Le magiche notti all’Arena di Verona

Grandi allestimenti e cast di alto livello per una stagione lirica areniana nel segno della sua migliore tradizione

Assistere ad uno spettacolo operistico all’Arena di Verona è una esperienza unica, magica. La si deve fare, almeno una volta nella vita, che si provi o meno interesse per l’opera lirica. Giunto alla 97° edizione, l’Opera Festival 2019 mantiene intatto quel fascino unico che attira un pubblico proveniente da ogni parte del mondo in un città bellissima come Verona, che accoglie il visitatore con le sue bellezze architettoniche, la sua storia ed una organizzazione pronta a sostenere la massa turistica che ogni anno giunge nella città veneta appositamente per gli spettacoli en plein air areniani, rendendola internazionale eppure sempre intima e confortevole.

Quest’anno i titoli operistici in cartellone sono La Traviata, ovviamente l’immancabile Aida, Il Trovatore, Carmen e Tosca. A questi si aggiungono Carmina Burana e due sarete speciali: una dedicata a Placido Domingo, l’altra a Roberto Bolle. Diversi i motivi di interesse del Festival, a partire dall’alta qualità dei cast vocali – grazie al lavoro appassionato del Sovrintendente e Direttore Artistico della Fondazione Arena di Verona, Cecilia Gasdia, sono tornati ad essere quelli dell’Arena dei bei tempi passati, con i più bei nomi dell’odierno panorama internazionale – fino agli allestimenti, sempre di grande impatto visivo, fra riprese di classici areniani e allestimenti nuovi che vengono incontro alle attese del pubblico. In Arena, inutile negarlo, si va per stupirsi dinanzi a spettacoli kolossal; il pubblico se li aspetta, così che appare più che naturale che il nuovo corso di questa sovrintendenza ne riproponga i migliori, totalizzando serate con esauriti da record.

AIDA

Riferiamo dei tre titoli verdiani ai quali abbiamo assistito, a cominciare da Aida, l’opera simbolo delle estati areniane, la più amata dal pubblico, certo la più richiesta. Non è un caso che lo spettacolo, dopo tanti allestimenti “sperimentali” di questi ultimi anni, torni ancora ad essere quello storico di Gianfranco De Bosio, che ne firma la regia per l’ennesima ripresa con la coreografia di Susanna Egri. Lo spettacolo è la ricostruzione della prima Aida vista in Arena nel lontano 1913. L’impianto scenico, curioso a dirsi, sembra col passare degli anni più moderno che mai, fedele alla monumentalità della simbologia egizia, che utilizza gli ampi spazi areniani con estrema razionalità, distribuendoli con quella ariosa semplicità e pulizia visiva che fa sembrare il tutto grandioso senza mai cadere nell’eccesso e nel decorativismo fine a se stesso. C’è tutto quello che si immagina in Aida, dal respiro grandioso delle scene di massa, con l’immancabile suggestione del quadro del trionfo, all’intimità di quello notturno del Nilo, con elementi scenici ben distinti: colonne, obelischi, statue e la facciata di un grande tempio, ovviamente in formato gigantesco, e con quel tocco di colto riferimento ad un archeologismo storico che sembra evocare le epoche ottocentesche, o gli anni stessi del colonialismo in cui l’opera fu composta.

Uno spettacolo che funziona sempre, inossidabile nel suo fascino. Serata, quella del 27 giugno, funestata da un caldo così torrido che sorprende non abbia messo a repentaglio la prova di una compagnia di canto di alto livello, dove sono spiccate le prove di Anna Pirozzi, Aida, e di Anna Maria Chiuri, Amneris. La prima si conferma, insieme a Maria Agresta, il soprano italiano più in vista del momento, soprattutto in Verdi. La sua è una voce preziosa, di soprano lirico, che si effonde in dolcezze che fanno prevalere la dimensione intima del personaggio e alla luminosità del timbro unisce una proiezione di suono ed una intensità emotiva che la fanno entrare a pieno titolo nella grande tradizione di un canto all’italiana attento alla cura del fraseggio e al bel suono. È così brava che non si comprende il motivo per cui non azzardi il do acuto in pianissimo di “Cieli azzurri”, dal momento che in altri momenti dell’aria stessa, così come nel duetto con Radames del terzo atto, è proprio nel canto sfumato che si apprezza la sua capacità di piegare uno strumento vocale tanto importante alle sottigliezze di un lirismo ricercato. Di pari valore la prova del mezzosoprano Anna Maria Chiuri. La voce è densa, di calore avvolgente, omogenea nella linea perché la tecnica è impeccabile, ma soprattutto attenta nella cura di un fraseggio che non lascia mai nulla al caso; ogni nota o accento vivono di una dimensione drammatica commisurata al significato della parola, così che amore, gelosia, disperazione, invettive e tutto ciò che caratterizza le tante sfaccettature caratteriali di Amneris vengono sbalzati, autenticamente vissuti sulla scena, con una evidenza espressiva davvero mirabile, motivata attraverso il fluire di un canto intenso e chiaroscurato, capace di donate il giusto rilievo alla fiera regalità del personaggio o a frasi voluttuose come “Ah ! Vieni, amor mio, m’inebria”.

