Quesiti referendari: problemi irrisolti del mondo del lavoro

I tre quesiti referendari, due (voucher ed appalti) confermati, e dunque sottoposti al voto, ed uno (art.18) bocciato dalla Corte costituzionale, rendono evidenti alcune delle criticità della politica del governo Renzi in materia di lavoro. Una politica nella quale non è mancata qualche luce, pensiamo alla decontribuzione dei premi di produttività o agli sgravi a favore dei contratti a tempo indeterminato, ma in cui, a conti fatti, sono prevalse le ombre. Alcune di queste, messe proprio in risalto dai tre quesiti su cui si sono raccolte centinaia di migliaia di firme.

Sul’art. 18, il famoso reintegro, è stato detto molto. Chi per una difesa ad oltranza, pensando addirittura ad una sua estensione a tutte le aziende, chi invece per demonizzarlo, facendone quasi il capro espiatorio della scarsa competitività dell’economia italiana.

Proprio per questo spiace che la Cgil, nella sua smania massimalista di allargare il reintegro nelle imprese al di sotto dei 15 dipendenti, quindi ben oltre il perimetro di partenza, abbia finito per trasformare in propositivo, rendendolo quindi irricevibile, un referendum che doveva essere semplicemente abrogativo. Il solo previsto dal nostro ordinamento. Peccato perché, in effetti, valeva davvero la pena di sottoporre al giudizio degli italiani la questione dell’art.18. La scelta di Renzi di eliminare quasi del tutto il reintegro, togliendo ai lavoratori delle grandi imprese questa importante tutela reale, è chiaramente più in consonanza ai dettami del liberismo economico che non nel solco di un’autentica sinistra riformista. Se realmente ci si voleva muovere in una credibile prospettiva riformatrice (che mai può contemplare un arretramento delle tutele per chi lavora), si poteva semplicemente innalzare la soglia di applicazione del reintegro, da 15 a 30 dipendenti, e non eliminarlo. Quella poteva essere la buona soluzione, immaginando di spostare verso l’alto quel presunto vincolo per le imprese, costituito dalla fatidica soglia dei 15 lavoratori, da taluni considerato un freno alla loro crescita dimensionale.

E che dire dei voucher? Qui la scelta, sciagurata, è stata di estenderne a dismisura l’applicazione, aprendo la strada ad abusi in settori, quali l’edilizia o l’agricoltura, nei quali questo strumento è entrato in concorrenza con i normali contratti di lavoro. Adesso si va al referendum a meno che il governo non intervenga restituendo i voucher al solo alveo delle attività saltuarie ed occasionali. Questo significa un impiego limitato, giusto per contrastare il nero, in lavori quali il giardinaggio o le ripetizioni scolastiche. Il tutto con compensi entro i 500 euro mensili. Altrimenti si rischia di snaturarne la funzione facendoli divenire dei circuiti alternativi alle ordinarie assunzioni.

Anche in tema di appalti è stata compiuta una scelta totalmente errata, nel segno di una complessiva deresponsabilizzazione dell’intera filiera produttiva. Ben venga quindi un ritorno alla via maestra della responsabilità solidale, idonea a discriminare sul piano della qualità e dell’affidabilità, le imprese inserite nella catena dei subappalti. E magari, chissà, anche a contenere un fenomeno che, da troppi anni, prolifera in modo incontrollato.

In definitiva si vede come in tre punti, non certo secondari, delle politiche del lavoro, il governo Renzi, non abbia mostrato la doverosa attenzione alle esigenze dei lavoratori. Eppure un serio riformismo, al di là delle etichette di cui si ammanta, non può che partire da un pieno recupero della centralità del lavoro. Questo dovrebbe essere il primo punto di una vera piattaforma di centro-sinistra. Altrimenti nessuno poi si stupisca se il vuoto populismo leghista e pentastellato continuerà a dilagare.

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