Francia: Marine Le Pen torna in pista
Condannata a tre anni, ridotti ad uno con la condizionale, Marine Le Pen può però candidarsi per le presidenziali 2027. L’interdizione dalle cariche pubbliche, che rischiava di renderla ineleggibile si riduce anch’essa a quindici mesi: un periodo già scontato a partire dalla conclusione del processo di primo grado lo scorso anno. Via libera dunque alla corsa per la presidenza, la quarta della sua ormai lunga carriera politica. Unico impiccio, e non da poco, l’obbligo del braccialetto elettronico per un anno, vincolo rispetto al quale la neo candidata presenterà ricorso alla Corte di Cassazione.
In ogni caso adesso si volta pagina e il cosiddetto piano B, ossia la candidatura del suo secondo Jordan Bardella, qualora Le Pen fosse stata messa fuori gioco per via giudiziaria, torna nel dimenticatoio. Sarà lei a giocare il tutto per tutto con un nuovo tentativo di accedere alla presidenza. A differenza che in passato, questa volta – almeno sulla carta – parte da favorita, essendo il Rassemblement national (Rn) primo partito in tutti i sondaggi.
Ovviamente si tratta solo di intenzioni di voto che a dieci mesi dalla scadenza – 18 aprile-2 maggio 2027, le date previste – possono ancora cambiare del tutto. Si tratta soprattutto di capire come gli elettori risponderanno dinanzi ad una candidata colpevole di un reato – storno di fondi europei a favore del proprio partito – che certo non rappresenta il miglior biglietto da visita per occupare un incarico pubblico. Il fatto che non vi sia stato arricchimento personale addolcisce magari la pillola ma la zavorra resta. Anche perché in ballo non c’è il municipio di un piccolo comune ma niente meno che la carica più importante del Paese.
Con il rientro in corsa di Le Pen la partita per l’Eliseo comincia sul serio. Il nome del pretendente targato Rn era l’ultimo dubbio da sciogliere e visti i consensi del Rassemblement sembra probabile che qualsiasi candidato con quelle insegne, si chiami Le Pen o Bardella, possa facilmente approdare al ballottaggio. Tutto da vedere allora chi sarà lo sfidante. Caso peggiore per la Francia, ma non solo, sarebbe la qualificazione di Jean-Luc Melenchon, capofila della sinistra più radicale mai comparsa sulla scena transalpina. Una sfida tra due estremismi che fatalmente farà salire l’astensionismo.
Eppure, per esiziale che possa essere, questa è l’ipotesi più gettonata in quanto troppe sono le candidature che si ammassano tra la destra moderata e la sinistra socialcomunista classica. Nessuna delle quali tanto competitiva da aver la certezza di superare lo scoglio del primo turno. Davvero ampio il numero di concorrenti. Al centro troviamo gli ex premier Edouard Philippe e Gabriel Attal, rispettivamente in lizza per Horizons e Renaissance, lista quest’ultima di diretta estrazione macronista. Appena più a destra vi è il repubblicano Bruno Retailleau, ex ministro dell’Interno che proprio a place Beaveau (il Viminale francese), per il buon lavoro svolto si è guadagnato i galloni di una notorietà che gli sta consentendo di puntare all’Eliseo.
Molteplici, anche se non ancora tutte ufficializzate, le candidature a sinistra. I socialisti pare vogliano puntare sul segretario Olivier Faure, ma non è esclusa la presenza del riformista Raphael Glucksmann. Anche verdi e comunisti sono tentati di correre in proprio: un campo progressista non “largo” (come dovrebbe essere da noi) ma semplicemente affollato.
Tanti i candidati sia di marca moderata che di matrice riformista chiamati a concorrere per un fazzoletto di consensi che rischiano di non essere sufficienti per approdare al turno decisivo. Eppure l’ambizione personale la fa da padrona e nessuno vuole fare un passo indietro in nome di candidature più unitarie. Uno scenario che rischia di consegnarci un ballottaggio tra Le Pen e Melenchon: due politici i cui programmi sono il problema più che la soluzione.
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