La 43° edizione del Festival della Valle d’Itria a Martina Franca

La rassegna operistica pugliese si conferma appuntamento fra i più attesi dell’estate musicale italiana.

Le isole felici dell’estate musicale operistica italiana, quelle in cui la qualità si sposa all’interesse della proposta culturale, sono rimaste poche. Una di queste è certo il Festival della Valle d’Itria a Martina Franca, dove la direzione artistica di Alberto Triola ha quest’anno messo a segno un programma dedicato alla memoria di Rodolfo Celletti, che ne fu per molti anni anima e mentore artistico indimenticato, sempre fedele a quei percorsi di ricerca e di approfondimento del belcanto che hanno dato negli anni i loro frutti, applicati alla scelta del repertorio e alla sua pratica esecutiva. 

Orlando furioso di Vivaldi – Festival della Valle d’Itria.

Il cartellone della 43° edizione si presenta attento alla tradizione belcantistica italiana, individuabile fin dalle origini del recitar cantando monteverdiano per poi svilupparsi nel tempo fino alla prima metà dell’Ottocento; così intendeva descriverla, studiarla e sviscerarla Celletti nei suoi storici scritti, che sono stati anche oggetto di un convegno a lui dedicato nel ricordo del centenario della nascita. L’esaltazione del belcanto più puro ha trovato spazio nella proposta dell’allestimento di Orlando furioso di Vivaldi, opera ormai entrata a far parte dei titoli più eseguiti e conosciuti del “Prete rosso” in piena rinascita di interesse nei confronti di un compositore che fino a non molti anni fa si ricordava per lo più per le composizioni strumentali, a partire dalle celeberrime Stagioni.

Orlando furioso di Vivaldi – Festival della Valle d’Itria.

Oggi Orlando furioso, a cominciare dalla storica anche se filologicamente non del tutto attendibile edizione di Claudio Scimone – che a fine anni Settanta, al Filarmonico di Verona, ebbe un cast altisonante, capitanato dal mitico Orlando di Marilyn Horne – ha potuto contare su diverse riprese affidate alla cura di specialisti attenti alla prassi esecutiva storicamente informata e alla purezza di una integralità filologica che la citata edizione veronese non possedeva. Fra questi direttori c’è certo da annoverare Diego Fasolis. A lui e al suo affermato complesso, formato da strumenti originali, I Barocchisti, è stata affidata una esecuzione che se da un lato ha sofferto di numerosi tagli, certo suggeriti dalla lunghezza della partitura, dall’altro ha visto la sua conduzione rispondere appieno ad una lettura di finissima eleganza, perfetta nel rispondere al fuoco della ritmica strumentale vivaldiana ma anche capace di ammorbidire la linea nelle pagine di disteso patetismo. Sul palcoscenico si è radunata una compagnia di canto di specialisti ben rodata, con alcuni nomi affermati ed altri promettenti.

Orlando furioso di Vivaldi – Festival della Valle d’Itria.

Fra tutti spicca quello di Sonia Prina nei panni di Orlando, della cui voce resta solo lo scheletro di una vocalità che si è asciugata ma non ha perso un’oncia di quello stile e consapevolezza artistica che l’ha resa nel tempo insostituibile in molte parti che nel Settecento furono appannaggio dei cantori evirati. Se nelle arie “Sorge l’irato nembo” e “Nel profondo cieco mondo” il virtuosismo appare giocato sull’accento più che sull’opulenza del suono, la presa di possesso del ruolo è superlativa, anche in virtù delle scelte registiche di Fabio Ceresa, che fa di Orlando un guerriero tormentato e austero. Gli altri rispondono agli abituali standard esecutivi del moderno barocchismo vocale, stilisticamente ineccepibili ma vocalmente stinti. 

Orlando furioso di Vivaldi – Festival della Valle d’Itria.

Così vale per l’Alcina di Lucia Cirillo, per di più priva della personalità che questo ruolo richiede, e l’Angelica di Michela Antenucci, quest’ultima giovane promessa uscita dalla Accademia del belcanto “Rodolfo Celletti” di Martina Franca. Riccardo Novaro, Astolfo, canta sempre bene ma ha un timbro poco personale, mentre Loriana Castellano si mette in mostra come Bradamante di indubbio temperamento. Dei due controtenori in cartellone, Luigi Schifano, nei panni di Ruggiero, esegue con morbidezza e bel timbro la magnifica aria con flauto traverso obbligato, “Sol da te, mio dolce amore”, mentre Konstantin Derri, Medoro, ha voce piuttosto esile anche se ben impostata per contribuire con il suo apporto anche scenico a rivalutare una categoria vocale di falsettisti che negli ultimi anni ha avuto, anche in Italia, un rilancio di interesse. 

Orlando furioso di Vivaldi – Festival della Valle d’Itria.

