Pd: il dilemma del Centro

Nel Partito democratico convivono un’anima diessina, erede del vecchio Pci, e un’anima popolare, figlia della sinistra Dc. Entrambe cofondatrici del nuovo soggetto politico ma anche segnate da alcune divergenze poiché i Popolari si sentono un po’ messi nell’angolo dalla più numerosa componente ex Ds. Due in particolare i motivi di frizione.

Il primo è la mai sopita vocazione socialdemocratica alla quale aspirano gli ex Ds, contrastata invece dagli eredi del popolarismo che vorrebbero un diverso punto di approdo. Quale però non ci è dato di saperlo. Pare infatti poco convincente l’idea che i cattolici democratici concludano i propri giorni nell’area liberaldemocratica europea. Anche perchè il riformismo cattolico non è certamente assimilabile a quella famiglia politica, da sempre collocata su posizioni laiciste, sui cosiddetti valori non negoziabili, e liberiste in economia. Se per sfuggire al martello socialista finisse sull’incudine liberale, il popolarismo non farebbe certo un gran passo in avanti.

Un’altra soluzione sarebbe quella di aderire al gruppo popolare europeo nel quale però i cattolici democratici si troverebbero soffocati dall’avvolgente magma conservatore da cui gli stessi democristiani tedeschi (Cdu) fanno fatica ad emergere. Davvero un bel rebus. Esattamente come la seconda questione: quella delle scelte eticamente sensibili. Qui si confrontano, per così dire, la visione antropologica laica, o laicista, e quella dei credenti. Su questi temi c’è ben poco da fare. O si dirimono con la libertà di coscienza affrancandole dunque dalle rigidità del programma politico oppure si cerca un faticoso, e arduo, compromesso che, quasi certamente scontenterà un po’ tutti.

Tra questi due dilemmi, assieme a molti altri, si dibatte il Pd. Il miglior auspicio che si possa fargli è che riesca a diventare la nuova Dc. Non certo, evidentemente, per diventare un partito di cattolici – cosa improbabile data la secolarizzazione odierna e la forte matrice laico-socialista presente tra i democratici – ma per qualcosa di assai più importante, quale la centralità nel sistema politico. Sarà così? Difficile dirlo in quanto la Dc stava nel mezzo della scena avvantaggiata dal fatto che al suo principale concorrente, il Pci, era preclusa l’ascesa al governo per ragioni internazionali.

Il Pd attuale invece opera in un sistema pienamente bipolare, in cui l’alternanza gioca interamente i suoi effetti consentendo a ciascuno dei poli di accedere al governo come di essere relegato all’opposizione. E oggi, più che mai, questa prospettiva rischia realmente di profilarsi. Se infatti si consoliderà l’unione tra Udc, Fli ed Api cui in futuro si aggiungeranno magari spezzoni di Lega e Pdl, facilmente il Pd si troverà all’opposizione insieme all’Italia dei Valori e a Sinistra e libertà. E in effetti, se il Pd aveva già grosse difficoltà a battere il classico berlusconismo, tutto sarà ancora più difficile contro un blocco moderato con venature riformiste come quello sopra descritto.

Ecco allora la ragionevole preoccupazione che il Pd sappia adeguatamente presidiare il centro e quell’area moderata ove in genere si vincono le sfide elettorali. Tutto vero perché la conquista del Centro è decisiva. C’è da chiedersi però se in realtà, la partita non sia già persa in partenza, in quanto potrebbe scontrarsi con la diffidenza dei moderati che al Pd in “versione centrista” preferiranno comunque una forza moderata doc e non una sua copia.

In quel caso al Pd forse non resterà che battere un’altra strada che potrebbe – chissà – rivelarsi inaspettatamente proficua. Quella di riempire il grande vuoto a sinistra, costruendo un soggetto riformatore e progressista, saldamente collegato al mondo del lavoro, ai ceti disagiati, agli interessi della classi popolari, e da quel versante, oggi privo di credibili interlocutori, tornare ad aspirare alla guida del Paese.

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