Cristina Aimonetto – Una casa di donne

Ad essere al centro di questo libro di Cristina Aimonetto che, non a caso, si intitola “Una casa di donne” (Echos edizioni), sono tante madri, figlie, sorelle, fidanzate. Una sequela di figure femminili diverse tra loro, a volte in piena estraneità l’una con l’altra, o al massimo semplici conoscenti, accomunate però dall’aver vissuto, per più o meno tempo, in anni a noi più lontani o più vicini, nello stesso caseggiato. Quello in cui si dipana l’intreccio di queste vicende e in cui sin dalla nascita abita Ottavia Renta. La voce narrante del racconto.

Siamo a Torino, borgata Parella, quartiere piccolo borghese della periferia ovest della città. Ed è lì che sorge la “Cà”, come in dialetto piemontese viene chiamata nella famiglia di Ottavia la casa costruita dai nonni investendo i risparmi di una vita. Un caseggiato da reddito, come si usa dire oggi, per pensare ad un futuro un po’ tranquillo e che all’interno, nel cortile, nasconde la casetta: un semplice piano terreno con un piccolo giardino davanti, dove vive la famiglia Renta.

Nel libro è Ottavia a raccontare. Ed allora entriamo nelle mille vicende sia della propria famiglia, tra nonni, genitori, zii e cugini, sia delle tante donne che hanno abitato nel caseggiato. Sfilano dinanzi a noi quei nomi di cui si diceva all’inizio e che via via prendono forma, spessore e carattere. Donne che Ottavia ha personalmente incontrato e conosciuto o di cui ha soltanto sentito parlare dai genitori o dai nonni.

Sono queste donne in primo piano. Non i loro mariti o fidanzati, non i loro figli o nipoti. Certo, emergono anch’essi nel racconto ma sempre collocati in posizione subordinata rispetto alle protagoniste femminili. E di ognuna intravediamo quello che accade nella vita di tutti noi: momenti tristi e lieti, tensioni e dissapori, gioie ed amarezze.

Ne sortisce un campionario di curiosi ritratti spesso accompagnati da una certa vena umoristica, dove trovano spazio sogni e paure, passioni ed inquietudini, lungo un cammino che attraversando i decenni e le generazioni giunge fino ai giorni nostri. Un percorso che trova in quell’anonimo condominio di periferia il proprio microcosmo: il filo conduttore che unisce storie tanto diverse.

E al termine del libro ci si accorge che il racconto ci ha proposto figure che si rivelano familiari anche a noi, poiché per qualche aspetto o per qualche particolare, somigliano a qualcuno che abbiamo incontrato in qualche stagione della nostra esistenza. Perché in fondo c’è qualcosa che ci appartiene in qualsiasi vicenda umana

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