Svolta sovranista a Praga

In Repubblica Ceca prevale il sovranismo. Uno scenario scaturito dopo le elezioni che si sono svolte in ottobre evidenziando un fenomeno che sempre più spesso investe l’est europeo.

Gli Stati più prossimi alla Russia, come la Georgia o la Moldova, tendono quanto più a rafforzare, pur tra mille ostacoli, il legame con l’Unione europea, mentre nell’area mitteleuropea – geograficamente più distante dalle insidie moscovite – continua a far capolino il richiamo della foresta sovranista.

E’ così a Praga, con il 35 per cento dei suffragi, vince nettamente Andrej Babis, leader della destra populista di “Alleanza dei cittadini insoddisfatti” (Ano), che conquista 80 dei 200 seggi della Camera. Un consenso radicato in particolare nelle regioni rurali e tra l’elettorato più anziano. Crollano invece al 23 per cento i liberali europeisti di Petr Fiala, al timone del Paese negli ultimi tre anni. Sconfitti anche i centristi di Stam, che facevano parte della maggioranza uscente, scesi all’11 per cento e, tallonati, appena due punti sotto, dal “Partito Pirata”, formazione assimilabile ai nostri Cinque Stelle.

Inequivocabile il segnale, lanciato dagli elettori, di un generale malcontento pur in un contesto economico tutto sommato abbastanza stabile. A preoccupare è però l’incremento dei costi energetici che ha messo in difficoltà l’industria e creato forti disagi nei segmenti più deboli della popolazione. A fare da parafulmine è stata – come sovente accade – l’Unione europea e questo ha inevitabilmente penalizzato tutte le formazioni che ad essa si richiamano.

Sarà quindi la destra populista guidare il Paese. E infatti Babis – per lui un ritorno al potere dopo una prima esperienza dal 2017 al 2021 – ha immediatamente allestito una maggioranza con gli ultraconservatori di Libertà e democrazia (Spd) e con il Partito degli automobilisti (Motoristé sobe). Forza che sostiene a spada tratta l’uso del carbone e dei veicoli a combustibile fossile, contrastando i piani ecologici di Bruxelles. I numeri sono comunque risicati: 108 seggi su 200, per una navigazione che, pur sommando forze ideologicamente prossime, si annuncia irta di ostacoli. La Spd – cui solo la sigla è simile alla socialdemocrazia tedesca – chiedeva infatti due referendum contro la Nato e l’Unione europea. E non è escluso che ritorni alla carica anche a prezzo di una crisi di governo.

Non si deve tuttavia pensare che la venuta di Babis al governo significhi un automatico allineamento della Repubblica Ceca all’Ungheria di Viktor Orban o alla Slovacchia di Robert Fico. Diversamente dai capi di governo di questi due Paesi, il premier ceco è favorevole sia all’Unione, conscio dei vantaggi che garantisce, sia all’Alleanza atlantica. Per questo ha messo la sordina alle velleità della Spd. Nessun cedimento filo russo, dunque, come accade ad Orban e a Fico, anche se è certo che verrà a formarsi un più consistente blocco sovranista in grado di condizionare la legislazione europea su alcuni temi come la difesa dei combustibili fossili o l’attivazione di deroghe sulle norme ambientali. Terreno di scontro con l’Unione europea, il Green Deal che Babis vorrebbe rivedere nei suoi fondamenti non ritenendolo compatibile con le esigenze produttive dell’industria.

Ad ogni buon conto, il presidente della Repubblica, Petr Pavel liberale filo europeo, si è già posto come garante di una piena collocazione europeista del proprio Paese, anche utilizzando, come prevede la Costituzione, il potere di veto sulle leggi emanate dal Parlamento. Ad esempio frenando anzitempo l’ipotesi – prospettata dalla destra nei mesi scorsi – di una riforma costituzionale che confermi la Corona come valuta nazionale. Una revisione in totale contrasto con l’obbligo derivante dai trattati Ue, pienamente sottoscritto da Praga, di muoversi nella direzione della moneta unica.

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