Un mare di plastica


Estate, tempo di mare. Con l’arrivo della bella stagione e con la consueta migrazione verso le spiagge, torna il rituale delle varie “bandierine” di qualità assegnate ai litorali più belli. Ma tutte queste classifiche generalmente non tengono conto di un inquinamento molto pericoloso: la presenza di plastica nei nostri mari. Intendiamoci, è chiaro che se su una spiaggia c’è una distesa di rifiuti, la cosa ovviamente non passa inosservata e viene puntualmente stigmatizzata. Ma ben difficilmente le analisi si spingono alla ricerca delle microplastiche, pressoché invisibili e dunque molto più insidiose, ormai diffuse ovunque, anche nel nostro Mediterraneo.

Gli organi di informazione hanno dato un certo rilievo alla notizia di “isole” di plastica galleggiante al largo degli oceani, ma occorre qualche precisazione. La grande massa di plastiche che le correnti oceaniche accumulano in determinate zone non è propriamente conformata come un’isola nel senso comune del termine, ovvero non è un agglomerato solido che spunta dal mare, ma è qualcosa di ben più insidioso. Il moto ondoso e i raggi solari contribuiscono a frammentare e decomporre la plastica, che però non scompare, semplicemente si riduce in frammenti sempre più piccoli, fino a diventare microscopici.

Questo progressivo spezzettamento contribuisce a farla entrare nella catena alimentare, a vari livelli. Un’idea piuttosto chiara della situazione è esplicitata nel documentario “Blue”, per la regia di Karina Holden, produzione australiana del 2017, recentemente proiettato nell’ambito della rassegna CinemAmbiente di Torino. I ricercatori hanno scoperto, tra le altre cose, che in una remota isola del Pacifico alcuni uccelli rischiano l’estinzione perché i loro pulcini sono sottopeso e denutriti, quindi non in grado di spiccare il volo in tempo utile per le migrazioni. La causa è drammaticamente semplice e si scopre effettuando una lavanda gastrica ai poveri volatili: i genitori li imboccano con quello che trovano in acqua, che purtroppo non è più pesce, ma plastica. Il 100% dei pulcini ha pezzi di plastica nello stomaco, in quantità variabile, ma spesso letale. E di conseguenza la popolazione di questi volatili decade a ritmi impressionanti, mettendo a rischio l’esistenza stessa della specie.

Ora, qualcuno potrebbe cinicamente pensare che la scomparsa di uno sconosciuto volatile di una remota isola del Pacifico non ci riguarda direttamente e dunque non è una gran perdita. Ma si tratta solamente della punta di un iceberg. La plastica finisce nella dieta di una miriade di creature marine, le quali a loro volta sono cibo per i predatori, compresi noi umani. E la plastica non si degrada, quindi risale tutta la catena alimentare, partendo dal livello base. I ricercatori hanno infatti scoperto che le microplastiche, ridotte in frammenti microscopici, vengono fagocitate anche dal plancton, la biomassa che sta alla base di tutta la catena alimentare marina. E da lì, attraverso vari passaggi, arriva fino ai predatori primari. Inalterata.

Perché occorre sottolineare, ancora una volta, che allo stato attuale delle cose la plastica è di fatto non biodegradabile. Questo significa, semplicemente, che ogni singolo pezzo di plastica prodotto (9 miliardi di tonnellate solo dal 1950 a oggi) è ancora nel mondo, in qualche forma, per quanto degradata e sminuzzata. Tranne quella bruciata, che tuttavia in fase di combustione rischia di rilasciare diossine, a loro volta altamente tossiche. Per questo l’epoca attuale (precisamente dal 1907, anno di invenzione della bachelite) prende il nome di “Età della plastica”, esattamente come per la preistoria erano state individuate l’Età della Pietra, del Bronzo e del Ferro.

Viviamo letteralmente in una nuova fase della storia dell’umanità, una fase nella quale rischiamo di essere sommersi da un materiale artificiale creato dalla chimica, che non siamo in grado di scomporre. Per questo, secondo gli esperti, occorre smettere in tempi brevi di produrre plastica, per evitare di immettere in circolazione ulteriori quantitativi di questa sostanza invasiva e aliena rispetto ai normali processi biologici. Una necessità imperativa, ma che fatica a farsi strada. Basta pensare alla valanga di proteste che si è levata a inizio anno, quando è passata la norma che metteva al bando i sacchetti di plastica. Eppure, non molti decenni fa, le persone facevano la spesa con sporte di tela riutilizzabili all’infinito, come mai oggi ci sentiamo perduti se ci dicono di rinunciare a un sacchetto di plastica che, mediamente, sbattiamo nell’immondizia in tempi brevissimi?

Occorre un cambio di mentalità, e alla svelta. Ogni minuto, l’equivalente di un camion di plastica finisce in mare. Spiagge un tempo splendide sono invase da rifiuti in plastica, portati dalle correnti. Le creature del mare soffocano ingoiando plastica o restandone imprigionati. E, secondo un calcolo piuttosto attendibile, nel non lontano 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesce, letteralmente.

Bisogna agire subito, diminuendo la produzione e l’utilizzo di plastica ed evitando che vada dispersa nell’ambiente, implementandone la raccolta e il riciclo. E bisogna difendere il mare, anche il nostro Mediterraneo, un bacino semichiuso e relativamente piccolo rispetto agli Oceani, ma comunque gravemente afflitto dal problema. Le organizzazioni ambientaliste sono in prima linea per contrastare questo inquinamento, ma non basta, occorre l’aiuto di tutti. Nel nostro Paese, Greenpeace Italia, in occasione della stagione estiva, ha lanciato la campagna Plastic Radar, un servizio per segnalare la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie dei mari italiani. Funziona col noto sistema di messaggistica Whatsapp. Chi trova un rifiuto in plastica, oltre a rimuoverlo può fotografarlo e spedire l’immagine, insieme alle coordinate di localizzazione, al numero di Greenpeace +39 342 3711267.

In questo modo sarà possibile tracciare una mappa dei luoghi inquinati, ma anche della tipologia di rifiuti. Infatti, molti di questi residui appartengono a noti marchi multinazionali che continuano a utilizzare involucri di plastica per i loro prodotti. L’indagine merceologica servirà a quantificare e catalogare i rifiuti, e dunque a mettere maggiore pressione alle aziende perché rivedano le proprie scelte produttive. Per chi volesse saperne di più di questa iniziativa e volesse contribuire attivamente a difendere le nostre spiagge e il nostro mare, maggiori informazioni si possono trovare sul sito dedicato plasticradar.greenpeace.it

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