Meno rifinito è certo il tenore turco Murat Karahan, un Radames che non ha forse gli strumenti tecnici per ottenere, nonostante le buone intenzioni, tutte le esigenze espressive richieste, ma ha gli acuti in tasca e sa ben esibirli, anche con una compiaciuta dose di esibizionismo, soprattutto quando, al termine di “Celeste Aida”, tiene il si bemolle acuto a perdifiato e suscita un certo stupore nel pubblico; in Arena, si sa, questi effetti vocali piacciano e fanno presa sul pubblico. Una gran bella voce possiede Amartuvshin Enkhbat, Amonasro, ormai entrato a pieno titolo nel gotha delle più interessanti voci baritonali del momento. Il volume di voce, la morbidezza e il bel colore del suono ci sono, manca ancora l’approfondimento utile a rendere il fraseggio un po’ meno generico. Ottimi i bassi, dal Ramfis forse vocalmente un po’ ingolfato ma tutto sommato efficace di Dmitry Beloselskiy, al Re incisivo e ben caratterizzato da Romano Dal Zovo. Fra le parti di contorno c’è il sempre impeccabile Carlo Bosi, Un messaggero e Yao Bo Hui, Sacerdotessa. Bacchetta di Francesco Ivan Ciampa attenta al palcoscenico, equilibrata nelle sonorità ed ispirata nella resa espressiva. In sostanza, diciamolo, una gran bella Aida.

LA TRAVIATA

Convince assai meno La Traviata, del quale allestimento si è fatto il gran parlare che si sa. La prima è stata trasmessa in tv in mondovisione, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una serata che ha voluto essere un omaggio a Franco Zeffirelli, mancato prima di aver potuto seguire la messa in scena di questo suo nuovo allestimento, fortemente voluto da Cecilia Gasdia. Lo spettacolo nasce dai bozzetti scenografici del grande regista scomparso, che paiono essere una rimodulazione in stile areniano delle sue tante Traviate, cogliendo le medesime suggestioni visive che richiamano alla mente il film d’opera sull’opera verdiana realizzato da Zeffirelli stesso. Anch’esso parte dal funerale di Violetta, che anticipa l’inizio dell’opera. L’idea viene ripresa anche in questa occasione, così come le scene sembrano evocare alla rinfusa i ricordi dei suoi tanti allestimenti passati; i costumi, assai belli, sono di Maurizio Millenotti e la coreografia di Giuseppe Picone.

Pare una casa di bambole lo spaccato della casa di Violetta del primo atto, con al piano terreno la festa e al primo le stanze private, dove avviene il primo corteggiamento fra Violetta e Alfredo. Di effetto il cambio scena che porta dal rifugio di campagna dei due amanti alla grande sala della casa di Flora, monumentale più che mai, fino all’eccesso. Ma non è sulla innegabile bellezza dell’impianto scenico che vorremmo muover qualche obiezione, bensì sulla regia, che evidentemente Zeffirelli avrebbe curato senza farsi sfuggire quelle distrazioni che qui si colgono in abbondanza e danno l’idea di uno spettacolo del quale non resta altro che il cartone visivo preparatorio di quello che invece avrebbe potuto essere il lavoro di un grande, immenso regista d’opera quale fu Zeffirelli. Questo rimane comunque un omaggio alla sua grandezza e, pur con tutti i doverosi distinguo, va considerato e apprezzato come tale.

