70° anniversario della Costituzione

Settanta anni fa, il 1° gennaio 1948, entrava in vigore la Costituzione, nella quale sono inscritti i principi e le regole della nostra convivenza civile. Un testo mirabile, perennemente fresco, nel richiamo di quei valori decisivi su cui fonda il nostro vivere insieme come cittadini e come comunità nazionale. Fu davvero ineguagliabile l’opera dell’Assemblea costituente che seppe, in pochi mesi, di redigere una Carta tanto ricca e capace di fondare, oggi come ieri, come domani, le basi del nostro ordinamento.

Principi e valori in cui si realizza un complessivo disegno di società democratica al cui centro si colloca la persona umana con la sua inviolabile dignità. Emergono evidenti le matrici cattolico democratiche, socialiste e liberali da cui si dipana l’intera trama di un mosaico nel quale le tre culture danno vita ad un progetto organico ed armonioso.

Basti pensare al primo articolo, che fa da manifesto degli intenti che delineano poi il proseguo della Carta. Si dice che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”: Il lavoro umano, e dunque la persona stessa, diviene lo snodo cruciale del nostro stare insieme. Lavoro manuale o intellettuale, dipendente o autonomo, in ogni caso sempre proposto come contraltare alla rendita e al privilegio come fonte primaria della cittadinanza e della dignità della persona.

E sulla persona si incentrano, il secondo e il terzo articolo. Laddove (art.2) viene sancito il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo, “sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Formazioni che sono la fabbrica, l’ufficio, la scuola, la parrocchia, qualsiasi luogo della vita associata in cui, sempre, dovrà venir garantito il rispetto della persona. E poi (art.3), l’uguaglianza davanti alla legge “senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali o sociali”, Un’uguaglianza che diviene sostanziale, e non mero richiamo formale, quando si afferma che è compito della Repubblica assicurarne l’attuazione, rimuovendo gli ostacoli che ne impediscono il pieno compimento. E questo senza voler dimenticare poi il ripudio della guerra (art 11), come mezzo di offesa alla libertà degli altri popoli e la scelta forte, univoca e definitiva a favore della pace e della collaborazione internazionale.

Una Costituzione che nel suo intimo, nei valori che propone è l’esatta ed inconciliabile antitesi a qualsiasi totalitarismo. Una Carta che immagina un’Italia aperta verso l’Europa e verso il mondo, baluardo dei valori universali a tutela della dignità umana.

Certo, accanto ai grandi principi fondanti, di valore permanente, vi è poi la parte dedicata ai poteri dello Stato e agli equilibri istituzionali. E nel corso di questi settanta anni, sono emersi alcuni difetti: da una certa instabilità governativa a un difficile raccordo tra lo Stato e i poteri territoriali. Eppure le poche riforme che sono state portate a compimento, ad esempio quella del Titolo V sul federalismo, non paiono esser state realmente azzeccate.

Allo stesso modo i progetti di modifica degli assetti istituzionali che nei decenni si sono ventilati, assegnando magari più poteri al premier o superando il bicameralismo perfetto tra Camera e Senato. Mai hanno condotto a riforme organiche e davvero sensate. Ultimo tentativo, quello dello scorso anno, imbastito da Renzi con la riforma respinta nel referendum. Soluzioni spesso rabberciate o poco chiare, come il ruolo del Senato e la sua composizione, ne hanno determinato la bocciatura da parte dei cittadini. E qui, emerge ancora una volta la saggezza dei padri costituenti che vollero fornire a qualsiasi riforma non sufficientemente condivisa da un’ampia maggioranza in Parlamento, il suggello del responso popolare. Quella sovranità popolare che, in ultima istanza, è davvero alla base delle nostre istituzioni democratiche.

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