Al di là dei meriti vocali più o meno maggiori, tutta la compagnia recita benissimo ed è in piena sintonia con uno spettacolo che Fabio Ceresa firma per la regia, affidandosi per le scene a Massimo Checchetto e per i costumi, davvero magnifici e preziosi, a Giuseppe Palella. In un turbinio incessante di meraviglie visive, di effetti luce ricercati e di movimenti scenografici e coreografici che fanno rinascere il fasto del teatro di macchine sceniche di settecentesca memoria, questo spettacolo è la giusta sintesi fra un decorativismo di maniera e la volontà di perseguire il bello senza cedere alla staticità, rispettando retorica e metafore del teatro musicale barocco. Le sorprese figurative sono innumerevoli, come il magnifico ippogrifo piumato mosso dai mimi della Fattoria Vittadini, che muovono anche i pezzi di armatura che formano il gigantesco guerriero abbattuto in duello dall’impavido paladino Orlando sul finale dell’opera; momenti che fanno da corollario ad un impianto scenico dove la fantasia prende forma gettando armoniosamente un ponte fra notturne visioni lunari e di galassie stellate e profondità marine dalle quali emerge la grotta sommersa di Alcina, formata dalla valva di una gigantesca conchiglia dorata. Lo spettacolo è una vera gioia per l’occhio e la regia di Ceresa ne potenzia bellezza e dinamicità di sviluppo narrativo donando personalità autentica ai personaggi. Il barocco, detto in sintesi, deve essere fatto così! 

Margherita d’Anjou di Meyerbeer – Festival della Valle d’Itria.

All’opposto il teatro di regia, o per meglio dire la paura di non riuscire a sviscerare la verità drammaturgica della rara e quasi sconosciuta Margherita d’Anjou di Meyerbeer, alla sua prima rappresentazione scenica in tempi moderni, o quella di Un giorno di regno di Verdi, hanno condizionato chi ha firmato i due spettacoli, mettendoli sulla pista, assai rischiosa, di costruire drammaturgie parallele, depistanti se non addirittura confuse. Certo il plot di Margherita d’Anjou, seppure uscito dalla penna di uno dei massimi librettisti operistici dell’Ottocento, Felice Romani, è complesso, per di più appartenente alla non facile categoria dei drammi semiseri. La trama fonde episodi storici di guerra (siamo al tempo della Guerra delle due rose, seppur il libretto mostri anacronismi temporali rispetto al reale corso storico degli eventi) a privati sentimenti che vedono la protagonista, la regina Margherita, osteggiata dal Duca di Glocester e da Carlo Belmonte, ma difesa dal Duca di Lavarenne; quest’ultimo si è invaghito di lei nonostante sia già sposo di Isaura, la quale, su suggerimento di Michele Gamautte, comico personaggio tuttofare (medico, musicista e barbiere al campo di battaglia), si traveste da uomo per aver accesso all’accampamento e alla fine riesce a riconquistare il consorte in un lieto fine che la vede protagonista di un pirotecnico rondò conclusivo, stranamente non affidato alla protagonista, come di prassi, bensì alla seconda donna. 

Margherita d’Anjou di Meyerbeer – Festival della Valle d’Itria.

Forse preoccupato di non riuscire a risolvere una dimensione teatrale variegatamente strutturata come questa, o forse non credendoci fino in fondo, Alessandro Talevi, rivisita il soggetto in chiave contemporanea ambientandolo sulle passerelle della “London Fashion Week”, facendo della protagonista una sofisticata designer di successo a capo di una casa di moda ereditata dal fratello, seguita da sostenitori e ammiratori e attorniata da una pletora di modelli e modelle che si spogliano e cambiano d’abito in diretta, di set televisivi e di un gran brulicare di scene e controscene che nulla hanno a che fare col soggetto del libretto, ma soprattutto col clima tutto particolare di un’opera attraverso la quale Meyerbeer tentò la scalata al successo italiano approdando al palcoscenico della Scala. Lo fa sposando il genere dell’opera italiana che è memore della lezione rossiniana ma i cui moduli vengono rimodellati con quella tinta melodica pastosa, color pastello nei cantabili e nelle melodie che sembrano occhieggiare allo stile compositivo di Giovanni Simone Mayr e alla sua arte di fondere la voce con preziosismi strumentali, come avviene nella magnifica aria della protagonista del secondo atto, accompagnata dall’assolo del primo violino (in questa occasione davvero mirabile). 

Margherita d’Anjou di Meyerbeer – Festival della Valle d’Itria.

