1995: con l’assassinio di Rabin, finì il processo di pace in Medio Oriente
Trenta anni fa, la sera del 4 novembre 1995, al termine di una manifestazione in supporto degli accordi di Oslo, nella piazza principale di Tel Aviv che oggi porta il suo nome, veniva assassinato Yitzhak Rabin, capo del governo più di sinistra della storia di Israele. Leader che, tra mille difficoltà, stava cercando di pacificare quella terra martoriata, puntando sul principio dei “due popoli, due Stati”. Una formula oggi consunta, ma a quell’epoca inedita, e perciò ricolma di speranze.
A colpire a morte il premier non un terrorista palestinese, adepto di Hamas, ma un estremista ebreo imbevuto di fanatismo religioso. I veri nemici Rabin li aveva in casa. Tra questi, in prima fila, l’attuale premier Benjamin Netanyahu che nei mesi che precedettero l’attentato si era reso protagonista di una reiterata campagna di diffamazione parlando di Rabin come di un traditore di Israele.
Un’accusa insensata. Un vero e proprio paradosso. Rabin era il generale pluridecorato che aveva combattuto le quattro guerre che dal 1948 Israele aveva sostenuto contro gli Stati arabi coalizzati. Il militare che nella Guerra dei Sei giorni, nel giugno 1967, era entrato vittorioso a Gerusalemme. Un patriota a tutto tondo. Davvero assurdo parlare di tradimento, solo perché – con il realismo dei grandi statisti – stava trattando con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) per spezzare il circolo vizioso di un conflitto ultradecennale, regalando al proprio Paese pace e sicurezza.
Le pallottole furono il tragico esito di quel clima mefitico. Esse non solo uccisero un uomo ma distrussero il processo di pace tra israeliani e palestinesi. Intendiamoci, non è che tutto filasse liscio. Tutt’altro. Gli accordi di Oslo che Rabin aveva stipulato due anni prima con Yasser Arafat, avendo come garante il presidente americano Bill Clinton, erano in larga parte ancora da attuare. Si era appena all’inizio di un percorso molto complesso che avrebbe richiesto anni per giungere a compimento, in perenne balia degli estremisti dei due campi, pronti in ogni istante a sabotarlo.
Eppure quel tragitto, per accidentato che fosse, stava conducendo verso una meta che pareva finalmente possibile. Rabin detestava Arafat, ma più volte ebbe a dire che la pace si negozia con i nemici. E dinanzi agli attentati che l’estremismo palestinese continuava a compiere, aggiungeva: “combatteremo il terrore come se la pace non esistesse e faremo la pace come se non ci fosse alcun terrore”.
Quel periodo, da annoverarsi come il più promettente nella contorta vicenda israeliana, aveva preso le mosse dalle elezioni politiche del 1992. I laburisti avevano battuto i conservatori del Likud, e si trovarono nella condizione di governare il Paese allestendo una coalizione di forte impronta progressista.
Rabin si era rivelato la carta vincente della sinistra. Ordine pubblico e sicurezza – in Israele come ovunque – non sono mai temi prioritari nelle agende sinistrorse. Avere però come capofila, e futuro premier, il generale, che solo qualche anno prima aveva piegato con risolutezza le sommosse in Cisgiordania (la prima Intifada) era la miglior garanzia che sul fronte securitario non vi sarebbe stato alcun cedimento.
La vera e grande novità in cima al programma del nuovo esecutivo era però la decisione di avviare un percorso di pace con i palestinesi. Una rotta perseguita – in quello straordinario triennio – a dispetto di reciproche diffidenze e di ataviche incomprensioni. L’obiettivo di due popoli due Stati – unica soluzione possibile per far convivere questi due mondi, tanto vicini e, al tempo stesso, tanto lontani – pareva davvero a portata di mano. Fino a quella tragica sera. Di cui i frutti avvelenati permangono tutt’ora.
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