Un Pd distante dal sindacato si allontana dal mondo del lavoro

Il Pdl sarà pure in crisi ma non è che il Pd se la passi troppo bene. Inutile nasconderlo, il Partito democratico ha un sacco di problemi che rischiano di mettere a repentaglio il senso stesso del grande progetto di sinistra riformista di cui il nostro Paese ha un estremo bisogno.

Una delle questioni irrisolte del Pd è, ad esempio, il rapporto con i sindacati e, più in generale, con il mondo del lavoro. Una difficoltà, di cui si parla poco forse perché fanno più notizia le diatribe sulla leadership, ma che viene a galla ogni qualvolta una sigla sindacale, in particolare la Cgil, proclama una manifestazione. Tra mille distinguo e una crescente fibrillazione, si parla allora di adesioni a titolo personale, senza impegnare il partito affinché non venga percepito come troppo contiguo al sindacato. In questa posizione si annida un equivoco di fondo su cui bisognerebbe riflettere con la massima attenzione.

E’ evidente che sindacati e partiti politici hanno ruoli diversi. I primi curano interessi settoriali i secondi rappresentano qualcosa di più generale, dovendo parlare all’intera società per proporsi di guidare il governo del Paese. Sarebbe dunque sbagliata qualsiasi sovrapposizione. Nessuna cinghia di trasmissione insomma, né da un lato né dall’altro. Autonomia però non significa estraneità.

Un fatto è certo: per un partito di centro-sinistra estraniarsi dall’universo sindacale e dal mondo del lavoro può essere esiziale. Non a caso i socialdemocratici tedeschi, i socialisti francesi, i laburisti britannici ma anche gli stessi democratici americani, oggi come ieri mantengono forti legami con i sindacati, nel segno di una naturale convergenza a tutela delle classi lavoratrici e subalterne. Del resto, in Europa e negli Stati Uniti, la destra fa un po’ lo stesso con l’universo delle imprese e del business. Ognuno fa cioè la sua parte, riguardo al proprio blocco sociale di riferimento le cui aspettative rappresentano in larga misura il programma di governo, pur evidentemente operando poi nel segno dell’interesse generale.

E’ una cosa talmente ovvia che non si comprende perché da noi, il Pd, sposi invece una sorta di neutralità, volendo porsi al di fuori della fisiologica contrapposizione tra capitale e lavoro. Forse vi è l’idea di guadagnare consensi nell’establishment economico sentendosi considerato maggiormente “responsabile” e “compatibile”. In realtà il grande establishment sarà sempre elettoralmente più prossimo al centro-destra mentre, per converso, proprio la netta la vicinanza alle problematiche dei lavoratori è da sempre la chiave che ha consentito alle formazioni di centro-sinistra europee o americane di vincere le elezioni e di governare.

D’altra parte se nel dna del Pd vi è il richiamo alla tradizione socialdemocratica e al riformismo cattolico quale deve essere il valore di base se non il primato del lavoro sul capitale? Il che significa leggere le vicende della nostra società avendo sempre come punto di riferimento l’avanzamento economico e sociale delle classi subalterne. Una necessità tanto più impellente in quanto oggi, sempre più spesso, vengono portate avanti dai governi conservatori riforme regressive un po’ in tutti i settori: dal mercato del lavoro alla fiscalità, dalla scuola alle pensioni. Controriforme che restringono spazi o che tolgono diritti, in special modo alle classi popolari e alla loro naturale aspirazione di migliorare le proprie condizioni di vita e tutto ciò mentre la forbice retributiva continua a crescere al punto che si trova persino normale che un manager guadagni quattrocento volte il salario di un operaio.

A questa ondata di vero e proprio regresso sociale va contrapposta una politica alternativa che trae linfa anche da quanto si muove nel mondo del lavoro. Almeno quando è all’opposizione e non ha ruoli di governo che impongono ovviamente altre logiche, una forza politica riformatrice è chiamata sempre a scendere in piazza a fianco dei lavoratori.

Se invece, come succede oggi, ci si allontana da queste realtà non bisogna poi stupirsi se si crea uno scollamento per cui sempre più vasti strati popolari abbandonano il Pd e finiscono per votare Lega Nord, partito reazionario che solo a parole difende i ceti subalterni, avendo avallato tutte le scelte classiste dei governi di destra degli ultimi quindici anni, a cominciare dalla precarietà del mercato del lavoro.

L’intero ragionamento ha chiaramente senso se il Pd intende davvero prefiggersi, come sarebbe naturale per una forza della sinistra riformista, di essere il punto di riferimento delle aspirazioni popolari e delle classi sfavorite. Troppe volte sorge il dubbio che non sia così.

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