Il clima di questa partitura, così saggiamente in equilibrio fra fluida dolcezza melodica e ricchezza armonica, è ben colto dalla bacchetta di Fabio Luisi, che conosce il respiro di questo belcanto ora vivace, ora patetico, donandole una eleganza compromessa dalla confusione di uno spettacolo disordinato e che via via perde in coerenza. Il cast vocale è di tutto rispetto. Giulia De Blasis ha un colore di voce interessante ma gli acuti si infeltriscono e le rimangono in gola, mentre Gaia Petrone, nei panni di Isaura, se non fosse per il volume contenuto e l’accento da rendere più incisivo sarebbe un mezzosoprano dal colore contraltile di sicura eleganza. Il tenore Anton Rositskiy, nell’impervia parte del Duca di Lavarenne, va premiato per il coraggio con cui affronta una tessitura che lo porta a toccare le più alte sfere del pentagramma con diverse disomogeneità ma anche con buona consapevolezza stilistica. 

Margherita d’Anjou di Meyerbeer – Festival della Valle d’Itria.

Dei due bassi, Laurence Meikle, Carlo Belmonte, ha problemi di corretta proiezione del suono, mentre pregevole è il timbro scuro di Bastian Thomas Kohl, Riccardo, Duca di Glocester che si impone anche per la bella presenza scenica. Ma su tutti spicca Marco Filippo Romano, vocalmente ed interpretativamente geniale, dinamicamente arguto sulla scena, ironico e divertito, ineguagliabile in quel canto tutto giocato sull’accento e sulla perfetta scansione sillabica della parola propria ai grandi maestri del repertorio buffo come lui. Questa prova, nei panni di Michele Gamautte, qui in veste di produttore e commentatore televisivo con vistoso ciuffo di capelli e ventaglio verdi squillanti, lo consacra, per chi ancora non ne fosse convinto, fra i migliori cantanti italiani di oggi (se non addirittura il numero uno) in quel repertorio comico del primo Ottocento che da Rossini approda a ruoli come questo. 

Un giorno di regno di Verdi – Festival della Valle d’Itria.

Riferiamo infine di Un giorno di regno di Verdi, che la regista Stefania Bonfadelli, fino a non molti anni fa affermato soprano, immagina pensando ad una drammaturgia parallela, ambientando l’opera in uno di quei tanti teatri chiusi al pubblico ed abbandonati a se stessi (citazione forse non casuale, riferita alla moderna situazione italiana) del quale si impossessano i protagonisti dell’opera mettendo in scena un soggetto che fra finzione e realtà, utilizzando il libretto come copione per sviluppare il racconto, perde per strada in logicità disturbando la comprensione dell’opera. Se si chiudono gli occhi e ci si concentra sulla musica, ecco che da subito, dall’ascolto dell’Ouverture, appare evidente quanto la bacchetta davvero talentuosa di Sesto Quatrini abbia fantasia, leggerezza, senso del ritmo e teatralità che hanno modo di prendere forma in una concertazione ricca di personalità pervasa da un sottile filo di compiacimento. Sul palcoscenico spicca il Cavaliere Belfiore di Vito Priante, che da quando è passato alla corda di baritono sta conquistando via via un repertorio che lo sta avvicinando a Verdi. In questo interessante e riuscitissimo primo approccio ad una parte verdiana (siamo certi che ve ne siano altre in cantiere), seppure di un melodramma giocoso memore della lezione donizettiana, Priante sfoggia nell’arioso “Compagnoni di Parigi” una linea di canto morbida e un legato magistrale. Anche il personaggio è ben tratteggiato e spigliato, ma con gusto e garbato sarcasmo, forte di un fraseggio curato nel dettaglio espressivo e dalla dizione pulita, così da mettere in ombra le prove decisamente meno soddisfacenti di Pavol Kuban, Il barone di Kelbar e di Luca Vianello, Il Signore della Rocca. Ivan Ayon Rivas, nei panni di Edoardo di Sanval, sfoggia una voce tenorile ancora bisognosa di affinarsi sul piano della rotondità d’emissione e, per un ruolo come questo, anche di consapevolezza stilistica. Eppure il suo canto generoso e sfogato piace al pubblico. Delle due donne la sola Viktorija Miškunaité, La Marchesa del Poggio, ha voce timbricamente pregevole, seppur con diverse disomogeneità, e fascinosa padronanza scenica, mentre Dioklea Hoxha, Giulietta di Kelbar, appare alquanto intimidita sia sul piano vocale che scenico.

Oltre ad innumerevoli appuntamenti concertistici, il Festival di quest’anno ha messo in scena anche una serata dedicata a Monteverdi, “Altri canti d’Amor”, nel 450° anniversario della nascita, Le donne vendicate di Niccolò Piccinni col giovane e promettente tenore Manuel Amati e Gianni Schicchi di Puccini nell’allestimento affidato all’estro registico di Davide Garattini Raimondi e al veterano Domenico Colaianni nei panni del protagonista. Quasi un mese di appuntamenti musicali che attirano sulla bella Martina Franca e sulle bellezze artistiche della Valle d’Itria l’attenzione di molti melomani, facendone un appuntamento annuale imperdibile.

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