Province, da razionalizzare e non da sopprimere
La Consulta ha bocciato la riforma che riduceva il numero delle province, uno dei cavalli di battaglia del governo Monti, perchè fatta per decreto. I giudici costituzionali, ravvisando la mancanza degli indispensabili requisiti di necessità ed urgenza, non hanno ritenuto conforme al nostro ordinamento l’iter legislativo utilizzato per la riforma, che invece deve seguire la normale procedura di revisione prevista dall’art. 138 Cost.
Nessuna scorciatoia è giustamente ammessa quando, come sull’intervento sulle province, si va ad incidere su materie regolate dalla Costituzione. Adesso che si è tornati al punto di partenza vi è però il rischio che invece della riduzione delle province riprenda fiato l’idea di una loro completa soppressione. Indicate come il non plus ultra dello spreco e del dispendio pubblico, esse sono da tempo additate come l’ente inutile per eccellenza e dunque da cancellare quanto prima.
Ma siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Qualche dubbio in proposito sarebbe meglio averlo, e il mondo politico invece di farsi condizionare dalla grancassa mediatica dovrebbe approfondire meglio la questione. Che nelle province, come ovunque nella cosa pubblica, vi siano sprechi è evidente. Che si debbano razionalizzare le competenze dello Stato, soprattutto per evitare sovrapposizioni tra i diversi livelli di governo dal centro alla periferia, è altrettanto vero. Che però la soluzione di ogni problema passi necessariamente per l’eliminazione tout court delle province pare davvero semplicistico e frutto della più logora demagogia.
La vera domanda da porsi è quale assetto si vuol dare al nostro ordinamento politico-amministrativo nel suo complesso. Una prima risposta potrebbe essere quella di fare un po’ di ordine, rivedendo la riforma del Titolo V sulle competenze concorrenti tra Stato e regioni che hanno creato parecchi conflitti di attribuzione. Materie come le reti energetiche o la sicurezza sul lavoro, tanto per fare due esempi, debbono tornare completamente sotto la potestà statale.
Fatto questo ci si può dedicare al sistema delle autonomie e qui pare difficile sostenere l’inutilità di un livello intermedio di governo tra regioni e comuni. Le prime sono infatti, per lo più, troppo grandi e distanti dai cittadini. I secondi troppo piccoli e, spesso, affetti da un campanilismo che li rende culturalmente angusti; mentre larga parte dei problemi locali si possono affrontare solo in riferimento ad un’ area più ampia di quella dei confini comunali. La provincia si rivela cioè il gradino intermedio più adatto allo svolgimento di importanti funzioni, ad una scala più prossima della regione e più generalizzata rispetto ai comuni.
Materie quali ambiente, trasporti o viabilità; ma anche agricoltura, lavoro, istruzione e formazione professionale possono trovare nella dimensione provinciale il livello più idoneo per venir gestite efficacemente. Sopprimere le province significa allontanare le istituzioni dai cittadini ed aprire la strada ad un neocentralismo regionale altrettanto dannoso che quello statale. A ben vedere anziché togliere competenze alle province sarebbe meglio aggiungerne, sottraendole alla regione, secondo il principio di sussidiarietà, per il quale il soddisfacimento di un bisogno collettivo deve avvenire, per quanto è possibile, ad un livello più prossimo ai cittadini.
E i risparmi dei costi, di cui si parla e che effettivamente potrebbero aversi? Forse prima di abolire le province, considerandole per partito preso come i buchi neri della nostra finanza, bisognerebbe intanto disboscare tutta quella congerie di enti ed aziende partecipate, elementi di un sotto governo che spesso sfugge a qualsiasi controllo pubblico. Poi si può ridurre il numero di consiglieri, mantenendo invece l’elezione diretta del presidente con una giunta più ristretta. Un’ altra ipotesi potrebbe essere quella di seguire l’esempio della riforma delle collettività locali fatta in Francia, ove si prevede che i consiglieri territoriali siedano in due assemblee, quella di dipartimento (l’equivalente della nostra provincia) e quella regionale.
In definitiva è sperabile che venga confermato l’impianto della riforma del precedente governo, riducendo le province, con una serie di accorpamenti, e mantenendo in vita quelle che rispettano almeno uno dei due requisiti: numero degli abitanti (350 mila) ed estensione territoriale (2.500 kmq). Nessuna fuga in avanti invece verso un’abolizione totale, perchè proprio un efficace decentramento richiede la presenza di un livello di governo collocato tra regione e comune, in grado di amministrare il territorio e rispondere ai bisogni dei cittadini.
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