Un consumo di suolo a ritmi vertiginosi

I temi ambientali sono rimasti praticamente assenti dalla recente campagna elettorale, ma sarebbe bene che il prossimo governo li prendesse in seria considerazione, data la loro importanza cruciale. Sappiamo che le priorità di gran parte dei cittadini sono altre, perché la crisi ci ripiega sul nostro quotidiano e sulle nostre necessità, tuttavia è giusto ricordare che l’ambiente è quello che ci circonda, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, la terra che ci fornisce nutrimento. Insomma, l’ambiente è, in ultima analisi, ciò da cui dipende la nostra esistenza. E tutti gli indicatori ci dicono che la situazione ambientale è in degrado così rapido da non poterci più permettere di trascurare il problema.

Anche l’Italia, come tutto il pianeta, subisce gli effetti dei cambiamenti climatici, inoltre siamo uno dei Paesi più inquinati al mondo, sia per qualità dell’aria che per i contaminanti presenti nei terreni e nelle acque. Ma c’è un problema peculiare che è presente nella nostra penisola molto più che altrove, e con un fattore di rischio assai più elevato. È il fenomeno del consumo di suolo, che procede a ritmi vertiginosi e in apparenza in modo inarrestabile, tanto che ampi settori della società civile hanno iniziato ad attivarsi per porvi un argine.

In particolare, il Forum Salviamo il Paesaggio – a cui aderiscono 1000 organizzazioni di tutela del territorio – segue da anni il problema e lamenta il fatto che dal 2012 sia fermo in Parlamento, in attesa di approvazione, un disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo agricolo che ormai risulterebbe anche depotenziato, a causa delle continue molteplici modifiche a cui è stato sottoposto. Nel frattempo, la situazione è andata peggiorando, tanto che anche in questo caso (come purtroppo succede spesso nel nostro Paese) è lecito parlare di emergenza.

Per capire la portata del problema, può essere utile fornire qualche dato, ma prima è bene capire cosa si intende per “suolo” e quindi anche cosa significhi il suo consumo. È ancora il Forum Salviamo il Paesaggio a chiarire che per suolo si intende “lo strato superficiale della Terra, la pelle viva del pianeta”. Secondo i dati della FAO (Food and Agriculture Organization, l’emanazione dell’ONU che si occupa di alimentazione) nel suolo vive un quarto della biodiversità del pianeta: un solo grammo di terra può contenere miliardi di microrganismi di diecimila specie diverse, fondamentali per mantenere la fertilità del suolo grazie a un corretto ciclo biologico che, se alterato, impiega decenni o addirittura secoli a riequilibrarsi. Si tratta quindi di una risorsa finita – come del resto tutto ciò che si trova a disposizione sul pianeta – e non possiamo permetterci di consumarlo più in fretta di quanto esso impieghi a rigenerarsi. Invece lo stiamo facendo, ovunque nel mondo, ma nel nostro Paese in particolare, dove l’avanzata di cemento e asfalto troppo spesso viene tollerata quando non incentivata, in nome di un concetto di “sviluppo” che ormai ha fatto il suo tempo e sta mostrando tutti i propri limiti, con un rapporto costi-benefici ormai in perdita.

Le cifre del consumo sono impressionanti: secondo l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), solo tra il 2013 e il 2015 abbiamo sepolto sotto il cemento (o l’asfalto, poco cambia) 250 chilometri quadrati di territorio, che significa in media circa 35 ettari al giorno, più o meno la superficie di un campo di calcio ogni mezz’ora, quattro metri quadri al secondo. E questo dopo che la crisi ha imposto un rallentamento, perché in precedenza era anche peggio, visto che negli ultimi 50 anni la media è stata di 6-7 metri quadri al secondo. Se fosse vero che buttare cemento significa creare sviluppo, con questi ritmi a quest’ora dovremmo essere una superpotenza prospera e senza disoccupazione, invece il risultato pare l’opposto.

