Diotallevi: “Un Sì al referendum per uscire dalla palude”

È inutile cercare di togliersi la curiosità di capire cosa Renzi pensa davvero del referendum costituzionale che si terrà tra qualche settimana e dell’italicum.

Prima il presidente del consiglio e segretario del Pd si era assunto la responsabilità politica della riforma costituzionale che aveva voluto con ogni mezzo. Aveva fatto bene perché è questo che lo spirito democratico richiede. Quello che avrebbero fatto Churchill, De Gaulle o de Gasperi. Poi ci ha detto che no, anche se perde non succede nulla. Renzi ci ha detto che resterà a palazzo Chigi anche se perde, come se il referendum e la riforma fossero stati un gioco. Ci ha detto che si era sbagliato quando aveveva deciso di assumere la responsabilità politica delle proprie scelte.

Non basta. Prima Renzi con la sua nota sobrietà aveva sentenziato che l’italicum è la legge elettorale “più bella del mondo” e poi si dice disponibile a cambiarla in ogni direzione. Manco fosse Benigni.

Diceva quello che pensava? Pensa davvero quello che sta dicendo? O in caso di vittoria al referendum si inventerà una terza storia ed in caso di sconfitta una quarta?

E’ inutile inseguire i pensieri politici di Renzi. Forse non ne ha. Nella sua agenda è finito tutto ed il suo contrario. Forse Renzi è l’unico pensiero di Renzi, ma questo non è un pensiero politico.

Dall’uscita di scena di De Gasperi, l’Italia è un paese privo di una forza politica coerentemente riformista. Ogni tanto compaiono qua e là sprazzi di riformismo, ma da 60 anni non si ha più traccia di una linea coerente di quel segno, di un soggetto politico che in modo affidabile chiede sostegno per un decentemente coerente programma riformista.

I riformisti italiani debbono fare un grande esercizio di ascesi. Debbono rinunciare ai loro sentimenti come alle loro repulsioni. Debbono appoggiare i lampi di riformismo in qualsiasi lato del cielo balenino. Negli anni ’80 si dovette appoggiare Craxi che con l’intervento sulla “scala mobile” diede forse il meglio delle sue ben più ampie promesse di riformismo. Pochi anni dopo si dovette appoggiare l’inziativa referendaria di Mario Segni in materia di legge elettorale contro la quale Craxi combatté con tutte le sue forze. I riformisti avevano l’onere di costruirsi una linea, prima di seguirla. Non disponevano ieri e non dispongono oggi di una offerta riformista chiaramente identificabile e semplicemente da appoggiare.

E’ inutile perdere tempo a chiedersi cosa sia Renzi politicamente, probabilmente Renzi è ciascuna cosa ed il suo contrario, è tutto e nulla, dunque nulla. Renzi è il responsabile politico della ignominiosa astensione dell’Italia su di una dichiarazione dell’Unesco che nega qualsiasi rapporto tra Israele e Gerusalemme ed è – tre giorni dopo – l’autore di dichiarazioni sdegnate sulle posizioni antiisraeliane dell’Unesco.

Il punto non è chiedersi cosa merita Renzi, il punto è chiedersi cosa conviene al Paese?

Se Renzi è un pericolo lo è per il suo doroteismo, non per il suo decisionismo. Nulla lo distingue nella sostanza dal fronte che lo combatte, se non il look ed i tic. Solo all’anagrafe è di un’altra generazione. Come distinguere le leggi finanziarie di Renzi da quelle di Pomicino, se non per il fatto che oggi si chiamano leggi di stabilità.

Tra poche settimane un referendum ci chiamerà a decidere su di un pacchetto di riforme costituzionali. La domanda che dobbiamo farci e se nell’insieme ci convengono o no.

