Primarie: davvero la migliore soluzione?
Le forze della sinistra riformista italiana e francese – ossia il Partito democratico e il Partito socialista – paiono aver definitivamente adottato le primarie come strumento per selezionare le proprie candidature a qualsiasi livello: dalle elezioni locali a quelle nazionali, ove la scelta verte sul possibile aspirante alla presidenza del Consiglio (in Italia) o della Repubblica (in Francia).
Un’ opzione che ricalca quanto avviene da decenni in America, ogni quattro anni, per la nomination presidenziale dei partiti in lizza (democratici e repubblicani), ponendo iscritti e semplici simpatizzanti sullo stesso piano.
Le primarie sono in effetti un importante strumento di democrazia diretta e forse non è un caso che, Stati Uniti a parte ove la tradizione è bipartisan, in Europa sia soltanto la sinistra, in genere meno verticistica della destra, ad affidarsi a questo congegno. Nulla da dire quindi sulla legittimità della scelta operata da Pd e Ps, anche per l’esplicita, e tutto sommato nobile, apertura all’intero popolo della sinistra e non soltanto a coloro che hanno in tasca la tessera del partito.
Detto ciò resta da chiedersi se le primarie raggiungono realmente il loro scopo che è, o dovrebbe essere, quello di selezionare il miglior candidato possibile per la sfida elettorale con il fronte avversario.
Per la verità, sia l’esperienza francese che quella italiana fanno venire qualche dubbio in proposito. Oltralpe nel 2006 alle primarie per scegliere lo sfidante di Sarkozy per la corsa all’Eliseo vinse Segolene Royal che seppe accendere l’entusiasmo dei simpatizzanti mentre era evidente la maggior caratura dei suoi sfidanti: Dominque Strauss Kahn (non a caso asceso poi alla presidenza del Fmi) e Laurent Fabius (primo ministro all’epoca di Mitterrand). Oggi siamo un po’ nella stessa situazione. Tre paiono essere i concorrenti più quotati: i soliti Royal e Strauss Kahn nonchè la segretaria del partito, Martine Aubry. Ad essi va poi aggiunta un gruppo di giovani rampanti desiderosi di farsi strada. Tra tante ambizioni personali spicca purtroppo l’assenza di un progetto politico ambizioso. Progetto di cui invece dispone la destra che poi, non a caso, finisce per vincere.
Da noi la situazione è più complicata ancora. Intanto non si possono chiamare primarie nel vero senso del termine quelle svolte nel 2005 (con Prodi) e nel 2007 (con Veltroni) poiché il risultato era scontato in partenza e il popolo dei gazebo consacrò semplicemente quanto già deciso altrove. Forse la contesa più veritiera fu quella del 2009 tra Bersani e Franceschini a contendersi la guida del Pd che però è ben altra cosa rispetto alla leadership della coalizione.
Le primarie complicano peraltro la costruzione di un’alleanza per la quale è indispensabile definire innanzi tutto il programma e solo dopo, tutti insieme, individuare il miglior candidato possibile. Magari procedendo con primarie di coalizione. Se invece si fanno le primarie interne al Pd poi ci si trova in un vicolo cieco perchè, delle due l’una: o gli altri partner devono accettare supinamente una candidatura preconfezionata dal partito maggiore oppure si impone una nuova scelta e a quel punto ad essere smentita è la preferenza espressa inizialmente dai votanti Pd. Insomma un gran bel pasticcio.
E questo per non parlare del fatto, già riscontrato a Milano o in Puglia, che il candidato ufficiale del partito sia battuto dai concorrenti complice il fatto che al voto non partecipano solo gli iscritti e la platea si allarga sino a divenire incontrollabile. In America – terra delle primarie doc – non succede perché non c’è un candidato ufficiale, investito preliminarmente dal partito, ma quel ruolo lo assume, appunto, a posteriori chi vince la contesa.
Al di là di tutto si tratta di riflettere su questo strumento perchè le primarie americane si svolgono in un contesto incomparabilmente diverso dal nostro. Là i partiti sono semplicemente dei comitati elettorali, poco presenti sul territorio, cui fa da contraltare la selezione delle primarie ad ogni scadenza elettorale proprio per supplire all’assenza di un’organizzazione politica permanente.
Da noi siamo abituati ad altro. I partiti politici sono capillarmente diffusi sul territorio. Puntare unicamente sulle primarie vuol dire immaginare logiche partecipative che si innescano solo in prossimità delle scadenza elettorali. In pratica significa archiviare il modello di partito tradizionale con iscritti, sezioni, dibattiti e periodici congressi, ovvero un’attività politica intesa come privilegiato e permanente canale di partecipazione popolare, soprattutto dei ceti più deboli e, per loro natura, meno organizzati
Se manca questo è inutile poi stupirsi di certe derive verticistiche con partiti quasi personalistici, ove solo chi dispone maggiori risorse economiche potrà permettersi di partecipare alla contesa politica. Serve dunque aprire una riflessione, prima di incamminarci alla cieca in questa direzione. A rischio è anche il tipo di democrazia che vogliamo costruire: se quella dell’”uomo solo al comando” o di una meditata partecipazione di tutti alla vita politica.
Lascia un commento