Per di più va detto che lo spettacolo piace al pubblico, perché è sforzoso, al punto da far dimenticare una esecuzione musicale che Daniel Oren guida con tempi lenti, o discontinui, appesantiti oltre misura. Sul palcoscenico c’è un cast a corrente alternata. Pavel Petrov è un Alfredo assai modesto, dalla voce piccola e ingolata. Qualità e bel colore di voce possiede invece la Violetta di Aleksandra Kurzak, ma l’interprete è così distratta, oltre che stilisticamente talvolta discutibile, e l’emissione afflitta da cali di intonazione tanto persistenti nel corso della recita (vizio che già si era avvertito all’ascolto televisivo) da mettere in forse il rendimento complessivo non certo all’altezza della sua fama. Se alla prima il Germont di Leo Nucci era parso ai minimi termini vocali, nella serata del 28 giugno si è risentito il Nucci di sempre, fraseggiatore attento alla parola, incisivo nell’accento ma anche ispirato nella cura del legato. A 77 anni suonati, sempre che si voglia ancora portare avanti una carriera, come intende fare Nucci, ormai è così: le serate buone sono rare e se si ha la fortuna di imbattersi in una di esse, come quella della quale riferiamo, si può apprezzare ancora il valore artistico di quello che per molti anni è stato uno dei nostri migliori baritoni. Cast con grandi nomi anche nelle parti di contorno, come dimostra la presenza di Daniela Mazzucato, Annina, e di Max René Cosotti, Giuseppe. Bravissimi Carlo Bosi, Gastone e Romano Dal Zovo, Grenvil, per proseguire con Alessandra Volpe, Flora, Gianfranco Montresor, Barone Douphol, Daniel Giulianini, Marchese d’Obigny e Stefano Rinaldi Miliani, Domestico/Commissionario.

IL TROVATORE

Altra serata attesissima è stata quella del 29 giugno, per Il trovatore ripreso in quello che – questo sì – è da ritenersi il più bell’allestimento areniano firmato da Franco Zeffirelli, regolarmente riproposto, con costumi di Raimonda Gaetani. Il grande regista appena scomparso lo aveva immaginato in un ambiente fisso che modula lo spazio areniano con estrema saggezza, restituendo l’ambiente ferrigno e guerresco dell’opera attraverso tre alte torri in ferro composte di lance e scudi, appoggiate su un pavimento a terrazze di pietra. Al lato della scena due giganteschi guerrieri armati in atto di duellare. Sempre immancabile lo stupore del pubblico, che non riesce a trattenere l’applauso quando la torre centrale si apre come un’icona e mostra il quadro della cappella interna al convento dove è rinchiusa Leonora, con un altare gotico scintillante di guglie dorate. Vi è poi un profluvio di stendardi, guerrieri in armi e macchine da guerra nella scena degli armigeri, per non parlare del magnifico utilizzo delle luci in funzione drammaturgica quando si evoca l’azzurro o il grigiore della notte, o quando il riverbero del rogo della pira mostra luci rosso-arancione che si arrampicano lampeggiando sulle scalinate dell’Arena. Uno spettacolo sfarzoso e sovraccarico di comparse, credo fra i più suggestivi visti in Arena da quando debuttò nel 2001 regalando la visione di un medioevo notturno ed insieme fiabesco nel profluvio di colori della scena del campo degli zingari, o di quella, sopra citata, dell’accampamento dei fidi armigeri del Conte di Luna.