Si tratta di riforme mal scritte, alcune delle quali più apparenza che sostanza, altre più sostanza, ma sostanza di pura conservazione, anzi tecnicamente reazionarie. Tipico è il caso delle norme della riforma renziana che riaccentrano molti dei pochi poteri che lo Stato aveva riconsegnato alle istituzioni locali, che secondo la Costituzione non sono filiali periferiche dello Stato, ma autonomie che lo Stato dovrebbe riconoscere e rispettare, eventualmente rafforzare.

Però, tra tante parti brutte della riforma costituzionale renziana ce n’è una di segno diverso. Se al referendum vince il «sì» il governo dovrà chiedere la fiducia ad una sola Camera, non a due come avviene ora. L’effetto è indubbio: meno traccheggiamenti e meno inciuci. Questa non è la riforma delle riforme, ma è una riforma che, se passa, lascia aperta la possibilità di altre riforme, perché rende il governo più capace di attuare il proprio programma. E qui entra in gioco l’italicum. Sono due pezzi dello stesso disegno.

Anche l’italicum è una brutta legge. Il suo ballottaggio è falso: non dà alcun vantaggio a chi arriva secondo invece che terzo, la chiave della logica bipolarizzante e virtuosa del ballottaggio. L’italicum ritorna alla proporzionale, ai grandi collegi, alle preferenze: agli attrezzi da lavoro caratteristici del clientelismo della prima repubblica. Però l’italicum garantisce un vincitore e garantisce al vincitore i numeri per governare. Inoltre garantisce che il vincitore sia non una coalizione, ma un partito, dunque, almeno sulla carta, qualcosa di più coerente e coeso. Siamo ancora molto lontani dalla coincidenza tra capo di partito (vincitore) e capo di governo, che come poche altre disposizioni dà peso al voto degli elettori. Però è un passo in quella direzione.

Proviamo a tirare le somme. Se vince il «sì» al referendum e l’italicum resta quello che è, altre riforme potranno essere fatte. Se vince il «no» si resta nel pantano di oggi. Se vince il «sì» al referendum possiamo ancora sperare che qualcuno faccia le politiche dure e difficili che servono a rimediare ai tanti anni persi, da ultimo quelli persi da Renzi. Se vince il «no», anche volendolo sarà pressoché impossibile fare riforme e fare politiche coerenti.

Se restiamo nelle condizioni istituzionali in cui siamo, la politica italiana può solo peggiorare lo stato di crisi terribile e profonda della società italiana. La politica italiana è tra le prime responsabile delle condizioni in cui siamo. Se vince il “sì” non avremo alcuna certezza di una buona politica, ma avremo la possibilità che, se una buona proposta politica vincesse, avrebbe qualche strumento in più per incidere.

Per la stessa ragione è chiaro che la riforma costituzionale renziana ci fa correre dei rischi, ma noi siamo come chi deve decidere tra una morte certa ed una probabile. Ammesso che qualcuno non abbia dimenticato chi sono gli altri: da D’Alema a Grillo & Casaleggio.

A pochi giorni dal 4 Dicembre avremmo il diritto di sapere se l’italicum non verrà toccato, e se dunque tutto il ragionamento fatto finora a sostegno del “sì” resta valido. Però non è così.

Renzi, che certo non è uno le cui parole possano essere prese alla lettera, sta dicendo ai quattro venti che dopo il voto è disponibile a cambiare la sua legge elettorale. Sarà vero? Chi può dirlo. Dopo aver vinto potrebbe rimangiarsi la parola e non cambiare l’italicum. Oppure potrebbe cambiarlo proprio perché ha vinto e per ripagare Verdini ed Alfano che lo hanno aiutato e Berlusconi che non lo ha ostacolato come avrebbe potuto. Potrebbe cambiarla per fare con loro (e senza mezzo Pd) il “Partito della nazione”. Oppure potrebbe cambiare l’italicum proprio perché ha perso il referendum, per avere in cambio da chi l’ha sconfitto un bonus di sopravvivenza a Palazzo Chigi.

