44° Festival della Valle d’Itria a Martina Franca

“Giulietta e Romeo” di Vaccaj e “Rinaldo” di Händel nella versione di Napoli del 1718 per il festival pugliese, appuntamento fra i più raffinati dell’estate operistica italiana.

Il sole, la luce abbagliante, i dolci tramonti, il vento tiepido che soffia lieve fra le case bianche e gli edifici sacri barocchi della bellissima Martina Franca accolgono da quarantaquattro anni il Festival della Valle d’Itria: ingredienti ambientali ideali per un appuntamento annuale imperdibile dell’estate operistica italiana, dove le proposte di alto livello culturale, o per meglio dire, quelle che vanno al di là del comune repertorio, attirano incontestabilmente l’attenzione di un pubblico ricercato. Dall’anno della sua fondazione, questo Festival è stato fedele alla sua vocazione belcantistica. Nel passaggio dalla direzione artistica di Rodolfo Celletti a quella di Sergio Segalini (recentemente scomparso e commemorato con un concerto), qualche apertura a repertori meno circoscritti c’è stata; così ha fatto pure Alberto Triola, che oggi, nelle linee artistiche della sua programmazione, prosegue nella ricerca del repertorio operistico della scuola napoletana settecentesca e dell’opera del primo Ottocento italiano. L’entusiasmo e l’amorosa attenzione al territorio di Franco Punzi, instancabile ed appassionato Presidente del Festival e del Centro Artistico Musicale “Paolo Grassi” di Martina Franca, non nasconde un velo di preoccupazione per la contrazione di fondi a disposizione del Festival, ma le soddisfazioni sono molte, fra le quali l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, l’ottenuto patrocinio del Parlamento europeo per l’edizione di quest’anno e l’accordo che prevederà l’esportazione in Giappone di alcune produzioni. E poi c’è il pubblico, più numeroso e attento che mai alle proposte del Festival, tanto che per alcune serate si è registrato un tutto esaurito assai incoraggiante.

GIULIETTA E ROMEO

Il titolo che ha aperto la rassegna è stato Giulietta e Romeo di Nicola Vaccaj, compositore della cui produzione si sono oggi perse quasi del tutto le tracce, se non per l’interesse destato dall’opera sua più nota, Giulietta e Romeo appunto, andata in scena nel 1825 al Teatro della Canobbiana di  Milano e passata alla storia perché la grande Maria Malibran – che esegui l’opera in diverse riprese e nel 1835 alla Scala – era solita eseguire il finale dell’opera (“Ah, se tu dormi, svegliati!”), a posto di quello scritto da Bellini, quando vestiva i panni di Romeo ne I Capuleti e i Montecchi. Riascoltare oggi l’opera, dopo l’unica esecuzione nota in tempi moderni, risalente a ventidue anni fa a Jesi, è una vera sorpresa. Non solo perché la partitura, su libretto di Felice Romani, in più punti simile nel testo a quello steso per l’opera di Bellini, contiene musica bellissima, ma ancor più perché permette di riflettere su uno stile compositivo che se da un lato appare emulare il modello rossiniano, anche per la presenza di passaggi vocali ricchi di coloratura, dall’altro arreca una patina melodica patetica di modello antico, squisitamente belcantistica, che fa pensare all’opera di scuola napoletana e a Paisiello, di cui Vaccaj stesso fu allievo.

Certo per eseguirla ci vogliono pezzi vocali da novanta e un direttore che sappia cogliere il respiro di questa musica in bilico fra belcanto e aperture ad un romanticismo che è facile distinguere fra le sue pieghe musicali. Sesto Quatrini, dopo l’exploit a Martina Franca dello scorso anno, in cui diresse Un giorno di regno di Verdi, si conferma, alla testa dell’Orchestra Accademia Teatro alla Scala, bacchetta attenta al controllo del palcoscenico, morbida negli accompagnamenti, fantasiosa nei coloriti strumentali e nel condurre i quadri di ensemble, oltre che sensibile nel valorizzare al meglio le qualità dei cantanti, che non sono vocalisti di prestigio assoluto, ma professionisti di sicuro merito. Inoltre sceglie, invero opportunamente, di proporre i recitativi musicati (fu il compositore stesso che trasformò quelli secchi in accompagnati per la citata edizione milanese), che per la prima volta vengono eseguiti in tempi moderni dando un rilievo di maggiore intensità drammatica all’opera, facendola così apparire più romantica di quanto le sue melodie di sapore antico non attestino.

Fra le voci spicca il soprano sivigliano Leonor Bonilla, femminilmente esile e dai tratti del viso gentili, che si muove con eleganza sulla scena e sfoggia una voce di soprano leggero che, ad onta di qualche emissione acidula nel settore acuto, sa cantar piano e sfumare i suoni con la dovuta dolcezza. Il Romeo contralto “en travesti” di Raffaella Lupinacci appare pure lei impeccabile nello stile e nella linea di canto, come nella padronanza della scena, ma sembra patire una tessitura che la mette talvolta un po’ in difficoltà nel registro grave, privo di reale polpa ed espansione sonora. Il tenore Leonardo Cortellazzi si sforza per offrire del suo meglio in una parte, quella di Capellio, padre di Giulietta, che richiederebbe una perizia belcantistica meno intimidita nel canto di agilità. Un cammeo di alta classe interpretativa viene dalla prova di Paoletta Marrocu, che nei panni di Adele, madre di Giulietta, sfoggia un temperamento scenico davvero mirabile. Un po’ ruvido il Tebaldo di Vasa Stajkic, mentre valido il Lorenzo di Christian Senn.