Grande attesa per la Leonora di Anna Netrebko, artefice di una serata che ha visto il pubblico dell’Arena decretarle un’accoglienza trionfale. La prestazione della Netrekbo, seppure di altissimo livello, ci pone dinanzi ad iniziali perplessità relative alle troppe libertà di fraseggio che portano il celebre soprano russo a impostare tutto il ruolo, più che sulla correttezza di una quadratura musicale sorvegliata, sulla pura sontuosità di un timbro scuro, denso e sonoro, dal colore brunito, capace di piegarsi a mezzevoci di vellutato splendore, ma anche utilizzando gravi così carichi di suono da sembrare volutamente accentuati. Seguire un canto così consapevole delle proprie possibilità non credo sia facile per un direttore, in tal senso Pier Giorgio Morandi è davvero bravissimo; asseconda i rallentanti della diva, le grandi arcate di un legato a tratti compiaciuto, insomma lascia che a governare sia la voce, come era in uso fare un tempo. All’inizio tutto questo pare perfino eccessivo, ma arrivati al grande appuntamento dell’aria del quarto atto, “D’amor sull’ali rosee”, la Netrebko mostra di possedere, insieme ad una voce di magnificenza timbrica indiscutibile, una tecnica prodigiosa; il suono galleggia sul fiato con leggerezza e insieme con carnosa sostanza nel canto sfumato, donando alle note acute filate un lunare chiarore e concludendo l’aria con un trillo a dir poco memorabile, legato alla messa di voce conclusiva, dopo la quale si scatena un vero pandemonio di meritati applausi. Poi non è da tutte eseguire la successiva cabaletta “Tu vedrai che amore in terra” con tanto di da capo e tale sicurezza. Per altro l’integralità è un altro dei meriti di questo Trovatore, proposto senza sacrificare neanche un da capo alle cabalette, anche a quella della “Pira”, che il Manrico di Yusif Eyvazov esegue con coraggio, regalando ben due puntature acute sull’”O teco almeno”, una per ogni strofa, ma soprattutto donando molti colori e giusto abbandono all’aria che la precede, ”Ah! sì, ben mio”, nella quale dimostra come il timbro davvero ingrato della voce passi in secondo piano dinanzi all’impegno attraverso il quale questo valente tenore azero sta pian piano dimostrando di affrancarsi dallo stato “scomodo”, forse non facile da sostenere, di consorte della diva Netrebko, per divenire, a prescindere, un tenore di tutto rispetto. In Arena, in questa occasione, l’ha ancora una volta dimostrato.

Il livello del cast scende sensibilmente dinanzi alle prove di Dolora Zajick, Azucena e di Luca Salsi, Il Conte di Luna. Per la prima si possono cercare plausibili giustificazioni appellandosi al rispetto che comunque merita la gloriosa carriera di questo mezzosoprano sulla via di un evidente tramonto vocale. È palese la difficoltà nei centri, divenuti poveri di smalto, così come gli affondi nel registro grave sono talvolta alquanto scomposti; tutto questo fa sì che la Zajick fatichi ormai a trovare un equilibrio fra i registri e non sempre risulti attendibile sul piano del gusto (francamente censurabili le arbitrarie risate scomposte che si sono udite in “Deh, rallentate, o barbari”). Per Luca Salsi, invece, non si sa a cosa appellarsi. È certo una delle voci di baritono più affermate a livello internazionale, ma proprio per questo, abituati ad ascoltare sue prestazioni ben più soddisfacenti, è parso in serata poco felice. Subito mostra di patire la tessitura acuta della parte. Appena giunto al legato dell’aria “Il balen del suo sorriso” diversi suoni risultano opachi e la tenuta vocale poco omogenea e nobile, con alcuni affanni, cali d’intonazione e accorgimenti utilizzati per nascondere la sostanziale stanchezza emersa qua e là nel corso dell’opera. Capita, anche ai migliori. Una menzione di merito va al giovane Riccardo Fassi, basso che si conferma vocalmente interessantissimo per il bell’impasto timbrico e che regala un Ferrando di gran lusso, autorevolmente interpretato e in bell’evidenza nel racconto iniziale, raramente così ben cantato. Nei ruoli di contorno si segnala il bravissimo Ruiz di Carlo Bosi e poi Elisabetta Zizzo, Ines, Dario Giorgiolè, Un vecchio zingaro e Antonello Ceron, Un messo. Ancora una menzione per la bacchetta di Pier Giorgio Morandi che, come si è detto, ha seguito con scrupolosa attenzione i cantanti ed ha garantito all’opera la giusta coesione fra infuocata tensione, lirismo notturno e un bel brillio orchestrale donato alle scene d’assieme degli zingari e al quadro degli armigeri, dove sono stati riaperti i ballabili che Verdi compose per la versione parigina del 1857, utili a dar sfogo alla bellezza dello spettacolo.


Foto Ennevi / Fondazione Arena di Verona.

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