In ogni caso, e senza perdere tempo a cercare di capire pensieri che forse Renzi rimanda al semplice calcolo delle convenienze del momento, resta che, se vince il “no”, si rimane nella palude in cui siamo e che, se vince il “sì”, con tutti i rischi di una costituzione in molti punti pessima, lasciamo aperte quella manciata di probabilità che ancora abbiamo di uscire dalla palude se riusciamo a far vincere una proposta seriamente riformista. Se “no”, come paese “siamo morti”, ma lo saremmo comunque.

È questo – Renzi incluso – lo squallido tran tran con cui i politici rispondono alla crisi delle nostre società e ai costi spaventosi che da anni sosteniamo. (Quanto se la staranno ridendo alle nostre spalle nei loro salotti o nei loro ristoranti?! Perché, che ingrassano, si vede ad occhio nudo.)

Gli analisti ci dicono che fanno fatica a stimare la rabbia che cresce e tracima. Il voto per rabbia e dispetto, che ormai dilaga in tutta Europa, porta al potere di paesi e di città personaggi improbabili. Nel migliore dei casi inesperti o folli, nel peggiore seriamente pericolosi. A volte mette al potere bande di estremisti, altre volte aziende come la Casaleggio & associati e così i ruoli guida effettivi si trasmettono per disposizione testamentaria. Le burocrazie, come quelle ai vertici della UE, in modo sempre più irresponsabile, intanto fanno quello che vogliono e tanto per peggiorare la situazione non fanno nulla e non correggono neppure gli errori che hanno commesso in passato con le loro politiche.

La più grande e più sana democrazia del mondo, gli Stati Uniti d’America, vede il signor Donald Trump (con il suo curriculum, il suo stile, la sua ostentata ignoranza) resistere all’attacco concentrico di tutta l’America e di tutto l’Occidente che conta. Gli stessi leader del suo partito in proporzioni senza precedenti e costantemente crescenti si voltano dall’altra parte, si dissociano o addirittura sostengono la sua avversaria. Quando mai un candidato avrebbe resistito a tale attacco concentrico e ben giustificato? Il punto sta qui. Ma quanto deve essere arrabbiata la metà circa degli americani per sostenere uno in queste condizioni. E questo in un paese che cresce più di tutti gli altri in Occidente, che ha meno disoccupazione, ecc., ecc.. Questo ci dà la misura della crisi. Il voto, speriamo, toglierà di mezzo Trump, ma non risolverà questa crisi. La razionalità degli arrabbiati ha argomenti più forti della razionalità dei garantiti, e non solo negli USA.

Per questa ragione, molto modesta ed in attesa di smentite, si deve provare a cogliere ogni pertugio di razionalità ovunque si manifesti. Anche quando l’autore ne è uno come Renzi. Avere la possibilità di un presidente consiglio, capo di un partito (e non di una coalizione), che per governare deve avere la fiducia in una sola camera, in cui – al momento – la legge lo aiuta ad avere una maggioranza, è meglio di niente. Se la casa va in fiamme ed il cornicione regge, tu fuggi dalla finestra passando per il cornicione.

Siamo a questo. E intanto la Cina con il suo mercato ha smesso di essere un aiuto alla crescita e con la sua politica aggressiva ha ripreso da essere un serio problema (non solo per i cinesi, ma per tutto il pianeta); l’Africa geme e preme; la società europea si sfalda e invecchia; Putin fa l’arrogante impunito … e via dicendo. Non è la politica che fa la società né il suo bene comune. Le famiglie, le imprese, le scuole e le università, le religioni, e altro ancora, fanno molto, fanno quasi tutto quello che serve al bene comune. Fanno cose che la politica non potrebbe fare e che quando ha tentato di fare ci ha massacrato. Tuttavia, ci sono poche cose che solo la politica può fare. Non sono sufficienti al bene comune, ma gli sono necessarie. E la politica non le sta facendo. E, in Italia, se le volesse fare, troverebbe anche dispositivi istituzionali che glielo impediscono. Con il “sì” si rimuovono alcuni di quegli intralci, con l’ “no” li si lasciano dove sono.

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