Grande merito della riuscita di questa ripresa va allo spettacolo firmato dalla regia di Cecilia Ligorio, con scene di Alessia Colosso e costumi davvero meravigliosi di Giuseppe Palella, neri e luttuosi per i Capuleti e bianchi i Montecchi, vagamente ottocenteschi nell’utilizzo di mantelli e tessuti leggeri che il vento dell’esecuzione en plein air, nel cortile del Palazzo Ducale, rendono ancor più fascinosi. L’impostazione dello spettacolo è, vivaddio, tradizionale, ma non banale oltre che chiaro nella narrazione, con un muro che attraversa la scena e delimita un cortile dotato di mura merlate. Da un lato della scena c’è la tomba di Giulietta attorniata da arbusti secchi, dall’altro, sollevata e raggiungibile da una scala, la stanza di Giulietta, che funge anche un po’ da balcone per l’incontro fra i due amanti. Il gioco di movimenti scenico-registici è di una eleganza tale da far pensare agli spettacoli del miglior Pier Luigi Pizzi, anche per l’utilizzo di passerelle percorse dai cantanti. Le luci pittoriche e la bellezza dell’assieme rendono questo spettacolo fra i più belli visti a Martina Franca negli ultimi anni, attento nel cogliere la predestinazione dolorosa di Giulietta, vittima di un padre che la costringe a nozze non desiderate per esigenze politiche e la condanna così ad un’infelicità che la rende personaggio molto romantico.  

RINALDO

Spettacolo non così riuscito per l’altro pezzo forte del Festival di quest’anno, Rinaldo di Händel proposto nella versione, in prima esecuzione in tempi moderni, della versione di Napoli del 1718. Anche questa una chicca assoluta, forse un’operazione tipicamente festivaliera, destinata a non avere futuro, eppure utile a ribadire le modalità compositive con le quali si operava nel Settecento quando si era alle prese con l’opera seria, adattandola alle esigenze del pubblico dove veniva eseguita. Nel caso di questa edizione, si è dinanzi a quello che nel Settecento veniva definito un “pasticcio”, che parte dal libretto di Giacomo Rossi ma di Händel e della prima versione londinese del 1711 conserva poche arie, soprattutto quelle del protagonista, Rinaldo, che a Londra fu il castrato Nicola Grimaldi, detto Nicolini. Dopo il successo anglosassone, il celebre cantore evirato tornò in Italia, diretto a Napoli, e portò con sé la partitura; la diede in mano all’amico compositore Leonardo Leo che contaminerà l’originale con musiche tratte da altre opere serie di Francesco Gasparini, Giuseppe Maria Orlandini, Giovanni Porta, Domenico Sarro e Antonio Vivaldi. Inoltre, data la circostanza che vedeva l’opera eseguirsi per festeggiare il compleanno dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo, venne dotata di un prologo celebrativo e poi di due personaggi comici, Lesbina e Nesso, qui rispettivi servitori di Armida e Almirena, che secondo l’uso del tempo, proprio agli Intermezzi, eseguivano fra un atto e l’alto dell’opera momenti di svago comico.

La musica di questi Intermezzi è andata perduta, ma per l’esecuzione martinese si è deciso di affidarli alla sola recitazione di due bravi attori (Valentina Cardinali e Simone Tangolo), mentre per la partitura ci si è rifatti all’edizione napoletana, sebbene incompleta, recentemente ritrovata nella biblioteca privata inglese del castello Longleat House. A conti fatti, il lungo ed al volte un po’ prolisso ascolto dell’opera pone dinanzi ad una partitura che, se non in parte, non è più quella di Händel. Il protagonista rinuncia alla virtuosistica “Venti turbini prestate”, ma si impossessa dell’aria “Mio cor che mi sai dir?” e, soprattutto, di quella di Almirena, divenuta celeberrima, “Lascia ch’io pianga”, che in questa versione diventa, nel testo, “Lascia ch’io resti”, ma mantiene la linea musicale ben nota. Argante, come già avverrà nella versione Londinese del 1731, non è più affidato a voce di basso, bensì a contralto e perde l’aria “Sibilar gli angui d’Aletto”. L’ago della bilancia drammaturgica si sposta, nella versione napoletana, sulla dimensione degli affetti più che sulla rivalità fra cristiani e musulmani condita di inserti magici, anche se lo spettacolo disordinato e irrisolto affidato alla regia di Giorgio Sangati, con scene di Alberto Nonnato e costumi di Gianluca Sbicca, sembrerebbe impostato proprio per rendere chiara la divisione fra questi due mondi: quello pop-rock dei cristiani e quello dark-metal dei turchi. Ma al di là della trovata, lo spettacolo non ha sviluppo e rende la narrazione lenta e forzata, con il succedersi di personaggi-tipo che, nei cristiani, è facile individuare pensando ad alcuni divi dell’epoca d’oro del rock.

