Partecipazione dei lavoratori, cardine decisivo dell’economia

Quello sulla partecipazione del mondo del lavoro alla vita dell’impresa, elemento cardine di un’autentica democrazia economica, è un dibattito che in Italia dura da molti anni, senza esser, almeno sinora, approdato mai a qualcosa di concreto. Riflettere su questi temi è decisivo. E la festa della nostra Repubblica fondata sul lavoro è occasione quanto mai propizia. Si tratta di un discorso – bisogna ammetterlo – che sconta reticenze sia di parte sindacale che di parte confindustriale. Eppure è un tema che, prima o poi, anche pensando alla ripresa produttiva dopo l’emergenza del Coronavirus, andrà seriamente affrontato, perché il sistema economico, come mostra l’esempio tedesco, per essere realmente competitivo ha bisogno della maggior possibile comunità di intenti tra capitale e lavoro.

Nell’immediato, tanto per cominciare, sarà interessante verificare quali esiti scaturiranno dalla presenza di due rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di amministrazione del nuovo gruppo automobilistico, nato dalla fusione tra Fiat-Chrysler e Peugeot. E’ un primo passo da non trascurare. Detto questo, è evidente, che il modello più avanzato, di partecipazione dei lavoratori nella grande impresa è quello tedesco della cogestione. Un modello che funziona bene da lunghi decenni e che dovremmo provarne l’applicazione anche a casa nostra. D’altronde è già in uso nelle aziende italiane che hanno la casa madre in Germania.

Un altro schema degno di nota è quello anglosassone. Qui la partecipazione (ma un’opzione non esclude certo l’altra) più che una natura gestionale assume una veste finanziaria con i lavoratori azionisti. In quest’ottica, il salto di qualità potrebbe essere quello di disciplinare meglio dal punto di vista giuridico la facoltà di usare il diritto di voto non tanto come singoli dipendenti azionisti ma come categoria nel suo insieme. In tal senso una rappresentanza unitaria dei lavoratori costituirebbe un nocciolo duro di capitale capace di contrastare molti degli incontrollati eccessi legati al predominio della finanza sugli aspetti produttivi. Basti pensare che oggi i fondi di investimento, ritenuti i padroni dei destini di molte imprese, dispongono di quote azionarie che a volte sono appena del cinque per cento. Conquistano però il bastone di comando del’azienda perchè il restante capitale, non riuscendo a giocare di squadra, resta passivo e silente. Con un ben congegnato azionariato collettivo, i lavoratori avrebbe invece modo di contare molto di più nelle scelte dell’impresa, a tutela soprattutto della sua evoluzione di lungo periodo.

Altro versante partecipativo è infine quello, in verità già ben collaudato, della formazione professionale. In questo ambito occorrono più efficaci strumenti di coinvolgimento dei lavoratori, perché la formidabile innovazione tecnica, con la necessità di una più accentuata qualificazione delle maestranze, chiede più incisive relazioni tra aziende e sindacati.

Nel complesso si tratta di rendere i lavoratori, non gli antagonisti dell’impresa ma i veri protagonisti della stessa, perché con il loro lavoro contribuiscono a creare valore e ricchezza. Più che mai è quindi necessario individuare idonee modalità partecipative e proprio in questa apertura al mondo del lavoro può concretizzarsi, nel modo più intelligente, quella famosa responsabilità sociale di impresa, a volte più decantata che davvero praticata. La partecipazione dei lavoratori deve poter incidere sulla gestione dell’impresa, correggendo a monte le storture legate a logiche aziendali di breve periodo. Quella miope, e micidiale, visione di breve termine basata sulla finanza speculativa, che sta facendo fallire la stessa economia capitalista.

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