Occorre a questo punto introdurre un’altra considerazione: dal momento che il territorio del nostro Paese è per circa un terzo montuoso, la cementificazione è andata a incidere principalmente sulle pianure o sulle colline più basse, ovvero sulle aree più fertili del Paese, dove crescono(dovrebbero crescere) le nostre rinomate eccellenze enogastronomiche. Abbiamo seppellito le nostre terre agricole con una distesa di centri commerciali dove ci rechiamo, percorrendo tangenziali e rotonde, ad acquistare prodotti coltivati chissà dove. Non si tratta di un semplice esempio immaginifico: è lo stesso Ministero per le politiche agricole a informarci che nel non lontanissimo 1991 il nostro Paese riusciva a produrre il 92% del proprio fabbisogno alimentare, mentre oggi arriviamo a poco più dell’80%, con ovvie conseguenze sulla bilancia dell’import/export.

Va inoltre rimarcato il fatto che questa colata di cemento non risponde a reali esigenze abitative o produttive: secondo dati dell’ISTAT (Istituto nazionale di statistica), abbiamo qualcosa come 7 milioni di abitazioni non utilizzate, 700.000 capannoni dismessi, 500.000 negozi chiusi, 55.000 immobili sequestrati alle mafie, numeri che sarebbe anche interessante citare a chi sostiene che non sappiamo dove mettere i profughi che sbarcano sulle nostre coste, tenendo anche conto che nel frattempo la popolazione del Paese è diminuita, anche se di poco. Non è un caso se il mercato immobiliare è crollato, a fronte di una tale ridondanza di offerta rispetto alla domanda. E non era difficile capire che, prima o poi, i costruttori si sarebbero trovati con una valanga di immobili invenduti, con relativi problemi economici. Eppure, le banche hanno continuato a finanziare le imprese edili, ed è proprio lì che oggi il sistema creditizio registra la maggior incidenza di posizioni a sofferenza. Ma è anche lì che i Comuni, privati dei proventi dell’ICI, l’Imposta Comunale sugli Immobili, hanno cercato i fondi con cui tenere a galla i propri bilanci, grazie agli introiti dei diritti edificatori: in pratica, utilizzando i propri territori come un bancomat, in un’ottica di guadagno immediato che non lasciava né tempo né spazio alla pianificazione urbanistica, portando al fenomeno chiamato sprawl, la dispersione di insediamenti che complica i trasporti e spezza il territorio. Un aspetto particolarmente grave, quest’ultimo, per un Paese come il nostro, dove il contesto paesaggistico è una componente indissolubilmente legata all’eccellenza storica e artistica per cui siamo famosi nel mondo.

Basterebbe questo per inquadrare la gravità della situazione, anche senza ricordare che buona parte dei problemi idrogeologici del nostro Paese (frane, alluvioni …) derivano o sono aggravati dal consumo di suolo. Ma occorre almeno accennare ad altri due aspetti preoccupanti. Il primo è che il terreno viene visto sempre più come un investimento piuttosto che come fattore produttivo, e questo comporta un accentramento speculativo della proprietà verso pochi soggetti forti, a scapito delle piccole medie imprese. Il secondo è la perdita di servizi eco sistemici, argomento piuttosto tecnico e dunque poco conosciuto dall’opinione pubblica, ma che vale la pena di accennare. Come detto, i suoli producono cibo e risorse, garantiscono biodiversità, filtrano le acque che finiscono nelle falde da cui ci approvvigioniamo, sono una barriera naturale agli eventi estremi e ai cambiamenti climatici, grazie all’assorbimento di anidride carbonica. Perdere suolo significa perdere anche tutti questi benefici. Secondo l’ISPRA, la sola mancata produzione agricola ci è costata 400 milioni di euro all’anno nell’ultimo periodo. Considerando gli altri fattori elencati sopra, la cifra raddoppia. E ci sarebbero da aggiungere ancora costi sanitari, ambientali e climatici di difficile quantificazione, ma che qualcuno ha comunque provato a stimare in base a vari parametri e valutazioni: si parla di perdita di servizi eco sistemici per un valore compreso fra 538 e 824 milioni di euro l’anno, ovvero fra i 36.000 e i 55.000 euro per ogni ettaro consumato. Anche dal punto di vista economico, dunque, sarebbe bene arrestare il consumo di suolo, o perlomeno valutare in modo ben più approfondito il rapporto fra costi e benefici di tale consumo.

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