La riuscita poco felice dello spettacolo non compromette il buon esito dell’esecuzione musicale. Suona un’orchestra specializzata nel barocco, La Scintilla, ma la bacchetta di Fabio Luisi, direttore di indiscutibile prestigio, non è così versatile da emergere in un repertorio che non appare essere il suo. Tutto viene ricondotto ad una eleganza musicale vaporosa, ma così priva di fantasia e nerbo nel fraseggio, come nella scansione ritmica, da far apparire questo Händel contaminato dal barocco napoletano come un indumento inamidato, ben stirato e elegante nel taglio, ma impersonale e dai tratti musicali talvolta un po’ stinti sul versante dei colori. Alla compagnia di canto il compito di reggere le sorti della serata. È innegabile che Loriana Castellano sia una barocchista di indubbi meriti stilistici e qui, nelle vesti di Almirena, lo conferma, così come Carmela Remigio, nei panni di Armida, forte di una personalità scenica e di una voce che si svela adatta più che mai al repertorio barocco, sfoggia una voce che, secondo le esigenze stesse della versione eseguita, mette ben in luce gli aspetti sensuali del personaggio più che le arti magiche della maga incantatrice.

La migliore in campo è Teresa Iervolino, voce di contralto di bel colore e di impasto timbrico morbido e vellutato. Inutile dire che “Cara sposa” e “Lascia ch’io resti” la vedano vincente nel canto patetico, al quale manca solo quel briciolo di fantasia espressiva in più per far sognare l’ascoltatore, ma anche sul piano acrobatico primeggia in “Or la tromba”, con una cadenza che la rende una virtuosa di tutto rispetto. Buono l’apporto del restante cast, con l’invero un po’ debole tenore Francisco Fernández-Rueda, Goffredo, Francesca Ascioti, Argante, Dara Savinova, Eustazio, e tre allievi della Accademia del Belcanto “Rodolo Celletti”: Dielli Hoxha, Araldo, Kin-Lillian Strebel, Uno spirito in forma di Donna e la bella voce di Ana Victória Pitts, Mago Cristiano.  

E INOLTRE…

Il Festival della Valle d’Itria ha proposto anche l’opera di Alessandro Scarlatti Il trionfo dell’onore alla Masseria Palesi, ed un numero di appuntamenti concertistici davvero ricco, fra i quali preme soffermarci su quello organizzato, nel Chiostro di San Domenico, in memoria di Sergio Segalini, da poco scomparso. Si sono ascoltate, accompagnate con sensibilità al pianoforte da Ettore Papadia, voci che cantarono a Martina Franca sotto la sua illuminata direzione artistica, alcune delle quali divenute note a livello internazionale, riunite per rendergli omaggio cantando pagine tratte da opere eseguite proprio negli anni del Festival che lo videro direttore artistico, dal 1994 al 2009. Fra tutte, amatissima da Segalini, Patrizia Ciofi, forse la più affermata fra quelle che si sono esibite in questo concerto, che nell’aria “Robert, toi que j’aime!” da Robert le diable di Meyerbeer e in “Oh! Quante volte, oh quante” da I Capuleti e i Montecchi di Bellini ha confermato la classe superiore e il magistrale legato che la rendono, oltre che vocalista raffinata, un’artista di fascino assoluto, capace come poche di creare col canto un’atmosfera di sospensione emotiva davvero toccante, adornando la melodia di sospiroso patetismo. Ma si è rimasti stupiti anche dalla singolare unicità del sempre bravissimo Domenico Colaianni, “buffo parlante” che nei sillabati dell’opera buffa napoletana è maestro indiscusso; dalla solidità di mezzi e dalla flessibilità vocale di Iano Tamar, davvero bravissima nell’aria “Brise d’amour fidale” dalla versione francese de Le trouvère di Verdi e nell’ingresso della Lady dal Macbeth; dalla sicurezza in acuto e dalla pulizia stilistica di Maria Laura Martorana, alle prese con due impervie arie da I giuoghi di Agrigento di Paisiello e da Achille in Sciro di Sarro; dalla intensità emotiva del canto di Eufemia Tufano nell’aria “Malheureux Roi!” da Les Troyens di Berlioz e in “Va! Laisse couler mes larmes” dal Werther di Massenet e, infine, da Sara Allegretta, che ha eseguito due pagine da camera di Rossini. Tutti hanno cantato portando con sé un piccolo rametto di lavanda, che il loro maestro tanto amava, mostrando quel senso di gratitudine palesemente evidenziato attraverso il canto, le parole e i commossi gesti di una serata davvero toccante; un concerto alla memoria di un grande uomo di cultura, che non dimenticheremo e che ha contribuito, con le sue scelte, a rendere storiche le tappe di un Festival che continua il suo percorso artistico-culturale di prestigio indiscusso.

Foto di Fabrizio Sansoni.

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