.

Il conteggio delle regionali 2025 si chiude con un salomonico pareggio – tre a tre – tra i due schieramenti. Bene così. Nessuno può dirsi realmente sconfitto e nessuno può cantare davvero vittoria, tranne forse Forza Italia che può annoverare lo strapuntino conquistato in Valle d’Aosta essendo riuscita, pur in assenza di elezione diretta del presidente regionale, ad entrare in maggioranza con gli autonomisti, mandando Lega e FdI all’opposizione con il centrosinistra.

Attenzione, in ogni caso, a collegare meccanicamente il voto regionale a quello politico generale. Si tratta di situazioni molto differenti e qualsiasi trasposizione rischia di essere fuorviante. I temi in gioco nelle Regioni: sanità, trasporti locali, welfare territoriale agevolano di molto le convergenze, mentre ben altro è lo scenario per la guida del Paese tra affari esteri, sicurezza e politica economica. Ambiti nei quali l’opposizione si muove per lo più in ordine sparso e la maggioranza, come mostra la Legge di bilancio, ha non poche difficoltà a trovare la sintesi più efficace.

In attesa del referendum sulla giustizia, o meglio sullo sdoppiamento del Csm, da tenersi in primavera, la premier Giorgia Meloni – forse meno soddisfatta dei risultati di quanto non affermi la grancassa governativa – vorrebbe cambiare la legge elettorale nel timore di una sconfitta alle prossime politiche. Via quindi i collegi – dove il centrodestra potrebbe perdere molti duelli contro un centrosinistra unito – e avanti con un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza. Un rimedio contro la paventata ingovernabilità. Un argomento, certo da prendere in considerazione, ma che andrebbe affrontato con ben altre modalità e, soprattutto, coinvolgendo l’opposizione perché le regole si scrivono insieme.

Qualcos’altro però dovrebbe destare allarme. Alle urne si reca ormai meno della metà degli elettori e se è probabile che alle politiche – data la posta in palio – vi sarà maggior affluenza, risulta lampante che la disaffezione elettorale sia un fenomeno diffuso e crescente. Alle forze politiche il compito di vivificare questa scarsa partecipazione. Altrimenti diverremo – per usare le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – una “democrazia a bassa intensità”.

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