Gianni Oliva – 1946: il 2 Giugno in Piemonte
Lo storico Gianni Oliva nel suo ultimo libro: “1946: il 2 giugno in Piemonte” (edizioni Capricorno) si sofferma sul referendum che ottanta anni fa vide prevalere la scelta repubblicana. L’esito a livello nazionale lo conosciamo un po’ tutti: 54,3 per cento per la Repubblica, scelta da 12,7 milioni di votanti, 46,7 per cento per la Monarchia, sostenuta da 10,7 milioni di elettori. L’Italia si scoprì divisa in due: al Sud vinse nettamente l’opzione monarchica, nel CentroNord quella repubblicana. Record assoluto il Trentino, repubblicano al 75 per cento. Alcide De Gasperi aveva visto giusto quando disse al socialista Pietro Nenni che <<il mio Trentino darà più voti alla Repubblica che non la tua Emilia>>.
Il Piemonte, per i suoi storici legami con Casa Savoia, fu la più monarchica delle regioni del Nord: 42,7 contro 57,3 per la Repubblica. Assai meno noto è quanto accadde nella nostra realtà regionale. Proprio su questi dati si sofferma l’autore facendoci scoprire, Comune per Comune delle province piemontesi, l’esito del voto che cambiò per sempre i destini del nostro Paese. Scopriamo così che diversamente dalle altre province che puntarono sulla Repubblica, nelle province di Asti e Cuneo prevalse la Monarchia, Il Comune più monarchico fu Bellino, nel cuneese, che diede al Re il 75 per cento dei voti. Lugnacco in provincia di Torino, con il 95 per cento fu il più repubblicano. Spicca il dato di Savigliano dove le due opzioni risultarono quasi alla pari: 50,3 repubblica, 49,7 monarchia.
In genere si rivelarono favorevoli alla Repubblica le zone di montagna dove operarono le bande partigiane, tranne la valle del Po dove si ebbe una spinta monarchica. Nelle città capoluogo di provincia, il miglior risultato per la Monarchia lo si riscontrò a Cuneo con il 46 per cento. Netto a favore della Repubblica l’esito di Torino: 61,4 contro 38,6 a favore della scelta monarchica. Ne scaturisce un quadro poco noto al grande pubblico e denso di notevoli curiosità.
L’autore ripercorre poi le fasi salienti della vicenda referendaria. Spiccano le polemiche successive alla votazione che aveva dato uno scarto di due milioni a favore della repubblica. La legge istitutiva del referendum, emanata il 16 marzo 1946, richiedeva che l’opzione vincente – repubblicana o monarchica che fosse – ottenesse la maggioranza dei votanti. Nulla però si diceva riguardo alle schede bianche e nulle. Pare un dettaglio ma non è così. Conteggiando i voti bianchi e nulli lo scarto a favore della Repubblica avrebbe anche potuto ridursi fino a non risultare più la maggioranza dei votanti e su questo punto il clima iniziò ad arroventarsi.
Si entrò in una sorta di corto circuito con la Corte di Cassazione che pur attestando i numeri del voto non volle pronunciarsi sul suo esito. Proclamazione da farsi solo dopo l’esame di tutti i ricorsi sopraggiunti, sebbene non fossero di entità tale da ribaltare il risultato. Umberto II pur rispettoso di quanto era avvenuto nelle urne parve riluttante ad accettare il responso sin tanto che non si fosse giunti alla sentenza della Cassazione. Alcuni ambienti monarchici lo spingevano addirittura a tentare un colpo di mano, esautorando il Governo in carica. Una strada che mai il Re prese in considerazione.
Di Umberto II viene tracciata anche una breve biografia ed un capitolo è dedicato al ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, repubblicano tutto d’un pezzo ma attento a che la prova referendaria si svolgesse nel modo più corretto e rispettoso per tutti. La campagna per il referendum fu oltremodo vivacizzata dall’abdicazione di Vittorio Emanuele III a favore del figlio. Screditata dopo il ventennio fascista, le leggi razziali e la fuga a Pescara, la monarchia ritrovò un insperato slancio. Tanto da riuscire quasi a colmare uno scarto che solo qualche mese prima pareva abissale.
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